1 Dic 2018
Angela Bosetto (24 articles)
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Il fascino dell’horror sul palcoscenico dell’Arena

Dal Don Giovanni di Mozart al Mefistofele di Boito, passando per il verdiano Un ballo in mascheraLucia di Lammermoor di Donizetti, ricordiamo tutte le volte in cui i titoli areniani hanno intrecciato il tema della paura –

Halloween ce lo siamo lasciato alle spalle già da un po’, ma non serve una specifica ricorrenza per celebrare il fascino della paura, altrimenti il thriller, il gotico e l’horror non avrebbero un tale successo. Considerando che nell’universo della lirica le opere con riferimenti a tali generi abbondano  – dal bambino “bruciato a mezzo, fumante ancor” del Trovatore, ” alle teste mozzate che piacciono tanto a Turandot o alla “notte d’orror” di Rigoletto – quali sono i titoli areniani che più hanno flirtato con la componente spaventosa e soprannaturale?

A livello cronologico, l’ultima proposta è assai recente: trattasi del Don Giovanni messo in scena per la prima volta nel 2012 e ripreso nel 2015. Nel finale del dramma giocoso di Wolfgang Amadeus Mozart, la regia di Franco Zeffirelli non si limita a far apparire la statua del Commendatore, ma traspone alla lettera il libretto di Lorenzo Da Ponte (in cui il dissoluto protagonista esclama “Da qual tremore insolito… Sento… assalir… gli spiriti… Dond’escono quei vortici di foco pien d’orror!…”) e spalanca le porte dell’inferno, in un tripudio di fumi, spettri, marmi spezzati e luci a effetto.

2012, Arena di Verona, Don Giovanni (photo Ennevi, Fondazione Arena)

2012, Arena di Verona, Don Giovanni (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Il titolo “demoniaco” più rappresentato è anche il primo dal punto di vista cronologico: Mefistofele di Arrigo Boito, basato su Faust di Johann Wolfgang von Goethe e proposto in ben sette edizioni del festival lirico. Nella cornice dell’anfiteatro veronese, vestirono i panni dello “Spirito che nega” Nazzareno De Angelis (1920, 1931), Tancredi Pasero (1937), Andrea Mongelli (1950, 1954), Nicola Rossi Lemeni (1954), Giulio Neri (1954), Nicolaj Ghiaurov (1964), Nicola Ghiuselev e Carlo Zardo (1979). Insieme ai sommi Ezio Pinza (1929) e Cesare Siepi (1959), Pasero (1939) e Rossi Lemeni (1947) furono i Mefistofele areniani pure dell’altra grande opera debitrice a Faust di Goethe (sebbene i librettisti Jules Barbier e Michel Carré avessero attinto più all’adattamento teatrale di Michel Carré, Faust et Marguerite, che al poema drammatico originale): Faust di Charles Gounod. A questo patto con il diavolo dobbiamo l’avvento della “voce d’angelo” per eccellenza, ossia Renata Tebaldi, la quale esordì a Verona in Faust nel 1947 nella parte di Margherita, per poi ricoprirne il corrispettivo anche in Mefistofele nel 1950. E non va scordato nemmeno che, per un’unica sera, il 20 luglio 1954, il lavoro di Boito ebbe come Margherita e Faust la coppia Maria Callas/Giuseppe Di Stefano, né che quello di Gounod segnò (nel 1959) il debutto areniano della ventiquattrenne Fiorenza Cossotto nel ruolo en travesti di Siébel.

1812, Johann Heinrich Füssli, Lady Macbeth afferra i pugnali (Tate Gallery, Londra)

1812, Johann Heinrich Füssli, Lady Macbeth afferra i pugnali (Tate Gallery, Londra)

A proposito di spaventosi sabba notturni, basta spostarsi dalla Germania alla Scozia per approdare al turbine di magia, sangue, spettri, profezie e delitti che contraddistingue Macbeth, l’opera più oscura di Giuseppe Verdi, che in Arena approdò tre volte, guarda caso, tante quante, citando il celebre coro delle streghe, “miagola la gatta in fregola”, “l’upupa lamenta ed ulula” e “l’istrice guaisce al vento”. A occuparsi delle varie regie Herbert Graf (1971), Renzo Giacchieri (1982) e Pier Luigi Pizzi (1997).

Un’altra maga, la negromante Ulrica, gioca un ruolo chiave negli eventi di Un ballo in maschera, inquietante melodramma verdiano, presente in ogni decennio dal 1932 al 2014 (esclusi gli anni Cinquanta e Zero) e capace di regalare al pubblico un allestimento epocale, firmato, e, purtroppo, mai più riproposto, da Piero Zuffi nel 1986. Ma, al di là dell’antro “abietto” di Ulrica, dell’orrido campo (leggi cimitero) dove avviene il fatale incontro fra i tre protagonisti, e dell’atmosfera angosciosa che pervade l’ultimo atto, Un ballo in maschera deve fare anche i conti con la nomea di titolo che in Arena porterebbe sfortuna al pari dell’Innominabile (La Forza del destino). Una fama divampata (letteralmente) nell’agosto 1962, quando le scenografie di Attilio Colonnello andarono a fuoco, intaccando le gradinate, rendendo il palcoscenico inagibile e decretando la fine anticipata della stagione lirica.

2012, Arena di Verona, Don Giovanni (photo Ennevi, Fondazione Arena)

2012, Arena di Verona, Don Giovanni (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Se però si parla di fantasmi e cimiteri, la mente non può che andare a Lucia di Lammermoor, capolavoro romantico di Gaetano Donizetti in cui, sempre nella lugubre Scozia, la protagonista, oltre a essere ossessionata dallo spettro di una dama uccisa per gelosia, pugnala a morte il marito durante la prima notte di nozze e delira in preda alla follia con i candidi abiti ancora imbrattati di sangue, mentre l’amato Edgardo si strugge fra le tombe di propri avi. Più gotico di così si muore. Nella sua storia l’Arena ha avuto solo cinque Lucie, ma che Lucie: Toti Dal Monte (1934), Virginia Zeani (1961) Renata Scotto (1968), Cristina Deutekom e Mariella Devia, che, proprio grazie a quest’opera, esordirono entrambe nell’anfiteatro veronese nel 1976, affiancate dall’Edgardo di Luciano Pavarotti.

Angela Bosetto

Foto in alto: 2014, Arena di Verona, Un ballo in maschera (photo Ennevi, Fondazione Arena).

Angela Bosetto

Angela Bosetto

Angela Bosetto è nata a Verona, si è laureata in lettere a Trento, ha conseguito un master in Scritture per il Cinema a Gorizia e ha pubblicato il saggio “Sette passi nel terrore. Edgar Allan Poe secondo Roger Corman” (Perosini). Giornalista pubblicista, collabora con la Rivista del Cinematografo e il quotidiano L’Arena, occupandosi di letteratura, cinema, storia e opera lirica.

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