2 maggio 2018
Paolo Corsi (12 articles)
Share

Anna Bolena un po’ kitsch con grande spazio alla musica

RECENSIONE – La regia di Graham Vick pare meno ispirata di altre occasioni, ma la ripresa al Filarmonico di Verona dell’allestimento del 2007 supera la prova. Performance del cast non entusiasmante ma comunque convincente –

Per quanto già conosciuto sia in Italia che in Europa, Gaetano Donizetti deve ad Anna Bolena il primo significativo apprezzamento a livello europeo del suo ingegno compositivo. È in quest’opera, infatti, che il suo comporre per il teatro fa un salto di qualità, creando modelli per successive scritture. I duetti, i terzetti e i concertati, specialmente nel secondo atto, prendono qui una forza espressiva non conosciuta nelle opere precedenti. Oltre a ciò vi è un finale arricchito dalla prima grande scena di pazzia scritta dal compositore per il soprano. Si tratta di una soluzione drammaturgico-musicale cara al primo romanticismo italiano, che rappresenterà il fulcro di molte opere del periodo. La pazzia quale unica via di fuga per le eroine dai propri drammi irrisolvibili dà ai compositori l’occasione per scrivere melodie struggenti e colorature per i più alti virtuosismi. Siamo infatti in pieno periodo belcantista e non vi è dubbio che il teatro musicale dell’epoca sia più interessato al canto che al teatro.

Anche l’allestimento di Anna Bolena al Teatro Filarmonico di Verona, che ripropone quello del 2007, asseconda questo orientamento. L’aspetto innovativo si concretizza nella particolarità di scene in plexiglass, opera di Paul Brown, che ricreano l’opaca trasparenza delle sale del palazzo reale, mentre una lunga passerella è il luogo principale dell’azione, racchiusa in una scena prevalentemente spoglia. Dello stesso Brown anche i costumi dai colori accesi, che contrastano il prevalente nero-grigio. Attorno alla passerella, occasionalmente ruotata di alcuni gradi, si dispone il coro, che nell’idea del regista Graham Vick, non è personaggio, bensì un elemento con funzione narrante, alla maniera del coro nel teatro greco, che si rivolge più al pubblico che ai protagonisti.

2018-04-29, Filarmonico, Anna Bolena (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Il susseguirsi delle scene somiglia ad una sequenza di fermi immagine, che creano i contesti dentro i quali è calata la vicenda, animata dalla musica più che dal movimento. In alcuni di questi contesti è introdotto un elemento simbolico, come la gigantesca spada incombente sulla scena quale presagio funesto, o le grandi finestre con i vetri rotti che fanno da sfondo alla scena della pazzia, riferimento al rompersi di qualcosa nella mente.

Un chiaro esempio di questo taglio interpretativo è la scena dell’incontro dei reali con Lord Percy: Enrico VIII e Anna Bolena montano enormi cavalli finti, quello del re addirittura congelato in una statica posizione rampante, il tutto sotto una persistente nevicata. Una scena che potrebbe stare in un souvenir sfera di neve, simbolo del kitsch più estremo. Sopra una trama poco intrigante, dove i versi del libretto sono ripresi più volte secondo lo stile belcantista, se la musica non ha sempre la necessaria forza espressiva, come nel primo atto, una lettura registica di questo tipo rischia di sovrapporre staticità a staticità. Di conseguenza la prima parte dell’opera rimane sotto più punti di vista poco interessante.

Quanto all’aspetto musicale, va innanzitutto apprezzata la conduzione pulita e diligente del direttore Jordi Bernàcer, che ha guidato un’orchestra sempre pronta e ricettiva. Ancora una volta buona la prestazione del coro, valutabile però quasi unicamente a livello musicale, dato lo scarso impegno scenico richiesto. Nei panni di Anna Bolena, la soprano moldava Irina Lungu, ha sfoggiato un canto agile e armonioso, che ha entusiasmato nel pezzo probabilmente a lei più congeniale, cioè proprio l’aria della pazzia (“Al dolce guidami”). D’altro canto le è però riuscita meno bene la caratterizzazione del tratto eroico della regina, che si dovrebbe esprimere con decisa presenza vocale nelle scene corali e soprattutto nei vari sovracuti finali, che invece sono risultati un po’ troppo timidi.

2018-04-29, Filarmonico, Anna Bolena (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Molto bene, a dispetto di un’annunciata indisposizione, Annalisa Stroppa, dotata di una voce potente ed estesa, forse quasi sovradimensionata per il personaggio remissivo di Giovanna di Seymour. Mirco Palazzi è stato un convincente Enrico VIII, perfettamente a suo agio nella tessitura medio-grave del basso, ma meno negli acuti. Il tenore Antonino Siragusa nei panni di Lord Percy, ha impressionato con il suo timbro incisivo e brillante, facile in tutta la gamma, anche se con qualche piccolo cedimento nel finale. Bene anche Manuela Custer, che ha interpretato il paggio Smeton, sostituendo l’indisposta Martina Belli, Nicola Pamio, un corretto Sir Hervey, e infine il giovane e sempre valido Romano Dal Zovo. Difficili tuttavia da valutare gli artisti dal punto di vista scenico, se non attribuendo loro il merito di aver saputo assecondare una regia che ne ha volutamente limitato il raggio d’azione.

Paolo Corsi

Foto in alto: 2018-04-29, Filarmonico, Anna Bolena (Photo Ennevi, Fondazione Arena).

Cartellone
Foto
Video
Recensione

Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo corsi vive a Trento ma è Nato a Verona. È un attore, un autore e un critico teatrale. Ha anche studiato canto e si è esibito in diverse opere come parte del coro. Oltre alle sue doti artistiche e alla passione per il teatro e la musica, lavora come professionista in informatica. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it