4 Agosto 2018
Roberto Tirapelle (39 articles)
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La prima volta in Arena di Bruson, da spettatore con il Galletto Guzzi

INTERVISTA – Da Zenatello a Cecchele, le leggende dell’opera nate in Veneto: «Siamo gente abituata a fare sacrifici e i risultati si vedono». Maria Callas: «L’eredità più grande che ci ha lasciato è l’interpretazione: siamo amati dal pubblico se trasmettiamo qualcosa, un’emozione che rimanga nel cuore». Il Sovrintendente Carlo Alberto Cappelli: «L’ultimo dei grandi» –

Abbiamo incontrato il celebre baritono Renato Bruson a Verona, dove il 2 agosto gli è stato conferito il Premio Internazionale Scaligero Maria Callas 2018. Bruson è nato a Granze (Padova) nel 1936.

Maestro, qual è stata la prima volta che ha visto un’opera in Arena?

Bruson. «Mi ha accompagnato il prete del mio paese col Galletto Guzzi (nda, il Il Galletto è uno scooter costruito dalla Moto Guzzi tra il 1950 e il 1966). Le strade non erano asfaltate e quando siamo arrivati a Verona la sua tonaca nera era diventata bianca. Era la seconda “Gioconda” che cantava Maria Callas (nda, 1952, con Gianni Poggi nel ruolo di Enzo Grimaldo e Antonino Votto alla direzione d’orchestra). Avevo assistito ad un’altra opera dal vivo al Sociale di Rovigo ma in Arena sono rimasto incantato».

Ha debuttato in Arena nel 1975. Come si è trovato a Verona?

Bruson. «Ho debuttato con La forza del destino. Allora c’era il Sovrintendente Carlo Alberto Cappelli, una persona deliziosa che capiva come doveva essere fatta l’opera. L’ultimo dei grandi. Ho fatto anche Lucia di Lammermoor (1976) con Luciano Pavarotti, Nabucco più edizioni, e il Macbeth (1982, regia Renzo Giacchieri) con il direttore Nello Santi. Ho fatto un certo numero di opere con Santi».

Renato Bruson

Renato Bruson

Lei fa parte di quel gruppo veneto di cantanti leggendari (Zenatello, Cecchele, Pertile, Martinelli, Lugo, Limarilli, Dal Monte, Carteri, Pobbe, Adami, ecc.) che hanno fatto grande la nostra Regione. Una coincidenza o c’è qualche ragione particolare?

Bruson. «Sì, è vero. Forse sarà il nostro dialetto che ci aiuta. Credo invece che sia una questione di “cervello”, di “testa”. L’artista è una professione che necessita di tanti sacrifici e i veneti hanno fatto tanti sacrifici. Storicamente siamo un popolo ben temprato, e ancora oggi la nostra è una bella regione. Poi c’è stato l’arrivo degli stranieri, soprattutto i coreani, che sono preparatissimi e hanno bellissime voci».

Maestro, qual è l’opera che preferisce o quella che le ha portato più fortuna?

Bruson. «Sicuramente La forza del destino. Tanti non la vogliono neanche nominare. Mi ha portato sempre fortuna: a Verona, a Parma, a Vienna, a San Francisco, a Los Angeles, a Tokio. A Parma con La Forza del destino ho avuto il mio lancio internazionale. Gli osservatori del Met mi hanno chiamato a New York».

Lei è stato in America. Avrebbe preferito restare oltre oceano o preferisce la vecchia Europa?

Bruson. «Mr. Bing (nda, Rudolf Bing, 1902-1997), allora Sovrintendente al Metropolitan mi chiese di restare tre anni. Gli risposi che preferivo ritornare in Europa. Lavorare di meno ma rimanere in Europa. Con il contratto che mi proponevano a quei tempi avrei dovuto fare di tutto, anche l’impiegato. Dovevo timbrare il cartellino».

Lei ha lavorato in un film di Franco Zeffirelli, Cavalleria Rusticana (1982) nel ruolo di Alfio. Che ricordo ha?

Bruson. «Un bellissimo ricordo. È stata una grande esperienza. Ho cominciato un ottimo rapporto con Zeffirelli che mi ha chiamato a cantare in teatro, con la sua regia, per opere come La traviata I Vespri siciliani».

Che importanza ha avuto nella sua vita la Signora Tita Tegano (nda, sua moglie, costumista e scenografa)?

Bruson. «È stata molto importante. All’inizio, non avendo prospettive di lavoro, avevo deciso di tornare al mio paese. Avevo dei debiti con la pensione dove abitavo a Roma. Lei mi diceva “vedrà che riuscirà”. Ci davamo ancora del lei. Mi ha convinto e ha avuto ragione. Ci siamo sposati e poi mi ha seguito nella carriera».

Ci parli dell’Accademia Bruson.

Bruson. «L’ha voluta il Sindaco di Busseto con la collaborazione di mia moglie e una signora di Parma. Ma ha una sede provvisoria e prima di continuare andrò a parlare con il Sindaco perché ne voglio una definitiva. Infatti ho l’intenzione di lasciare la mia eredità di 54 anni di carriera (pianoforte, dischi, spartiti) all’Accademia quando ci sarà una definizione».

Qual è la mission principale dell’Accademia? Il perfezionamento del canto o l’interpretazione?

Bruson. «L’interpretazione. Tanti giovani sanno cantare la loro aria ma non sanno il perché. Insisto sempre con loro che devono far capire le parole. Vengono a lezione da me, vanno a casa e si dimenticano tutto».

Renato Bruson

Renato Bruson

Quanti ragazzi ha avuto quest’anno?

Bruson. «22 cantanti. C’è un pianista molto bravo che li accompagna e ho dei collaboratori».

Secondo lei, qual è l’eredità più importante della Callas?

Bruson. «È l’interpretazione».

Mi sembra che lei sia molto legato all’interpretazione…

Bruson. «Assolutamente sì. Chi paga è il pubblico. La nostra carriera la dobbiamo al pubblico non alla critica. Il pubblico è quello che riempie il teatro. Dobbiamo diventarne i beniamini. Siamo amati dal pubblico se trasmettiamo qualcosa. Non solo suoni, ma un ricordo che rimanga nel cuore. Chi ascolta deve vivere il personaggio».

Roberto Tirapelle
(Si ringrazia il Maestro Nicola Guerini)

Foto in alto: Renato Bruson.

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it

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