30 Giu 2018
Paolo Corsi (18 articles)
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L’opera regina dell’Arena nel dorato allestimento di Zeffirelli

RECENSIONE – Un’Aida di tradizione che soddisfa solo in parte le aspettative. Buona la direzione di Bernàcer. Luci ed ombre nel cast –

L’Aida di Giuseppe Verdi e l’Arena di Verona, un legame saldissimo, tanto da non poter quasi concepire una stagione areniana senza quest’opera, con la quale tutto ebbe inizio nel lontano 1913 e che rimane di gran lunga l’opera più rappresentata nell’anfiteatro. Molti gli aspetti che da subito avevano fatto presa sul pubblico e che continuano a farla: l’ambientazione esotica, l’usuale indagine psicologica di Verdi di personaggi e situazioni (la gelosia e l’amor di patria innestati sul dramma sentimentale) e una musica molto bella, che rappresenta un’evoluzione per un compositore maturo ma ancora desideroso di rinnovarsi. I classici strumenti del melodramma, quali arie, romanze, duetti, sono qui trasformati in qualcosa di più lirico e intenso. L’attenzione ai colori orchestrali è altissima e sa rendere al meglio tanto i momenti monumentali, con masse di persone e di suono che riempiono la scena, quanto l’intimità e la dolcezza di altri momenti, dove la musica si fa sussurro.

2018-06-23, Arena, Aida (photo Ennevi, Fondazione Arena)

2018-06-23, Arena, Aida (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Certo non è l’unico motivo, ma è soprattutto la grande disponibilità di spazio dell’anfiteatro veronese a fare di quest’opera la più adatta ad esservi rappresentata. L’edizione 2018 ripropone l’allestimento del 2002 di Franco Zeffirelli, che ne ha firmato regia e scene. Quello che vi appare è un Egitto dorato e sfarzoso, con un’imponente piramide al centro, che ruotando su se stessa cambia l’ambientazione ed è utilizzata per l’entrata e l’uscita di scena degli artisti. Davanti alla piramide la scalinata, pure dorata e, disposte ai lati, le immancabili sfingi. I ricchi costumi di Anna Anni contribuiscono a dare l’idea dello sfarzo della corte dei faraoni. La decisa predominanza dell’oro, anche nei costumi, rende in verità la scena quasi monocromatica e alla lunga noiosa, se non fosse per le oscurità e gli effetti luce introdotti nella più intima seconda parte dell’opera. La percezione rimane comunque quella di una scena ingombrante che ingessa i movimenti tanto delle masse che dei singoli. Alla regia va tuttavia riconosciuto lo sforzo di aver limitato gli intervalli per i cambi scena (un solo intervallo vero e proprio tra secondo e terzo atto), anche se la scelta si paga inevitabilmente con la poca varietà.

Luci e ombre nel cast, con da una parte belle prestazioni di alcuni protagonisti e dall’altra prestazioni sotto le aspettative da parte di altri. Kristin Lewis nei panni di Aida non ha convinto del tutto: sicura nella gestione degli acuti, morbidi e di bel colore, è parsa invece in difficolta nella tessitura medio-grave, specialmente nelle situazioni in cui serve imprimere forza alla declamazione. Complici probabilmente alcune difficoltà nella dizione, ne ha risentito in qualità anche il fraseggio. Nell’interpretazione di Radamès, il tenore Yusif Eyvazov ha fatto sentire buone cose, a cominciare dallo squillo del registro acuto, diverso però per colore dal registro grave, dove, se non attentamente controllato, il timbro delle vocali aperte perde incisività. Entrambi i protagonisti hanno fornito un’interpretazione poco intensa, dove non si è visto molto di quel delicato trasporto, misto a inquietudine per la situazione avversa, che caratterizza questa coppia di amanti.

2018-06-23, Arena, Aida (photo Ennevi, Fondazione Arena)

2018-06-23, Arena, Aida (photo Ennevi, Fondazione Arena)

È piaciuta molto invece l’Amneris di Violeta Urmana, dotata di un bel timbro di mezzosoprano, deciso e dal colore omogeneo, di estensione e intensità. Ottima anche la prova di Sebastian Catana, nei panni di Amonasro, baritono dal registro esteso e ricco di armonici. Molto bene Romano Dal Zovo, che ha voce profonda e voluminosa, precisione ritmica e la giusta presenza scenica per il personaggio del Re. Meno incisivo e preciso il Ramfis di Vitalij Kowaljow, comunque sostanzialmente corretto.

Scenicamente tutti i protagonisti sono stati piuttosto limitati nei movimenti da una regia statica, che come si è detto punta alla monumentalità delle scene, più che al movimento. Situazione che condiziona anche le coreografie, costrette per linee trasversali, senza possibilità di sfruttare la profondità della scena. Il corpo di ballo ha fatto comunque del suo meglio, come pure gradevoli sono state le performance dei primi ballerini Beatrice Carbone, Petra Conti e Gabriele Corrado.

A trarre vantaggio dalla disposizione scenica, almeno dal punto di vista strettamente musicale, è invece il coro, preparato da Vito Lombardi, che ha fatto la sua bella figura esibendosi praticamente in formazione da concerto, distribuito ai lati della piramide e ben diviso in comparti. Buona la direzione di Jordi Bernàcer, che ha tenuto bene i sincronismi, e efficace anche la sua concertazione, ben adattata ad ogni singolo momento, con le giuste dinamiche e colori, resi per altro al meglio dalla buona prova orchestrale. In definitiva una Aida dignitosa, pur senza spunti degni di nota, buona a continuare il tradizionale legame con l’Arena di Verona.

Paolo Corsi

Foto in alto: 2018-06-23, Arena, Aida (photo Ennevi, Fondazione Arena).

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Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo Corsi è nato a Verona e vive in provincia di Trento. È attore, autore e critico teatrale. Da sempre appassionato d'opera, ha studiato canto e si è esibito come solista e in varie formazioni corali, partecipando come corista ad alcuni allestimenti di opere di Verdi, Rossini e Mozart. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it