25 marzo 2018
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Dalle Nozze in bianco del 1994 alla trilogia mozartiana del 2006

L’ultima rappresentazione de Le nozze di Figaro andò in scena al Filarmonico di Verona nel 2006 per celebrare i 250 anni dalla nascita di Mozart. Fu proposta la trilogia del compositore austriaco: Le nozze di figaro, Così fan tutte, Don Giovanni –

Le Nozze “in bianco” di Figaro. Sul gioco di parole provocato dalla pulita ma elegante scenografia di Maurizio Fercioni, caratterizzata dalla tonalità dominante del bianco, si sbizzarrirono diversi titoli di giornale. Un allestimento delizioso, quello andato in scena nel 1994 per la regia di Tobias Richter al Filarmonico di Verona. L’opera mozartiana veniva riproposta 15 anni dopo l’ultima edizione di cui si trova traccia negli archivi dell’ex ente Lirico di Verona (1979). In quell’occasione lo spettacolo fu curato dal Mozarteum di Salisburgo, per la regia di Boleslav Barlog (sul podio i maestri Leopold Hager e Josef Wallnig). L’ultima rappresentazione è invece del 2006, quando l’opera fu messa in scena in omaggio al 250° anniversario della nascita di Mozart (2006).

1979, Filarmonico, Le nozze di figaro (Photo Fondazione Arena)

1979, Filarmonico, Le nozze di figaro (Photo Fondazione Arena)

Le nozze di Figaro del 1994 poggiavano almeno su tre certezze: «un regista di grande esperienza mozartiana, un direttore d’orchestra giovane, ma già in confidenza con diversi palcoscenici italiani (Stephan Anton Reck) e un cast orfano –  a parte Alessandro Corbelli (Conte d’Almaviva) – di grandi nomi, tuttavia ricco di stimoli e belle speranze», scriveva Davide Adami sul settimanale Verona Sette.

«Il carattere di trasgressione sociale e di scontro tra classe aristocratica e borghese, che emergeva nel Settecento, ha già perso di attualità», spiegava il regista tedesco nell’intervista rilasciata al giornalista. «Abbiamo quindi privilegiato la chiave psicologica del rapporto tra personaggi. L’aspetto teatrale, con i volti inizialmente tutti bianchi, è stato accentuato proprio per sottolineare il carattere scenico, di universalità, della vicenda, e mostrare questo gruppo di coppie di giovani che attraversa con vitalità le spinte dell’amore». Oltre alla commedia degli equivoci, c’è dunque «la grande commedia umana, la dimensione più intima dell’opera». Un insieme di figure «messe dentro un contenitore teatrale», riprendendo le parole di Richter, una “scatola” settecentesca «all’insegna del realismo, ma non del naturalismo».

L’allestimento in bianco, che un anno dopo il maestro utilizzò anche per le rappresentazioni del Così fan tutte e del Don Giovanni a Strasburgo, piacque molto al soprano Laura Cherici (interprete di Susanna), custode – a tal proposito –  di un simpatico aneddoto: «In queste Nozze credo che il bianco annulli le distinzioni di classe tre personaggi, con la complicità tutta femminile tra la contessa e Susanna. Ma la cosa più curiosa è che l’ultima volta che ho interpretato il ruolo di Susanna l’allestimento era completamente nero».

Un gioco tra ironia e mistero, Le nozze di Figaro del ’94, portato avanti anche dalla bacchetta di Reck, il cui obiettivo era, come lui stesso disse, «allontanarsi dall’interpretazione tedesca di Mozart, più lenta e pesante, per cercare un ritmo più leggero e trasparente». Con conseguente impegno dell’orchestra di realizzare, per tutte le tre ore, «un ininterrotto arco di armonia e tensione per ciascun luogo dell’opera, senza interrompersi né enfatizzare».

1994, Filarmonico, Le nozze di figaro (Photo Fondazione Arena)

1994, Filarmonico, Le nozze di figaro (Photo Fondazione Arena)

Quanto alle voci, il 1994 fu l’anno veronese di Alessandro Corbelli (Oscar della Lirica 2017 come miglior baritono), grande interprete del repertorio brillante, che subito dopo Le Nozze mozartiane debuttò in Arena nella Bohème di Puccini. «Il  ruolo del Conte d’Almaviva – affermava il baritono piemontese, di adozione scaligera – mi affascina più di Figaro (ruolo affidato al baritono Lucio Gallo, forgiato da Elio Battaglia, nda) perché è un personaggio complesso, seduttivo ma perdente, alla fine comico. Un Don Giovanni mancato insomma».

La più recente edizione scaligera de Le nozze di Figaro, datata 2006, è tutta incentrata sul 250° dalla nascita del musicista prodigio. Un’occasione celebrata in “pompa magna”, con la messa in scena al Filarmonico, nell’arco di una sola settimana, dell’intera trilogia MozartDa Ponte: Le nozze di Figaro, Così fan tutte, Don Giovanni. Un’operazione esclusiva, fino ad allora mai adottata da alcun altro teatro.

Ad accomunare le tre opere è, tra le altre cose, «la totale padronanza con cui Mozart piega gli stili mediati dai generi musicali più vari agli obiettivi drammaturgici offerti dalla tradizione dell’opera buffa italiana», scrive Lidia Bramani nel Numero unico di Fondazione Arena, secondo la quale, merito del librettista veneto, invece, fu «dare alla rima il senso della vita e alla vita l’energia simbolica del teatro».

L’allestimento delle Nozze coprodotto con i Teatri Reggio Emilia, per le celebrazioni mozartiane, è firmato dalla regia di Daniele Abbado, con scene e costumi di Gianni Carluccio. «Un lavoro faticoso – spiega il regista, figlio del celebre direttore d’orchestra Claudio – ma al tempo stesso esaltante: un esercito di cantanti-attori molto coeso. Dal punto di vista espressivo, estetico, si riesce a passare dall’una all’altra opera con estrema naturalezza. Direi che se i linguaggi sono differenti, i contenuti sono gli stessi. Quindi diversissimi nel modo teatrale, ma identici nel background, dato dall’indagine sulla natura umana. E in senso lato del divertimento. Tutte e tre le opere abitano un non-luogo». Nello specifico, Le nozze di Figaro rappresentano «la perfezione espressiva, formale, linguistica, dietro cui tuttavia si cela un grande disordine sociale e interiore», dice Abbado, che mettendo in scena l’intera trilogia intese offrire al pubblico «l’opportunità di accostarsi al teatro di Mozart cogliendone il senso ad  ampio raggio».

Lo spazio che ospita Le nozze dirette da Abbado è astratto e al contempo simbolico: un palcoscenico installato su una pedana quadrilatero, accessibile per due lati da gradinate di diversa ampiezza, e capace di ruotare per suggerire articolazioni diverse della configurazione scenica. Un’idea di Carluccio, che per i suoi personaggi scelse invece costumi degli anni Cinquanta, in linea con lo stile novecentesco dell’arredo (fatto di tre armadi e alcuni specchi) indicatogli dal regista. Il cui obiettivo era «portare in scena l’intero percorso dell’animo umano, che qui inizia con la quotidianità di un uomo con un materasso sulle spalle, per finire nel terribile confronto tra Don Giovanni e la Morte». Nel cast di quell’anno figurano il baritono Davide Damiani nel ruolo del Conte d’Almaviva e il basso Nicola Uliveri in quello di Figaro.

A distanza di 12 anni al teatro Filarmonico, a partire da sabato 31 marzo, viene proposta la versione delle Nozze di Figaro del regista di Mario Martone, con la direzione di Sesto Quatrini (Intervista), le scene di Sergio Tremonti, i costumi di Ursula Patzak e la coreografia di Anna Redi.

Francesca Saglimbeni

Foto in alto: 2006, Filarmonico, Le nozze di Figaro, (Photo Brenzoni, Fondazione Arena).

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