28 Dicembre 2018
Paolo Corsi (21 articles)
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Una Bohème vivace conferma il successo di un allestimento ormai storico

RECENSIONE – Al Filarmonico di Verona un cast brillante valorizza l’impianto di tipo tradizionale, sotto la buona direzione di Francesco Ivan Ciampa. Tutto quanto ben orchestrato, benché permanga l’impressione di un sovraffollamento non propriamente cercato, che limita i movimenti, comprimendo e togliendo respiro alle azioni –

Così come era stato per Manon Lescaut qualche anno prima, anche per La Bohème la composizione del libretto non fu una passeggiata. Le difficoltà nello sceneggiare il romanzo di Henri Murger, oltre a divergenze di vedute tra i librettisti Illica e Giacosa e lo stesso esigentissimo Puccini, protrassero la scrittura del libretto per due anni e mezzo. Poi finalmente il maestro iniziò a comporre e ancora una volta la sua musica, capace di illuminare i dettagli, seppe dare consistenza ad una storia molto sintetizzata, priva di reali significativi accadimenti. Alcune scelte del compositore, tra cui l’assenza di una vera overture o la ricorrenza di temi che richiama lo stile wagneriano, così come precise indicazioni persino sul tipo di emissione vocale, contribuiscono a formare il carattere di quest’opera, che rimane una delle più celebri e rappresentate di Giacomo Puccini.

Più volte rappresentata a Verona (undici edizioni in Arena e cinque in teatro), La Bohème torna nella Stagione 2018-2019 del Teatro Filarmonico. L’allestimento è quello storico di Giuseppe Patroni Griffi, più volte ripreso con successo in vari teatri del mondo. Qui i diversi quadri sono riprodotti in modo naturalistico, sereno e idealizzato, e le loro immagini arrivano intatte e immediate, come se avessero viaggiato nel tempo. L’effetto finale è una full immersion nell’atmosfera della bohème francese, senza alcuna necessità di forzare l’immaginazione.

2018-12-14, Filarmonico, La Bohème (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2018-12-14, Filarmonico, La Bohème (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Scene e costumi, nelle fattezze appropriate, contribuiscono a quest’effetto finale, arricchendo la scena nella maniera cromaticamente ed esteticamente più consona. Quanto alla regia, si apprezza il lavoro sul movimento, tanto dei singoli quanto delle masse. Nella grande scena del secondo quadro, davanti al Cafè Momus del Quartiere Latino, il frenetico via vai di masse eterogenee è vivace e ordinatamente caotico, e rende bene l’idea del fermento e della vivacità di quel determinato contesto.

Tutto quanto ben orchestrato, benché permanga l’impressione di un sovraffollamento non propriamente cercato, che limita i movimenti, comprimendo e togliendo respiro alle azioni. Molto suggestivo il terzo quadro, alla Barriera d’Enfer, che si presenta nell’oscurità serale, in un romantico quadretto tipicamente invernale, impreziosito dall’effetto speciale della copiosa nevicata in corso. Estremamente godibili, infine, le scene del primo e del quarto quadro, ambientate nella soffitta, dove l’esuberanza giovanile dei bohèmiens prende le forme di giocosi balletti e rapide azioni, calibrati sui versi del libretto e sulla musica. Il buon risultato in questo caso si deve anche alle eccellenti attitudini attorali degli interpreti, alla giovane età e ai physiques du rôle, che consentono perfino piccole acrobazie senza che il fiato ne risenta.

Dal punto di vista musicale e vocale hanno tutti ben figurato, a cominciare da Maria Mudryak, una Mimì fragile nel fisico e nel carattere, ma non certo vocalmente. Molto apprezzati la padronanza vocale e il timbro del baritono Davide Luciano, nei panni di Marcello, che ha fatto bella coppia (anche scenicamente) con l’amante Musetta, a sua volta ben interpretata da una valida Valentina Mastrangelo. Il basso Romano Dal Zovo è stato un ottimo Colline, del quale ha mostrato la sensibilità d’animo nell’accorata e dolente “Vecchia zimarra”. Bene anche lo Schaunard di Biagio Pizzuti, forse il più istrionico dei quattro compari. Nel ruolo di Rodolfo si è esibito Oreste Cosimo, un tenore dal timbro chiaro e squillante, con un buon cantato, misurato e attento a non strafare, oltre che con una buona disinvoltura scenica. Peccato che nella circostanza sia stato un po’ penalizzato dalle sonorità orchestrali a pieno volume, che il direttore Francesco Ivan Ciampa, al quale peraltro non mancano sensibilità e controllo dei colori e delle dinamiche, pare non disdegnare nelle opere pucciniane. Buona infine anche la prova dei comprimari, del coro dell’Arena di Verona e quello di voci bianche A.LI.VE., preparati rispettivamente da Vito Lombardi e Paolo Facincani.

Paolo Corsi

Foto in alto: 2018-12-14, Filarmonico, La Bohème (Photo Ennevi, Fondazione Arena).

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Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo Corsi è nato a Verona e vive in provincia di Trento. È attore, autore e critico teatrale. Da sempre appassionato d'opera, ha studiato canto e si è esibito come solista e in varie formazioni corali, partecipando come corista ad alcuni allestimenti di opere di Verdi, Rossini e Mozart. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it

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