22 Mar 2018
Paolo Corsi (18 articles)
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Gli allestimenti d’opera, tra tradizione e innovazione

La Manon Lescaut del regista Graham Vick alimenta le polemiche fra tradizionalisti e innovatori. Se gli allestimenti classici ricordano la grande tradizione dell’opera, le nuove sperimentazioni contribuiscono ad assicurarne il futuro. Assurdo pensare antagoniste queste due diverse visioni –

“Dunque, vedrete amar sì come s’amano gli esseri umani; vedrete de l’odio i tristi frutti. Del dolor gli spasimi, urli di rabbia, udrete, e risa ciniche!”. D’accordo, con questi versi di Ruggero Leoncavallo, inseriti nel Prologo dei suoi Pagliacci, siamo in pieno verismo, perciò è gioco facile dimostrare che l’opera lirica parla dell’uomo e delle sue passioni, le quali possono trovare nel tempo diverse forme per esprimersi, ma rimangono, da che mondo è mondo, sempre le stesse.

Ma come s’amano dunque gli esseri umani? Difficile credere che questa attitudine della nostra specie cambi da un’epoca all’altra. Prima del verismo di Leoncavallo e soci, Alexandre Dumas figlio scriveva, ispirandosi alla realtà, di una certa Marguerite Gautier, una prostituta di alto bordo, sacrificatasi per amore, senza tuttavia realizzare quella redenzione che la buona società del tempo avrebbe gradito. Di qui lo scandalo che la stessa protagonista, per l’occasione a nome Violetta Valéry, suscitò con la sua storia scabrosa ne La Traviata di Giuseppe Verdi.

Per sollecitare una simile disapprovazione al giorno d’oggi, si dovrebbe usare un termine come “escort” e magari riambientare la vicenda in un contesto di torbidi intrecci tra politica, affari e malavita. Possiamo giudicare certe ragazze come delle persone immature, ancora incapaci di sentimenti autentici, che offrono il proprio corpo in cambio di una vita all’insegna del lusso e del divertimento. Insomma, tradotto in linguaggio da melomani, delle tante Manon Lescaut. Anche se, dopo le recenti polemiche sull’allestimento dell’opera di Puccini con la regia di Graham Vick, sorge qualche dubbio che, su un certo pubblico, questo ragionamento possa fare presa.

Lo stesso Vick, in una Traviata areniana di qualche anno fa, sconcertò molti dei “duri e puri” dell’opera lirica, per aver reso troppo evidente l’ovvio. Non fu gradita, per esempio, l’immagine dei nottambuli dell’alta società, reduci dallo sballo a base di sesso, alcool e droga, che uscivano barcollando e vomitando dai locali del loro divertimento notturno. Come se ai tempi di Verdi, in cui è ambientata La Traviata, le stesse allegre comitive si fossero limitate a qualche carezza audace, spingendosi tutt’al più a una fumatina sospetta.

Nella recente Manon Lescaut veronese, è stata invece la scelta di appendere a mezzaria le prostitute,  chiuse in gabbie in attesa della deportazione, a ricevere il maggior biasimo per una regia definita da alcuni “oscena”. Ma se concordiamo nel ritenere la prostituzione una mercificazione del corpo della donna, declassato a puro oggetto, quale altra immagine potrebbe essere più efficace di questa? Poco graditi anche i baci, veri, tra Manon e De Grieux e l’atteggiamento dei due amanti nei momenti passionali, giudicato evidentemente troppo realistico. Perdiana, una cosa oscena e vergognosa, povero Puccini … ! E giù a stracciarsi le vesti! Come se ai tempi del Maestro queste cose non si facessero forse allo stesso modo.

2018-02-04, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2018-02-04, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Sarebbe fin troppo facile dimostrare quanto molte letture moderne siano assai rispettose del libretto, nonché capaci di recepire l’essenza dell’idea compositiva, tanto letteraria che musicale. E si potrebbe anche argomentare che la trasposizione scenica di un’opera scritta su carta, pur con varie indicazioni di messinscena da parte degli autori, diventa nella rappresentazione un lavoro autonomo, una creatura originale, che prende forma secondo la visione personale del regista. Ma il punto forse non è questo.

Volendo attribuire ai contestatori intelligenza e onestà intellettuale, assumiamo che ciò che si mette in discussione non sia tanto la capacità dei registi di questi allestimenti moderni di leggere e capire l’opera nella sua essenza, quanto piuttosto la scelta di rappresentarla al di fuori degli schemi dettati dalla tradizione. Non a caso vengono elogiati e portati ad esempio allestimenti storici, assolutamente ottimi e ancora oggi piacevoli da rivedere (in Arena si continua a riproporre il primo allestimento di Aida del 1913), ma che non andrebbero considerati quale modo unico e immodificabile di rappresentare l’opera.

Insomma, se nel libretto c’è scritto che Manon si fa disegnare un neo vezzoso sul viso dal parrucchiere, ma in sua vece un tatuatore le fa un bel ghirigoro sulla caviglia, la cosa non dovrebbe passare per un abominio, ma piuttosto per una scelta coerente, vista l’ambientazione moderna, ed è sicuramente un gesto più comprensibile ad un pubblico di cosidetti “non intenditori”.

Chi rimane arroccato su certe posizioni non si rende conto che sta relegando l’opera, nata e diffusasi come genere assolutamente popolare, in una nicchia che rischia di essere sempre meno frequentata. Al rassicurante piacere di rivedere il già visto e ben conosciuto, dovrebbe affiancarsi anche la curiosità per le nuove idee, capaci in molti casi di rendere il mondo dell’opera lirica ancora più attraente.

Paolo Corsi

Foto in alto: 2018-02-02, Filarmonico, Manon escaut (Photo Ennevi, Fondazione Arena).

Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo Corsi è nato a Verona e vive in provincia di Trento. È attore, autore e critico teatrale. Da sempre appassionato d'opera, ha studiato canto e si è esibito come solista e in varie formazioni corali, partecipando come corista ad alcuni allestimenti di opere di Verdi, Rossini e Mozart. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it

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