16 Apr 2018
Camilla Cortese (10 articles)
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Polvere di stelle, la dolce vita veronese di Maria Callas

Una cometa ha attraversato la storia della città scaligera lasciando dietro di sé la leggenda di un mito, dove diventa difficile separare verità e fantasia.

Per Shakespeare “Non c’è mondo per me aldilà delle mura di Verona” e forse è anche per questo che se metti un grande teatro, l’Arena, in una città piccola come Verona, ecco che le leggende iniziano a fiorire assieme ai ricordi di luoghi, persone, celebrità. Così è successo per Maria Callas, una cometa che ha attraversato la storia della città scaligera lasciando dietro di sé polvere di stelle dove, destino di ogni mito, diventa difficile separare verità e fantasia. Eco di una “dolce vita” che non stava solo nel cinema di Fellini o tra le luci delle metropoli, c’è stato un tempo in cui la Callas si esibiva e abitava a Verona (1947-1955), anni dorati in cui sul liston in Piazza Bra passeggiava il jet set della lirica internazionale e tra gli sguardi estasiati della gente, sotto l’Arena vedevi Renata Tebaldi, Giulietta Simionato, Franco Corelli, Mario Del Monaco, Nicola Rossi Lemeni, Maria Pedrini, Elena Nicolai… solo per ricordare alcuni nomi.

Sullo stesso liston, 71 anni dopo il debutto della Divina nell’anfiteatro veronese, abbiamo raccolto le confidenze degli habitué, di coloro che la Callas giurano di averla vista e conosciuta, di albergatori e ristoratori testimoni di notti magiche, dei bambini di allora che l’estate del 1947 erano presenti sia alla Gioconda di Amilcare Ponchielli, con Maria Callas protagonista, sia all’esibizione della Tebaldi, Margherita nel Faust di Charles Gounod. Il tempo non ha spento l’eco di una rivalità mai sopita, in parte reale e in parte fomentata dai giornali: «La voce della Tebaldi era migliore – racconta oggi un’anziana melomane – ma si sa, chi è dotato di grande talento e muore giovane è destinato a diventare un mito».

Maria Callas

Maria Callas

Tutto inizia nel 1913 quando il tenore veronese Giovanni Zenatello, dopo aver fatto fortuna in America, torna in riva all’Adige e in una notte illuminata dalla luna entra in Arena con la compagna, la cantante Maria Gay. È con loro l’amico e direttore d’orchestra Tullio Serafin che accompagna al violino il mezzosoprano nella romanza “O cieli azzurri” di Aida. Colpiti dall’acustica del luogo, i tre si recano entusiasti al ritrovo degli artisti, il ristorante Löwenbräu (in seguito si chiamerà Pedavena e poi Brek). Qui Zenatello – con la figlia e assistente Nina, il Maestro Ferruccio Cusinati, l’impresario Ottone Rovato e l’architetto Ettore Fagiuoli  – inventa (e, si dice, finanziò di tasca propria) l’opera in Arena.

Verona vide passare Giacomo Puccini, Pietro Mascagni, Franz Kafka, la principessa Letizia di Savoia e Gabriele D’annunzio, i cui ritratti in foto e con dedica si vedono ancora in qualche palazzo del centro storico; poi sopravvisse alla guerra. Tutti erano più poveri ma felici di essere ancora al mondo, in una città che viveva la sua piazza e dove ogni ristorante aveva la sua vocazione: l’Olivo apparteneva a mediatori di auto usate e vi suonava un’allegra orchestrina; il Tre Corone era il ritrovo dei ricchi mentre al Pedavena si riunivano gli artisti e, durante la stagione lirica, gli inviati dei giornali e i grandi critici. Tra loro Renato Simoni, seduto al solito tavolo accanto alla colonna, accaldato, scamiciato, spesso in compagnia del commendator Meneghini. Al bancone c’erano gli artisti in bolletta, quelli che pagavano il pasto con i propri quadri, pronti a giurare di aver assistito al primo incontro del soprano greco Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos con Giovanni Battista Meneghini, “colui che fece di lei la Callas”.

Ma come arrivò a Verona quella bella ragazza mora, talentuosa e in carne, che i veronesi ricordano umile e non particolarmente curata, quasi a ribadire che la successiva fama e splendore fosse tutta opera loro? Ritiratosi dalle scene, Zenatello aprì a New York una scuola di canto. Si dice che negli anni Quaranta i più importanti cantanti lirici europei passassero da lui prima di esibirsi nei teatri americani. A questo punto l’incontro con la Callas ha diverse versioni. Quella più accreditata spiega che fu Nicola Rossi Lemeni a mettere in contatto una Callas per niente sprovveduta con Zenatello, il quale, dopo averne apprezzato le qualità canore, la ingaggiò per una cifra piuttosto bassa. Maria Callas arrivò in nave accompagnata da Louise Caselotti, cantante e moglie dell’agente Eddie Bagarozy, con cui aveva un contratto-capestro che le diede problemi in anni successivi. Sfogliando un album di proprietà dei testimoni dei fatti di allora, si vede una foto del ‘47 in cui le due passeggiano felici sul liston accanto a Meneghini.

La versione che si colora di toni fiabeschi racconta invece che nella primavera del 1947 a New York si presentò da Zenatello per un’audizione una bellissima signora, molto elegante, aspirante soprano, accompagnata al pianoforte da una ragazza più giovane, ovvero Maria Callas. Il tenore-impresario non rimase particolarmente colpito dalle qualità canore della donna, intuì invece le potenzialità della pianista, che rispose di sì quando lui le chiese se oltre a suonare sapesse anche cantare: le fece intonare un inizio di romanza e subito dispose con la figlia Nina che le si facesse il biglietto per l’Italia. Anche se ci sono versioni discordanti sul fatto che Meneghini abbia pagato il viaggio è comunque questa la versione che ancora oggi piace di più ai veronesi.

Inizia così la storia in riva all’Adige di un mito mondiale, di una donna che la fantasia di una città di provincia voleva dipinta al suo arrivo in Italia con abitini di poco valore e valigie di cartone, con una grande fame, tanto che il primo cameriere che le servì un pasto, dopo averle portato du spaghetini, affermò di averla indirizzata al Pedavena, perché «Maria amava mangiare e lì le porzioni erano abbondanti». Ancora oggi qualcuno si spinge a dire che il più famoso soprano di tutti i tempi «durante la notte “svaligiava” il frigorifero».

Hotel Accademia

Hotel Accademia

Polvere di stelle, fantasia e realtà condite dal mito anche sul pianoforte del Pedavena, con cui la Callas veniva accompagnata per prepararsi con il Maestro Cusinati, che sarebbe ancora visibile entrando nella “casa giusta”; o sul famoso gessetto sul palco dell’Arena, con cui Nina Zenatello disegnava i passi che il soprano doveva fare durante le prove, in modo da poter calcare la scena senza occhiali… perché Maria Callas era miope, e questo era vero.

Maria non era affatto una sprovveduta o una povera derelitta. Serafin e Cusinati non crearono dal nulla il talento di un’artista che aveva già frequentato grandi teatri, aveva già conosciuto il successo e si trovava in Italia consapevolmente alla ricerca di ulteriore fortuna. Molto è stato scritto sul matrimonio con Meneghini, che aveva 30 anni più di lei. Indagando su cosa sia rimasto delle dicerie a tanti anni di distanza, chi afferma di averli conosciuti racconta che forse sì, non erano innamorati, ma certo sapevano fare squadra; che lui curò i suoi primi contratti facendola studiare; che lei metteva a disposizione il loro autista per far fare dei giri ai bambini del Pedavena, che poi interrogava: «Cosa dice la gente di me?», perché Maria era anche una donna fragile e temeva le critiche.

Un testimone racconta che un fioraio veronese innamorato del soprano Maria Pedrini, una sera dopo Aida, attese in un caffè del liston la cantante nascondendo un enorme mazzo di fiori sotto il tavolo. Quando lei arrivò, la raggiunse baciandole le mani e offrendole i fiori fra gli applausi degli amici, che contagiarono tutti i clienti del locale. Il soprano sprofondò il viso tra i fiori e proseguì raggiante sfilando fra i battimani verso il Pedavena. L’idea piacque a Meneghini che la mattina del debutto di Maria Callas, ormai conosciuta e sostenuta dalla gente della piazza, andò dallo stesso fioraio e aprì il suo capiente portafogli per richiedere «un omaggio floreale mai visto» che avrebbe amplificato l’effetto del trionfo. Dopo l’esibizione della Divina, camerieri in giacca bianca stapparono fiumi di champagne e Meneghini pagò il conto a tutta la compagnia del Pedavena.

Perché Piazza Bra nel dopoguerra era come una grande famiglia fra avventori, pensionanti, bambini e artisti. Gli spettacoli di lirica in Arena animavano le estati cittadine e fino agli anni Settanta con l’opera si faceva mattina. L’entrata nell’anfiteatro era suggestiva, con uomini in smoking e donne in soirée elegantissime, poi all’uscita era festa. In piazza, lungo il liston, fiorivano poesie dialettali sulle imprese amorose di sarte corteggiate da tenori e di camerieri che seducevano le mogli degli ufficiali, su chef che indossavano la toque blanche per offrire un pasto ai poveri, su personaggi veri ed umani, su giorni più lenti e più lieti in cui si viveva di passione per la musica: era “la dolce vita veronese”, mentre la stella di Maria Callas acquistava luce e spiccava il volo, mentre ai veronesi non sembrava vero di poter dire: «L’abbiamo inventata noi!».

Camilla Cortese

Foto in alto: Maria Callas in Piazza Bra a Verona con Giovanni Battista Meneghini.

Camilla Cortese

Camilla Cortese

Camilla Cortese nasce nel 1982 a Verona. Odia i numeri, ma parlano più in fretta delle lettere, quindi… quattro lingue, due lauree, di cui una in giornalismo, otto redazioni, sette lavori, un licenziamento. Oggi è consulente di comunicazione e giornalista free lance. E poi una casa, due gatti, trenta piante, milioni di parole in testa e due romanzi (per ora). camilla.cortese@hotmail.it