15 Settembre 2019
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Paolo Mazzon e Giancarlo Marani, i maghi delle luci in Arena

INTERVISTE – Mazzon: «L’Aida è lo spettacolo dell’Arena, pensato e creato per l’Arena». Marani: «Il direttore delle luci deve essere un musicista» –

Paolo Mazzon, veneziano, ha studiato arti visive, lavora con la coreografa Carolyn Carlson. È in Arena da 25 anni, è lighting designer, il pittore delle luci. Nel Dna: cuffie, teatro, passione. Giancarlo Marani, veronese, è in Arena da 42 anni, un personaggio che può raccontarci buona parte della storia dell’opera areniana, è il maestro delle luci, spartito, cuore e lavoro.

Paolo Mazzon

– Mazzon, quali sono state le innovazioni per quanto riguarda le luci in Arena, soprattutto per Aida?
Paolo Mazzon. «È stato implementato l’impianto illuminotecnico con apparecchi che hanno maggiore potenza di quelli che abbiamo usato finora ma anche maggior qualità. La differenza si può vedere sui toni di colore che sono stati necessari per soddisfare alcune richieste che il prof. De Bosio aveva da tempo espresso. In particolare la scena del trionfo e il III atto che è cambiato nella forma scenografica. La nuova illuminazione è importante anche per velocizzare i cambi di scena e la memorizzazione nelle nostre consolle».

– I vecchi fari ci sono ancora?

Paolo Mazzon. «I vecchi fari durano da almeno 25 anni e sono movimentati manualmente. Vengono cambiati i filtri manualmente e anche i puntamenti. La nuova tecnologia che siamo riusciti a far entrare in Arena, i movie light, è quella che si usa nei concerti rock. Stiamo esaminando per il prossimo anno dei fari a led perché potenti e con minor consumo. La cosa per noi più importante in Arena sono i toni del colore per la scena».

– Che dotazione di fari avete in Arena? Ho tentato di contarli ma non ci sono riuscito.

Paolo Mazzon. «Ci sono circa 50 apparecchi motorizzati e 32 vecchi fari. Inoltre può esserci un posizionamento di apparecchi sul palcoscenico per avere delle direzioni diverse dal basso. In Carmen, ad esempio, avevamo una fila di apparecchi in proscenio».

– Il prof. De Bosio ci ha raccontato che nella scena del trionfo di Aida voleva far uscire un bagliore di fuoco. Non è stato più realizzato?

Paolo Mazzon. «Era la sua idea di creare un momento schock per il pubblico. Un’idea non realizzata, come era stato escluso di far uscire del fumo dalla porta 37 perché sono situazioni che possono diventare pericolose e non abbiamo bisogno di pericolo sul palco dell’Arena. Ad esempio i cavalli non si devono innervosire».

– Cosa ne pensa di Aida in Arena?

Paolo Mazzon. «Aida è lo spettacolo dell’Arena, pensato e creato per l’Arena. Non ci sono altri spettacoli che la eguagliano dal punto di vista visivo. Anche lo spostamento delle scene, molto semplice, è stato creato per questo palcoscenico. Certamente si sono realizzate altre opere molto belle».

– Che esperienza le ha portato, e tuttora le porta, il lavoro con il prof. De Bosio?

Paolo Mazzon. «Il Prof. de Bosio è il mio secondo maestro».

– E il primo chi è stato?

Paolo Mazzon. «Giovanni Poli del Teatro Avogaria di Venezia. Già a quel tempo si conoscevano perché il prof. de Bosio lavorava con il Teatro universitario di Ca Foscari. Erano i tempi del Ruzzante».

– Dopo Aida in Arena quali altre produzioni le sono piaciute dal punto di vista visivo?

Paolo Mazzon. «Indubbiamente Il Trovatore di Zeffirelli. Scena fissa semplice ma con quella sorpresa della apertura della Torre che il maestro inserisce in ogni opera. Non solo la struttura della scena è vincente ma è il materiale con cui è costruita: prende colori e tonalità incredibili. Mi ha appassionato. Poi non tutti si ricordano del Nabucco di De Hana».

– Perché è così importante il sistema luci in Arena?

Paolo Mazzon. «Con le luci in Arena apri e chiudi le scene. L’occhio guarda dove tu vuoi far guardare, e pur con uno spazio così grande siamo riusciti a realizzare buoni risultati. È bello vedere una esplosione di luce dove ogni spettatore può andare a ricercare i particolari: la comparsa che tiene la lancia, il ballerino, il cantante, ecc.».

Giancarlo Marani, Paolo Mazzon (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Giancarlo Marani, Paolo Mazzon (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Giancarlo Marani

– Maestro da quanto tempo lavora in Arena?
Giancarlo Marani. «Da 42 anni e credo di essere il dipendente di Fondazione Arena con più anni di servizio. E il prossimo anno vado in pensione».

– Quando ha cominciato?

Giancarlo Marani. «Nel 1977 facevo l’archivista musicale perché l’Ente aveva cominciato a fare ordine negli uffici. Poi mi è stata offerta un’occasione da non perdere che mi fece il Sovrintendente Cappelli nel 1982: “Sarebbe necessario che tu facessi il direttore delle luci”. Decisi di intraprendere quella avventura».

– Mi sembra di ricordare che il 1982 fu un buon anno per la stagione in Arena…

Giancarlo Marani. «Fu un inizio fantastico per esperienza ed emozioni. Cominciai proprio con la prima Aida del prof. De Bosio tratta dai bozzetti dell’architetto Fagiuoli. Nello stesso anno ho fatto Otello, sempre con il Prof. de Bosio. Ricordo che sopra le torri c’era le bandiera della Repubblica di Venezia ma proprio in quei giorni l’Italia vinse i mondiali e vennero issate le bandiere dell’Italia al posto delle altre. Poi feci un’altra magnifica esperienza con il balletto Excelsior, per proseguire con Spartacus e con il magnifico Zorba il Greco di Theodorakis che mi fece anche una dedica personale. Purtroppo adesso il balletto non viene più rappresentato».

– Maestro, lei collabora con Paolo Mazzon da molto tempo?

Giancarlo Marani. «Sì, sono 25 anni, da quando lui è entrato in Arena. È una collaborazione vicinissima e stupenda professionalmente e umanamente. Paolo Mazzon è il pittore delle luci».

– Quanti sono i suoi collaboratori elettricisti in Arena?

Giancarlo Marani. «Sono circa 18/19. Quest’anno con gli aggiunti arriviamo a 21, mi sembra. Ci sono anche delle persone sul palcoscenico, almeno otto».

– Quale è la sua postazione di ogni sera?

Giancarlo Marani. «Dove ci troviamo adesso, sulla sinistra del palcoscenico, parallelo al direttore d’orchestra, così posso vedere tutti i suoi movimenti».

– Maestro, allora chi comanda e cosa comanda?

Giancarlo Marani. «Guido la cabina luci centrale che è quella in alto al centro con le due finestre e due persone che comandano le consolle generali. Lateralmente ci sono i contenitori per coprire i fari motorizzati dalle intemperie. Poi ci sono le otto torri, quattro da un lato e quattro dall’altro lato dove sono posizionati 4 più 4 elettricisti che dopo aver sistemato i fari scendono in tre più tre ai seguipersona. Ci sono sei persone dedicate ai seguipersona».

– I seguipersona sono così importanti?

Giancarlo Marani. «I seguipersona sono importantissimi in Arena perché bisogna illuminare bene i personaggi principali. È necessario estrarli dalla scena per renderli visibili al pubblico. Innanzitutto per un problema di distanza e in secondo luogo perché gli artisti si impastano nelle scenografie, oppure quando ci sono le masse. Ad esempio in Nabucco l’anno scorso Zaccaria era troppo immerso nella massa e dovevamo renderlo visibile».

– Li utilizzate solo per i personaggi principali?

Giancarlo Marani. «Normalmente riusciamo a coprire tre personaggi, arriviamo ai terzetti, con due fari ciascuno da entrambi i lati. Nel caso ci siano più personaggi, come in Aida, utilizziamo un seguipersona a testa».

– Può spiegarci come si presenta il suo lavoro prima dell’opera?

Giancarlo Marani. «Il mio lavoro consiste nel fissare sullo spartito tutti gli effetti luce con una numerazione, più tutti gli interventi con i seguipersona, più altre situazioni come le proiezioni».

– Allora il direttore luci deve essere un musicista?

Giancarlo Marani. «Sì, deve conoscere la musica, deve essere diplomato in musica».

– Credo che sia una professione che conoscano in pochi.

Giancarlo Marani. «Può essere, comunque il direttore luci è fondamentalmente un musicista, o si dedica al lavoro di palcoscenico o a quello delle luci».

– Prima ha accennato alle proiezioni. Da dove provengono?

Giancarlo Marani. «Provengono sempre dalla cabina generale perché devono essere frontali e c’è un operatore che le segue. Ad esempio la Carmen di De Hana necessita della sequenza delle proiezioni».

– Quando fate il lavoro luci per un nuovo allestimento o per una ripresa?

Giancarlo Marani. “Il nostro orario di lavoro comincia dopo le prove dell’opera di notte e quindi possiamo iniziare verso l’una e continuare fino alle quattro del mattino.”

– Può raccontarci quali sono i momenti importanti?

Giancarlo Marani. «La prima fase è lo studio dell’opera, della regia, della coreografia se c’è un balletto oppure di un balletto. Dobbiamo conoscere tutti i movimenti di massa, le entrate/uscite dei personaggi e la loro tempistica. La seconda fase è quella del litghting designer, il pittore delle luci e cioè di Paolo Mazzon. Deve conoscere i materiali con cui sono state fatte le scene e i costumi. Lui compone l’effetto luce, poi con la mia collaborazione e quella del regista vediamo dove e come inserire gli effetti e i relativi tempi. Quindi li fissiamo sullo spartito. Lavoriamo sempre insieme, io, Paolo e il regista».

– Quindi i registi devono sempre essere presenti?

Giancarlo Marani. «Per le nuove produzioni assolutamente sì. Salvo il caso che ci diano carta bianca. Per le riprese possiamo arrangiarci. Con Zeffirelli potevamo fare anche noi perché il Maestro era più scenografo, più pittore. De Hana invece è più attento alle luci. Pizzi è più costumista. Con De Bosio abbiamo una certa autonomia anche se è stato sempre presente. De Bosio è un professore della regia».

– Voi coprite tutto lo spettacolo, anche la mezza sala e l’abbassamento delle luci?

Giancarlo Marani. «La mezza sala e l’abbassamento delle luci spettano al Direttore di scena. Dopo l’entrata del direttore d’orchestra e la fine degli applausi cominciamo noi».

Roberto Tirapelle

Foto in alto: Paolo Mazzon, Giancarlo Marani (photo Ennevi, Fondazione Arena).

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