4 giugno 2018
Angela Bosetto (21 articles)
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Nicola Benois e il suo mondo di finzione dipinta

Poco persuaso dei moderni scenografi-ingegneri, la sua galleria di schizzi, figurini e bozzetti è già testimonianza di un costume artistico e teatrale e di una storia visiva dell’interpretazione operistica del nostro secolo che non può essere dimenticata —

Complice il ruolo di direttore degli allestimenti scenici scaligeri, ricoperto dal 1937 al 1970, lo scenografo, costumista e pittore Nicola Benois viene solitamente indicato come “l’artista della Scala”, teatro dove giunse poco più che ventenne nel 1925, al seguito di Aleksandr Sanin. Qui prese il posto di Caramba alias Luigi Sapelli, scenografo stabile per volontà di Arturo Toscanini, e curò personalmente scene, abiti, bozzetti, dipinti, e all’occorrenza anche gioielli, di centoventisei nuovi spettacoli, lavorando con tutte le massime star dell’epoca, in primis Maria Callas. Benois promuoveva il principio di unità stilistica fra i vari elementi, legato a quello di ricostruzione fedele all’epoca storica in cui si svolge l’opera.

Lo scenografo — al secolo Nikolaj Aleksandrovič Benua, nato il 2 maggio 1901 a Oranienbaum, San Pietroburgo, e spentosi a Codroipo, Udine, il 31 marzo 1988 — fu anche uno dei grandi esteti dell’Arena sino al 1971, anno in cui diede l’addio a Verona, portando nell’anfiteatro l’edizione di Romeo e Giulietta di Sergej Prokof’ev creata per la Scala, dalla quale provenivano anche i danzatori capitanati da Carla Fracci e James Urbain.

1971, Romeo e Giulietta (Photo Fondazione Arena)

Figlio d’arte di Aleksandr Nikolaevič Benua (direttore scenico del Teatro Mariinskij, nonché costumista e scenografo dei Balletti Russi di Sergej Djagilev) e di Anna Karlovna Kind (nipote di Johann Friedrich Kind, librettista di Carl Maria von Weber), Nicola Benois esordì in Arena nel 1935, con il balletto di Nikolaj Rimskij-Korsakov Shéhérazade e con l’opera di Alfredo Catalani Loreley, delle quali firmò gli allestimenti seguendo la lezione della scena pittorica, con giochi di luce a effetto e costumi colorati. Dopo tredici anni di assenza, tornò a Verona per l’evento organizzato il 16 agosto 1948 con il Corpo di Ballo della Scala, in occasione del quale si occupò di Coppelia di Leo Délibes, Invito alla danza di Von Weber e Cappello a tre punte di Manuel de Falla.

Nel 1951 Benois — all’epoca direttore degli allestimenti estivi — ebbe la possibilità di plasmare la propria monumentale Aida, dove sfruttò lo spazio del palco grazie a un dispositivo rotante di strutture girevoli su piattaforme carrellate, e quello dei gradoni tramite la distribuzione stratificata della cornice architettonica. Allo stesso tempo mise a punto, insieme a Vittorio Filippini, Andrea Chénier di Umberto Giordano.

1957, La bohème (Photo Fondazione Arena)

L’anno chiave del sodalizio fra l’Arena e l’artista russo fu il 1952, quando Benois, che ricopriva nuovamente la carica di direttore in coppia con Filippini, seguì tre opere: Boris Godunov di Modest Petrovič Musorgskij, L’incantesimo di Italo MontemezziCavalleria rusticana di Pietro Mascagni, e tre balletti, ovvero Gaieté Parisienne di Jacques Offenbach, Il lago dei cigni e La bella addormentata di Pëtr Il’ič Čajkovskij del quale fu la prima esecuzione in Italia, il 16 agosto di quell’anno. La vera sfida creativa stava in uno specifico dualismo del programma: da un lato il capolavoro di Musorgskij, titolo destinato a ossessionare per tutta la carriera Benois, che lo vedeva come un punto di confronto con le aspettative del pubblico, ma anche con se stesso, e di cui solo alla Scala fece quattordici diverse produzioni; dall’altra la première mondiale de L’incantesimo.

Se per l’opera di Montemezzi Benois immaginò un elegante e fiabesco castello rupestre, per il Boris Godunov areniano, nel quale cantava anche la sua seconda moglie, il mezzosoprano Disma De Cecco, ideò un enorme trittico di portali inseriti in un contesto ispirato all’iconografia slava, che spalancandosi favorivano le scene di massa e chiudendosi comunicavano il raccoglimento necessario a quelle più intime. «Gli strenui difensori dei valori spaziali dell’Arena allibiranno o strilleranno forte — affermò Bruno De Cesco su L’Arena — ma Nicola Benois, che lo scorso anno ha dimostrato di avere in bella misura un devoto rispetto degli incontrovertibili attributi teatrali del nostro Anfiteatro, ha mirato questa volta ad appoggiare la sua tesi estetica alla sostanza musicale dello spartito, piuttosto che alle didascalie del libretto».

1952, Boris Godunov (Photo Parolin, Fondazione Arena)

Nell’agosto 1954 si svolsero in Arena tre serate di balletti con gli allestimenti dei Benois padre, con Il lago dei cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij e Le Silfidi di Fryderyk Chopin e figlio, con Capriccio spagnolo di Rimskij-Korsakov, Il fiume innamorato di Renzo Bianchi e Coppelia di Leo Délibes, ma purtroppo oggi rimane ben poco in merito. Furono invece ben documentati i fantasiosi fondali con struttura a scena multipla pensati per La bohème di Giacomo Puccini nel 1957. Nel 1967 l’artista venne ufficialmente accreditato sul cartellone anche come costumista e lavorò al dittico Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e i balletti, ovvero Il principe Igor’ di Aleksandr Borodin e Suite ucraina del trio SvečnikovRojdestvenskij e Roussinov, per il quale realizzò un unico impianto volumetrico che si differenziava in base all’uso del colore: monocromia per l’opera di Mascagni, tinte vivaci e ornamenti bizantini per la danza.

La sobrietà geometrica e cromatica, applicata per espressa volontà del regista Sandro Bolchi, fu il tratto distintivo de Il Trovatore verdiano del 1968, mentre per Manon Lescaut di Giacomo Puccini del 1970, Benois attinse a piene mani alla tradizione decorativa del teatro russo al chiuso. Tuttavia la stampa rimase tiepida: «Abbiamo quasi l’impressione che questa Manon Lescaut di Nicola Benois ci riporti esteticamente indietro di almeno una trentina d’anni» osservava De Cesco, segno che la moda era cambiata e che dagli allestimenti operistici ormai si pretendeva altro.

1967, Cavalleria rusticana (Photo Irifoto, Fondazione Arena di Verona)

«Con la scomparsa di Benois finisce un mondo: quello dei fondali dipinti, dei pittori scenografi, dei maestri della prospettiva e dell’illusione scenografica» scrisse in sua memoria il critico musicale Angelo Foletto, ricordando anche come Benois fosse diventato una voce della coscienza storica, in quanto «poco persuaso dei moderni scenografi-ingegneri, aveva continuato a credere nel ruolo magico della finzione dipinta. La sua galleria di schizzi, figurini e bozzetti è già testimonianza di un costume artistico e teatrale e di una storia visiva dell’interpretazione operistica del nostro secolo che non può essere dimenticata». Proprio come lo celebra la Scala, che non perde occasione per dedicargli mostre e iniziative, è importante che anche l’Arena lo ricordi e gli esprima la gratitudine a lui dovuta.

Angela Bosetto

Foto in alto: 1948, Coppelia (Photo Bertolazzi, Fondazione Arena)

Angela Bosetto

Angela Bosetto

Angela Bosetto è nata a Verona, si è laureata in lettere a Trento, ha conseguito un master in Scritture per il Cinema a Gorizia e ha pubblicato il saggio “Sette passi nel terrore. Edgar Allan Poe secondo Roger Corman” (Perosini). Giornalista pubblicista, collabora con la Rivista del Cinematografo e il quotidiano L’Arena, occupandosi di letteratura, cinema, storia e opera lirica.