Gli assenti illustri in Arena dal Novecento ai giorni nostri
3 settembre 2018
Angela Bosetto (23 articles)
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Gli assenti illustri in Arena dal Novecento ai giorni nostri

Joan Sutherland, Marilyn Horne, Nicolai Gedda, Dietrich Fischer-Dieskau: se sul palco areniano si sono avvicendate tante stelle dell’Opera quante ne brillano nel cielo sovrastante, è altrettanto vero che nella splendente schiera mancano alcuni nomi, di cui ripercorriamo la storia —

Giunto come un (graditissimo) fulmine a ciel sereno, l’annuncio della presenza di Anna Netrebko in Arena — dove, insieme al marito Yusiv Eyvazov, sarà protagonista de Il trovatore, terzo titolo del 97° Arena Opera Festival — fa pensare immediatamente a due cose. Da un lato riaccende la speranza che un giorno l’anfiteatro veronese possa ospitare superstar ritenute sinora inavvicinabili, come Jonas Kaufmann, Juan Diego Flórez, Elīna Garanča o Joyce DiDonato, dall’altro fa riflettere circa i grandi del passato mai venuti in Arena e impossibilitati a farlo oggi per limiti di epoca (leggi decesso), di età (un recital al chiuso non è certo un’opera all’aperto) o di carriera ormai conclusa.

Infatti, se sul palco areniano si sono avvicendate tante stelle dell’Opera quante ne brillano nel cielo sovrastante, è altrettanto vero che nella splendente schiera mancano alcuni nomi: senza andare a scomodare i divi che a inizio Novecento erano troppo famosi per considerare il neonato Festival Lirico veronese, come Enrico Caruso, Nellie Melba, Titta Ruffo, Claudia Muzio o Richard Tauber, e i cantanti poco compatibili con il repertorio areniano per via della loro inclinazione squisitamente straussiano-mozartiana, ad esempio Lisa Della Casa e Fritz Wunderlich, o wagneriana (Kirsten Flagstad, Wolfgang Windgassen e Lauritz Melchior), cerchiamo di tracciare un elenco il più possibile esaustivo degli assenti illustri.

1970, Joan Sutherland e Marilyn Horne in Norma (photo Metropolitan Opera House)

1970, Joan Sutherland e Marilyn Horne in Norma (photo Metropolitan Opera House)

Partendo dalle signore — e, nel dettaglio, dai soprani — il primo nome è quello dell’australiana Joan Sutherland, alias “La Stupenda”, che insieme alla “Divina”, Maria Callas, e alla “Superba”, Montserrat Caballé, forma la triade sopranile più importante del secondo Novecento. Mancano anche le italiane Giuseppina Cobelli e Graziella Sciutti, la gallese Margaret Price, la spagnola Victoria de los Ángeles, la tedesca naturalizzata inglese Elisabeth Schwarzkopf, la greca Elena Souliotis, l’austriaca Leonie Rysanek, la canadese Teresa Stratas, le slovacche Lucia Popp ed Edita Gruberová e le francesi Régine Crespin e Natalie Dessay (ritiratasi nel 2015).

Escludendo Lina Pagliughi, “l’usignolo dei due mondi” — nata a New York e tornata presto in Italia, ma non in Arena — la lista delle statunitensi inizia con Rosa Ponselle, all’anagrafe Rosa Melba Ponzillola, soprannominata la “Caruso dei Soprani”, nonché indiscussa ispiratrice della Callas, prosegue con Lily Pons, nata Alice Joséphine Pons in Francia, dove fu scoperta da Giovanni Zenatello, che la portò in America: lì ne acquisì la cittadinanza e divenne star del Metropolitan; Anna Moffo “La Bellissima”, Astrid Varnay, nata in Svezia e wagneriana doc, ma trapiantata negli USA e attiva anche nel repertorio italiano, Beverly Sills (pseudonimo di Belle Miriam Silverman, fulgida protagonista della “Donizetti Renaissance”, Lella Cuberli, belcantista di riferimento e maestra di Jessica Pratt, Jessye Norman, eccezionale stilista vocale, Barbara Hendricks, ovvero Mimì nel film-opera di Luigi Comencini La bohème, 1988, infine Renée Fleming, che ha detto addio alle scene nel 2017 dopo un ultimo Rosenkavalier al Metropolitan. Americani anche i mezzosoprani Risë Stevens, Regina Resnik, Frederica von Stade e, soprattutto, Marilyn Horne, storica interprete rossiniana sia come mezzo, sia come contralto, al pari della padovana Lucia Valentini Terrani. E chissà cosa avrebbero potuto regalarci in Arena la spagnola Teresa Berganza e la tedesca Christa Ludwig, così come i contralti Gabriella Besanzoni, Marian Anderson ed Ewa Podleś

Passando alla sezione tenorile, si inizia dall’iberico Miguel Fleta, primo Calaf nella Turandot postuma diretta da Arturo Toscanini il 25 aprile 1926. Il veneto Giovanni Martinelli scelse la via dell’America e il danese Helge Rosvaenge quella della Germania, nazioni predilette anche dal canadese Jon Vickers, mentre l’assenza del peruviano Luis (Luigi) Alva e dello statunitense Rockwell Blake si deve probabilmente alla scarsezza di titoli rossiniani in Arena. Se la mancanza dello svedese Jussi Björling risulta quasi inevitabile (si esibì in Italia solo tre volte), a pesare è piuttosto quella dello spagnolo Alfredo Kraus, detto “il Signore del Palcoscenico” per l’eleganza aristocratica, o “l’anti-Pavarotti” per il modo in cui dosava le proprie apparizioni pubbliche, e di un altro svedese, Nicolai Gedda, ritenuto il più completo tenore mai esistito, eppure ingiustamente criticato nel nostro paese per la presunta “freddezza interpretativa”, che, in realtà, era solo rifiuto di patetismi e gigionerie varie.

Nicolai Gedda in Tosca (photo Ullstein Bild)

Nicolai Gedda in Tosca (photo Ullstein Bild)

Ugualmente pesante l’assenza di due autentici re della categoria baritonale, il marchigiano Sesto Bruscantini e il tedesco Dietrich Fischer-Dieskau, a cui fanno buona compagnia Riccardo Stracciari, Carlo Galeffi, Giuseppe De Luca, Mariano Stabile, Leonard Warren e Hermann Prey. E per quanto riguarda i bassi? Il bilancio è assai positivo: i grandi di ieri sono venuti praticamente tutti (togliendo giusto Fëdor Šaljapin, Alexander Kipnis e Kurt Moll), mentre quelli di oggi hanno molto più tempo degli altri colleghi cantanti. Basti pensare che il virtuoso Samuel Ramey, classe 1942, dopo aver partecipato al Gala José Carreras nel 1988, si è deciso a cimentarsi in due opere — Carmen e Nabucco — a Verona solo nel 2003…

Angela Bosetto

Foto in alto: 1957, Londra, Maria Callas ed Elisabeth Schwarzkopf

Angela Bosetto

Angela Bosetto

Angela Bosetto è nata a Verona, si è laureata in lettere a Trento, ha conseguito un master in Scritture per il Cinema a Gorizia e ha pubblicato il saggio “Sette passi nel terrore. Edgar Allan Poe secondo Roger Corman” (Perosini). Giornalista pubblicista, collabora con la Rivista del Cinematografo e il quotidiano L’Arena, occupandosi di letteratura, cinema, storia e opera lirica.

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