31 ottobre 2018
Roberto Tirapelle (31 articles)
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Cecilia Ligorio, dal teatro di prosa all’opera lirica quasi per caso

Intervista – «Per me il teatro è casa: ho iniziato da lì, poi ho preso il largo, prima curiosando nel teatro danza, poi veleggiando nella lirica, ma sempre cerco di capire come tornare a casa. Con l’opera ho messo insieme i pezzi della mia passione: la musica e il teatro si sono presi per mano» –

Alla Fenice di Venezia è andata in scena Semiramide di Gioacchino Rossini, che ha chiuso la stagione 2017-2018 del teatro veneziano con l’esposizione della partitura autografata che riporta le impronte digitali del Maestro, recentemente restaurata grazie al sostegno di Assicurazioni Generali e Generali Italia con il progetto Valore Cultura. Semiramide, nel nuovo allestimento feniceo, è stato firmato dalla giovane ma promettente regista Cecilia Ligorio. Veronese di origine, è regista, librettista, attrice e drammaturga. Ha studiato violoncello, canto, danza e filosofia. Un mix di talentuosità che ci interessava conoscere più da vicino.

Nonostante lei si stia dedicando all’opera lirica, si sente ancora legata al teatro di prosa da cui proviene?
Cecilia Ligorio. «È vero che io nasco nel teatro di prosa, non in quello dell’opera, ma ritengo ci sia Teatro quando c’è necessità di raccontare una storia a qualcuno. Credo profondamente che la lirica, l’opera, sia a tutti gli effetti un’espressione esponenzialmente sublime del teatro inteso come messa in comune di linguaggi e di mestiere. Per me il teatro è casa: ho iniziato da lì, poi ho preso il largo, prima curiosando nel teatro danza, poi veleggiando nella lirica, ma sempre cerco di capire come tornare a casa. Sono estremamente legata non solo alla necessità teatrale, ma anche alle persone con cui ho iniziato: sono il mio specchio, la mia famiglia. Penso a Gaia Saitta (If Human), Benedetto Sicca, Albert Tola, Tommaso Rossi, che per altro è di Verona e cura con vigore e coraggio Are We Human, una rassegna con lo scopo di tenere la città legata al mondo attuale della ricerca teatrale nazionale ed internazionale. Seguo i loro lavori e quando posso vi partecipo, così come faccio con i loro consigli. È una maniera per tenere saldo lo sguardo sulla mia identità artistica e sull’evoluzione del percorso professionale che sto facendo».

Sesto Quatrini, Cecilia Ligorio, Alessio Nelli, Parigi, La Traviata (photo Fabrizio Sansoni)

Sesto Quatrini, Cecilia Ligorio, Alessio Nelli, Parigi, La Traviata (photo Fabrizio Sansoni)

 

Come è nato l’interesse per l’opera lirica? Ci racconta la sua storia?
Cecilia Ligorio. «Prima di iniziare a studiare teatro, da ragazzina ho frequentato per qualche anno il conservatorio nella classe di violoncello. Ho chiesto io ai miei genitori di poter fare l’esame di accesso. Volevo studiare musica, entrarci dentro per conoscerla e capirla. La musica, quella classica in particolare, ha sempre fatto parte della mia concezione del mondo. Alla fine ho interrotto gli studi di violoncello per frequentare la scuola di teatro, e qui l’amore è nato immediatamente: finalmente trovavo un luogo in cui la fatica era condivisa e ogni sforzo potenziava la gioia. Non ho avuto dubbi, a 14 anni ho deciso che il Teatro sarebbe stata la mia vita. A tutt’oggi penso che se dovessi smettere avrei un serio problema, perché temo di non saper fare altro. A Barcellona ho aperto un piccolo teatro con una compagnia che si chiamava Somnis, i nostri spettacoli cercavano sempre di integrare il teatro con la musica in diretto. Il drammaturgo che lavorava con me è stato chiamato a partecipare ad una produzione di Elisir e mi ha chiesto di seguirlo, un po’ perché non sapeva leggere la musica, un po’ perché in due ci si diverte di più. Due mesi dopo aver partecipato, quasi clandestinamente, a quella produzione sono stata chiamata da una compagnia d’opera indipendente di Valencia per dirigere Don Pasquale. Qualcuno ha visto lo spettacolo, pochi mesi dopo mi hanno richiesto per Don Giovanni e al Palau della Musica di Valencia per occuparmi della programmazione dell’opera per ragazzi… insomma, improvvisamente, senza cercarle, si sono inanellate una dopo l’altra esperienze sempre più belle e sempre più impegnative nella lirica. Ho messo insieme i pezzi della mia passione: la musica e il teatro si sono presi per mano. La prima vera opportunità di mostrare il mio lavoro e la mia cifra in un contesto davvero prestigioso mi è stata proposta da Alberto Triola (n.d.a. direttore artistico del Festival della Valle d’Itria) che qualche anno fa, mi ha dato l’incarico di regista al Festival, nella prima edizione in tempi moderni di Baccanali (1695) di Agostino Steffani. Mi considero estremamente fortunata di essere caduta, come Alice, nella tana del coniglio e aver iniziato questa avventura».

Il 2018, ci sembra essere stato un anno importante per lei: Giulietta e Romeo al Festival della Valle d’Itria, Rigoletto al Teatro Massimo di Palermo, Semiramide alla Fenice. Si sta perfezionando con la lirica, che esperienza ha vissuto nei vari teatri?
Cecilia Ligorio. «È stato un anno estremamente importante, sì. Avevo già lavorato in tutti i tre i posti da lei citati: a Palermo avevo presentato Il Caravaggio Rubato, uno spettacolo di cui avevo curato anche la drammaturgia ed il libretto insieme a Giovanni Sollima e ad Attilio Bolzoni il giornalista di Repubblica; in Valle d’Itria, come le dicevo, avevo lavorato all’opera barocca, e a Venezia per molti anni ho curato il riallestimento di Madama Butterfly. Quest’anno però è stata la prima volta che ho dovuto affrontare la progettazione e gli allestimenti di tre spettacoli così importanti e tutti e tre quasi contemporaneamente. È stato impegnativo, ma ho anche imparato molto, sia dal felice esito di alcune scelte e decisioni prese, che dalle persone con cui ho avuto la fortuna di collaborare. Sicuramente ho fatto degli errori, ma le soddisfazioni sono state tante e il risultato del lavoro fatto, a tratti, è stato davvero al di sopra delle mie aspettative. Inoltre le mie opere hanno generato nuovo interesse, per cui adesso sono già al lavoro per i nuovi progetti del 2019, di cui posso annunciare per ora solo la Turandot in Fenice in collaborazione con Biennale Arte e l’apertura di stagione 2019/20 a Firenze, con un’opera difficilissima come il Fernando Cortez di Gaspare Spontini, con la direzione di Fabio Luisi».

Cecilia Ligorio al Festival della Valle d'Itria

Cecilia Ligorio al Festival della Valle d’Itria

Semiramide, opera complessa con allestimenti precedenti autorevoli, da Ronconi a Pizzi. Quando l’hanno chiamata per l’incarico come si è sentita?
Cecilia Ligorio. «Mi sono chiusa nell’armadio per una settimana e non volevo più uscire! Come recentemente ha detto Mattioli, Semiramide è un’opera quasi impossibile da rappresentare. Credo ci si possa avvicinare a lei solo con grande umiltà e tanto tanto studio, sapendo che si faccia quel che si faccia, ci sarà sempre qualcuno che penserà che non si è fatto abbastanza. Gli stessi Ronconi e Pizzi furono ampiamente criticati per le loro interpretazioni. È un’opera talmente perfetta nella sua architettura monumentale e nella sua interpretazione sia canora che scenica, che cercare rinchiuderla in una versione e in una visione uniche lascia sempre qualcuno insoddisfatto. A questo c’è da aggiungere che, per ragioni di incastri di programmazione, il teatro aveva a disposizione pochissimo tempo di prova, solo due settimane con i cantanti. È come scalare l’Everest scalzi! Ho quindi deciso di fare una scelta di sintesi rispetto al concept e di impostare tutto su due immagini forti: l’oro del palazzo per il primo atto e il nero della tomba per il secondo atto. E mi sono affidata con fiducia ai collaboratori, ai cantanti e alle meravigliose maestranze del Teatro.

Mi risulta che l’allestimento abbia avuto una trionfale accoglienza del pubblico, la critica forse è stata un po’ tiepida?
Cecilia Ligorio. «Lo spettacolo ha avuto un enorme successo di pubblico. La cosa più bella è sentirsi dire che la rappresentazione, pur nelle sue 4 ore e 40, sembra volare. La critica, come sempre con gli spettacoli importanti, si è spaccata a metà, devo dire però che quella estera ha apprezzato il lavoro di tutti. Ora, per altro, il video realizzato da Oxymore la sera del 25 sarà online su culturbox per qualche settimana, per poi passare sul canale digitale terrestre Mezzo per i prossimi sei mesi, per cui lascio, a chi avrà il desiderio di guardare, il giudizio sul risultato».

Nei confronti del personaggio di Semiramide sa che ci sono punti di visti diversi: autori cristiani (da Giustino a Dante, da Petrarca a Boccaccio) e autori più illuministi come Voltaire, da cui è tratta l’opera.  Da dove è partita per il suo allestimento?
Cecilia Ligorio. «Sono partita dal limite. Semiramide è un personaggio estremamente complesso ed ampio. È una regina, anzi, una dittatrice, è una donna abitata dall’ambizione e dalla voracità, è un’assassina, ma è anche una madre, una donna tormentata dalle paure e dalla solitudine, dai fantasmi di un passato di violenza. È un prisma dalle molte facce. In Semiramide si mescolano tante donne realmente esistite nell’antica Babilonia, e tante leggende dai caratteri mitologici. Insomma, un personaggio impossibile e di per sé quasi incontenibile, che Voltaire decide di rendere ancora più forte potenziandone non solo la figura mitica, ma anche la struttura archetipica. Come Medea, Edipo, Giocasta, ma anche come Gertrude e Amleto, la storia di Semiramide scava nella natura dell’animo umano e ci interroga su quali siano i limiti dei nostri desideri presentandoci la vicenda eccezionale di una donna che ha voluto, che si è presa tutto e che, per prendersi tutto, ha perso se stessa. Dopo aver accettato che non potevo raccontarne tutti gli aspetti, ho cercato di calarla nel corpo umano e fragile di una donna, ma non di una donna qualsiasi: la meravigliosa Jessica Pratt, la quale porta in scena un’algidità che nasconde un’enorme tenerezza insieme a una sensibilità spiccata. Ho cercato di non cadere nel cliché della lussuriosa sanguinaria, di cui per altro parla la tradizione e non il libretto, ma che fosse obbligata a nascondere quanto di più nero ci sia nella sua anima, consumata dal ricordo degli errori».

2018-10-22, La Fenice, Semiramide (photo Michele Crosera)

2018-10-22, La Fenice, Semiramide (photo Michele Crosera)

Ho visto delle immagini dell’opera che mi hanno affascinato, le ho trovate quasi monteverdiane. Per lei è importante il lavoro con il team, dalla costumista alla scenografa?
Cecilia Ligorio. «Il lavoro con il team è forse la cosa più delicata ed importante di tutta la progettazione. Avere buon feeling e grande fiducia nei collaboratori è una delle chiavi della riuscita dello spettacolo. Io mi ritengo molto fortunata: quest’anno ho potuto scegliere tutti i membri dei gruppi di lavoro e ho imparato moltissimo da tutti loro. La cosa più difficile è costruire un linguaggio comune che permetta di non doversi dare troppe spiegazioni, ma di affidarsi all’intuizione reciproca e potenziare la storia attraverso l’immagine».

Roberto Tirapelle

Foto in alto: Cecilia Ligorio (photo Gustavo Mirabile)

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it

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