23 Agosto 2019
Paolo Corsi (28 articles)
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Applausi per la Tosca di Puccini con la regia di Hugo de Ana

RECENSIONE – Piace ancora il collaudato allestimento del regista argentino. Direzione di Daniel Oren quasi impeccabile e apprezzabile prestazione del cast –

Tosca di Giacomo Puccini torna all’Arena di Verona nel collaudato allestimento di Hugo de Ana del 2006, già riproposto in più edizioni del festival, inclusa l’ultima del 2018. Una messinscena ed una regia su misura del palco dell’anfiteatro veronese, che usa elementi scenografici simbolici di grandi dimensioni. A centro scena imcombe maestosa la testa della statua di San Michele Arcangelo, il cui braccio armato appare qui minaccioso piuttosto che rassicurante, come suggerirebbe l’iconografia del Santo che rinfodera la spada. Sul lato opposto, alla mano che impugna la spada si contrappone quella che stringe tra le dita un rosario, simbolo del sacro e di una religiosità rituale. Ed è proprio il solenne rito religioso del Te Deum, con la sfilata di chierici e alti prelati dall’aspetto spettrale, tra fumi d’incenso e colpi di cannone, a introdurre il clima di questa vicenda, in cui si mischiano passioni amorose, ideali politici e brama di potere.

Vicenda tragica, dall’inizio fino all’epilogo che non vede vincitori ma solo sconfitti. La scena disegnata da Hugo de Ana si completa con la grande struttura a tetto spiovente disposta sul fondo, che diventa all’occorrenza, attraverso un gioco di aperture sulla scena interna, la Basilica di Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e infine il carcere di Castel Sant’Angelo. Serve poco altro a definire scenograficamente i tre atti dell’opera e a ciò provvedono i figuranti che spostano gli arredi a scena aperta, limitando con ciò anche il numero e la durata degli intervalli.

2019-08-10, Arena, Tosca (photo Ennevi, Fondazione Arena)

2019-08-10, Arena, Tosca (photo Ennevi, Fondazione Arena)

L’impianto scenico così progettato, che prevede poche modifiche alla disposizione degli elementi, permette comunque di conservare il carattere di ciascuna scena, da quelle corali del primo atto, di grande impatto visivo, a quelle più raccolte dei quadri successivi, come l’interrogatorio di Cavaradossi nello studio di Scarpia, il drammatico confronto tra quest’ultimo e Tosca, quindi il finale con il carcere di Castel Sant’Angelo nell’alba romana. Interessante, in merito al finale dell’opera, la scelta del regista di non mostrare il suicidio di Tosca, con il consueto salto nel vuoto dalla sommità del castello, bensì di farla apparire proprio alla sommità della testa di San Michele, in un ultimo gesto di sfida.

La direzione musicale è stata affidata a Daniel Oren, veterano dell’Arena (ben 500 le sue recite in questo anfiteatro) che sa bene come controllare le sonorità orchestrali, che infatti non sono mai invadenti e sempre funzionali al canto. Un solo momento non è risultato ben bilanciato dal punto di vista dei volumi, all’inizio dell’interrogatorio di Cavaradossi, quando l’esecuzione in interno del coro e delle arie di Tosca nel concerto a palazzo Farnese ha coperto quasi del tutto i protagonisti sulla scena principale.

Nel ruolo di Tosca il soprano spagnolo Saioa Hernández, al debutto areniano, ha ben impressionato per consistenza vocale e buona padronanza, nonché per l’interessante colore del timbro, specialmente nella zona grave. Scenicamente è stata convincente, tratteggiando una Tosca fiera e dal carattere acceso. Il tenore trevigiano Fabio Sartori è stato un buon interprete di Cavaradossi, al quale il pubblico ha chiesto il bis del famoso “E lucean le stelle”, gentilmente concesso. Timbro corposo e piuttosto scuro, efficace negli acuti, ha qui però dato l’impressione di faticare più del dovuto nel governare la parte. Scenicamente non è stato irresistibile, ma d’altra parte è raro che le regie in Arena lavorino di fino sull’aspetto attorale, concentrandosi di più, forse giustamente, sull’effetto visivo a grande distanza.

A interpretare il barone Scarpia è stato ancora una volta l’esperto Ambrogio Maestri, sempre sicuro e ben presente vocalmente. Scenicamente il suo Scarpia è stato giustamente opprimente e sprezzante, ma poco o per nulla lascivo, ed è un peccato perché questo tratto del personaggio è ciò che finalmente riesce a renderlo davvero odioso. Il coro, preparato da Vito Lombardi, ha fatto ancora una volta bene la sua parte, così come apprezzabile è stato il contributo del Coro di Voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani e del giovane Enrico Ommassini che ha ben eseguito lo stornello del pastorello. Merito anche ai comprimari Biagio Pizzuti nei panni del sagrestano (in questo caso un comprimario di lusso), Krzysztof Bączyk (Angelotti), Roberto Covatta (Spoletta), Nicolò Ceriani (Sciarrone) e Stefano Rinaldi Miliani (carceriere).

Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo Corsi è nato a Verona e vive in provincia di Trento. È attore, autore e critico teatrale. Da sempre appassionato d'opera, ha studiato canto e si è esibito come solista e in varie formazioni corali, partecipando come corista ad alcuni allestimenti di opere di Verdi, Rossini e Mozart. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it

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