28 maggio 2018
redazione (269 articles)
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Magnetismo e macabri presagi convivono nella Salome di Nadja Michael

INTERVISTA – Il soprano racconta la spiritualità che la lega al personaggio: «Anche l’artista ha bisogno di speranza. Quando studio, scrivo, canto, sento che c’è un’energia che ci connette. Creiamo la vita con i nostri pensieri, come, appunto, Salome: se Jochanaan non la guarda, a lei sembra di non esistere» 

Dal 20 al 27 maggio il soprano Nadja Michael ha interpretato il ruolo di Salome al Teatro Filarmonico di Verona (20, 24, 27/05). Le abbiamo rivolto alcune domande.

Salome è uno dei suoi cavalli di battaglia. Quali aspetti l’hanno affascinata maggiormente del personaggio vocalmente e umanamente?
Nadja Michael. «Salome è un ruolo che ha infinite sfaccettature, interpretarla una sola volta non è sufficiente. La situazione in cui si trova Salome ha un contorno sociale complicato e decadente, tutti i rapporti che ha sono disfunzionali. Per quanto riguarda la musica, con quella di Strauss si cresce artisticamente e ogni volta si trova un approfondimento diverso. Dentro la storia, dentro il personaggio, dentro la musica si scopre l’essere umano. La ragazzina diventa donna e inizia a conoscere l’amore fisico. Ogni produzione sceglie le opzioni da percorrere per presentare la situazione. È un’opera difficile e bisogna trovare un cast che possa rispondere alle richieste dello spartito. Strauss ha detto che per Salome c’è bisogno di «una voce da Isolde nel corpo di una diciassettenne». La voce è importante perché deve inserirsi in un contesto dove l’orchestrazione è ricchissima, e il giovane direttore Michael Balke l’ha trattata con perizia ed entusiasmo. Nostalgia e purità sono gli aspetti che mi hanno sempre colpito del personaggio. Salome è pervasa dalla nostalgia perché non riesce ad essere in sintonia con un altro essere umano, non sopporta più le persone che le stanno intorno e ne risente moltissimo. Inoltre ha una sua purità, che dimostra quando comincia a rivolgersi a Jochanaan».

Nel libretto di Salome ci sono dei tratti somatici e narrativi che la emozionano, una dialettica che la colpisce?
Nadja Michael. «Lo sguardo e la parola sono i due motori che costruiscono la narrazione, ci sono alcune parti coinvolgenti. Ad esempio, il paggio a Narraboth: “Tu la guardi sempre. La guardi troppo. È pericoloso guardare qualcuno in questo modo…Non devi guardarla. La guardi troppo”. Salome: “Perché il tetrarca sta continuamente a guardarmi con quegli occhi di talpa sotto le palpebre convulse?”. E ancora: “È piacevole guardare la luna. La luna è un fiore d’argento, freddo e casto. Si, è come la bellezza di una fanciulla che sia restata pura”.
Tutta l’opera è costellata di sguardi, mentre la parola si trasforma in anima: “Che strana voce! Mi piacerebbe parlargli…”. Salome a Narraboth: “Narraboth, si, ti guarderò e forse ti sorriderò”. “Di tutto più terribili gli occhi. Sono caverne nere dove hanno nido i draghi!”. “Com’è consunto! È come una statua d’avorio. Certo è casto come la luna”.
Tutte le parole che dicono i due personaggi sono pure, sono questi i tratti che mi toccano molto».

2018-05-17, Filarmonico, Salome (photo Ennevi, Fondazione Arena)

Si è trovata a suo agio nell’allestimento di Verona con la scenografia, la regia, le luci, la coreografia?
Nadja Michael. «Nonostante un periodo di prove breve per un’opera così complessa, benché concentrata, alla fine mi sono trovata molto bene. Michele Olcese, che aveva a disposizione mezzi limitati, ha fatto miracoli. Ha ripreso le colonne da un’altra opera e lo spazio, pur essendo piccolo, dava un’ottima prospettiva. Marina Bianchi è amabile, ha una grande anima, sa come comporre, come parlare alle persone e come creare gli spazi. Per l’azione coreografica c’è stato bisogno di più tempo. Marina e Riccardo Meneghini avevano delle preoccupazioni a lasciarmi sola nella danza dei veli. Tutti si aspettano che Salome danzi e abbiamo trovato una formula giusta: una sottoveste di colore chiaro ed evanescente e dei bendage a cintura che avvolgono il corpo evocando tratti primordiali».

La luna è uno degli elementi fondanti del poema sinfonico di Strauss, simboleggia la notte, i sentimenti, la magia. Lei che rapporto ha con la spiritualità, con la luna?
Nadja Michael. «Io amo questa parte della giornata, ma allo stesso tempo la temo a causa dei pensieri che possono togliere il sonno. Subentrano sentimenti come la nostalgia e il rimorso. Con il sole tutto è visibile, con la notte si può vedere nel cuore e nella mente. La luna mi piace moltissimo, infatti mia figlia si chiama così. Le racconto una storia: quando ero ancora mezzosoprano e stavo cantando Aida a Macerata nel ruolo di Amneris, ho scoperto di essere incinta e c’era una luna meravigliosa. Ho promesso che se fosse stata una femmina si sarebbe chiamata Luna. Immanuel Kant ha detto che nella vita abbiamo bisogno di spiritualità. Sono nata e cresciuta nella Germania dell’Est e la religione non ha fatto parte della mia crescita, ma mi manca tantissimo perché senza un po’ di fede la vita sarebbe grigia. Anche l’artista ha bisogno di speranza. Quando studio, scrivo, canto, sento che c’è un’energia che ci connette. Creiamo la vita con i nostri pensieri, come, appunto, Salome: se Jochanaan non la guarda, a lei sembra di non esistere».

2018-05-17, Filarmonico, Salome (photo Ennevi, Fondazione Arena)

I suoi grandi successi di Salome sono stati alla Scala nel 2007, Londra nel 2008 e San Francisco. Cosa ricorda di quei momenti?
Nadja Michael. «Alla Scala è stata la mia prima Salome. In quel periodo stavo facendo il passaggio da mezzosoprano a soprano. Ho un bellissimo ricordo di Luc Bondy, grande regista che ha lavorato molto su di me ed è riuscito a creare un personaggio dalle mille sfaccettature. A Londra fu un successo e il merito è soprattutto di David McVicar, che ha capito il momento che stavo vivendo e di cui apprezzai l’allestimento. A San Francisco è stata un’altra esperienza da ricordare con Nicola Luisotti. Ho appreso molto cantando al pianoforte con lui e sono una sua  ammiratrice».

Oltre alla Scala in che altri teatri italiani ha cantato?
Nadja Michael. «Ho frequentato molti teatri in questo Paese, devo molto all’Italia perché è qui che ho cominciato la mia carriera come mezzosoprano. Come soprano invece ho cantato alla Scala e Erwartung a Spoleto».

A quali altre opere è particolarmente legata?
Nadja Michael. «Sono innamorata del personaggio di Brunilde de La Valchiria e di Turandot».

Perché le piace Puccini?
Nadja Michael. «Lo trovo meraviglioso, apprezzo il personaggio di Turandot che assomiglia a Salome: mi emoziona e mi suscita empatia. Un’altra opera di Puccini che amo è La Fanciulla del West, mentre un altro personaggio che mi piace è Fosca di Antônio Carlos Gomes. È un’opera enorme, che paragono all’Elettra italiana».

Foto in alto: 2018-04-17, Filarmonico, Salome (photo Ennevi, Fondazione Arena).

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