12 marzo 2018
Paolo Corsi (12 articles)
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La regia di Graham Vick esalta una riuscitissima Manon Lescaut

RECENSIONE – Ottimo allestimento al Filarmonico dell’opera pucciniana, che ad una musica travolgente affianca una regia ed un impianto scenografico di grande effetto –

Terza opera di Puccini, rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino nel 1893, Manon Lescaut è il lavoro con il quale il compositore lucchese raggiunge la fama internazionale. Musicalmente la si identifica ancora oggi come una delle più riuscite, in cui vi si riconosce un’abbondanza di idee melodiche che non si trova nelle opere successive. La genesi del libretto, non firmato, fu per contro tormentatissima. Vi misero mano in tanti, nel tentativo di tradurre in versi l’idea drammaturgica di Puccini, orientata alla descrizione delle situazioni psicologiche e al loro fluire, più che a indagare e caratterizzare i personaggi.

La fonte è il romanzo di Prévost Histoire du Chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut, musicato con successo da Massenet solo pochi anni prima per la sua Manon. Si sa che Puccini non temeva un confronto con il francese, convinto della sostanziale differenza di lettura che ne avrebbe dato: la “passione disperata” al posto della “cipria e i minuetti”. A ben guardare il libretto non è certo un capolavoro di sintesi, visto che lascia per strada molti tratti, anche importanti, della vicenda dettagliata nel romanzo, cosa che non giova alla consistenza drammaturgica. Ma d’altra parte in quest’opera la drammaturgia cede a una musica straripante, capace di reggersi in piedi quasi da sola. Ne è un esempio la staticità del quarto atto, dove i due protagonisti, soli in scena, quasi non si muovono, mentre la musica, cupa e disperata, poggia su poche parole ripetute in continuazione, accompagnando il dramma al tragico epilogo.

2018-03-04, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo FotoEnnevi, Fondazione Arena)

L’allestimento scenico di quest’opera può dunque fare la differenza, per chi non fosse totalmente concentrato solo sulla musica. Quello riproposto al Teatro Filarmonico di Verona, già in scena nel 2011, si distingue per la regia di Graham Vick, ripresa da Marina Bianchi, che offre una lettura moderna, approfondita, suggestiva, originale e decisamente accattivante. Totalmente funzionali alla lettura registica sono le scene di Andrew Hays e i costumi di Kimm Kovac, che ricollocano l’ambientazione settecentesca del libretto in una non meglio definita contemporaneità, dove si mischiano riferimenti a periodi storici successivi, giorni nostri inclusi. È questo il denominatore comune dei quattro atti, scenicamente molto diversi, in cui si snoda la vicenda.

Un’allegra e indisciplinata scolaresca invade la prima scena, dove si esprime tutta l’esuberanza giovanile, tra frizzi e lazzi e giochi da luna park. Nel secondo atto la casa di Geronte è un teatrino a quinte settecentesche, dove però il parrucchiere è un tatuatore, il maestro di ballo un fotografo che colleziona scatti da calendario della “diva”, e dove ci si sballa allegramente tirando di coca. Il terzo atto è il più suggestivo, con la scena della deportazione delle prostitute, intrappolate in gabbie appese in aria e calate a turno per il penoso imbarco. In questa scena, letteralmente sospesa a mezz’aria, complessa da tutti i punti di vista, si mischiano la disperazione dei due amanti, l’agitazione di Lescaut, l’appello delle deportate e i commenti della folla di curiosi. Qui più che mai ciò che si vede e ciò che si sente vanno di pari passo, creando un momento di grande suggestione. Nell’ultimo atto i due protagonisti sono soli, sul fondo di quella che è più una discarica che la landa desolata americana di Prévost. È il luogo infimo che si intravede fin dall’inizio, le fondamenta putride su cui poggia la costruzione effimera che nel suo sgretolarsi trascina i protagonisti al fondo. Nella visione di Vick prevale il concetto di lezione morale, impartita ai giovani studenti della prima scena, testimoni nell’ultima della fine di una passione che troppo tardi tenta di assurgersi a sentimento.

2018-03-04, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo FotoEnnevi, Fondazione Arena)

I cantanti hanno fatto bene la loro parte, a cominciare da Amarilli Nizza, una Manon molto convincente anche scenicamente. Sung Kyu Park è stato un Des Grieux sufficientemente generoso e appassionato. Corretto Elia Fabian nell’interpretazione di Lescaut e apprezzabile per timbro vocale e portamento Romano Dal Zovo nel ruolo di Geronte. Molto bene infine Andrea Giovannini nel ruolo di Edmondo, che è piaciuto vocalmente, ma soprattutto per le sue qualità di attore. Le stesse qualità che hanno sorprendentemente messo in mostra gli artisti del coro, preparato al solito da Vito Lombardi. Chiamati in questo allestimento a dare ben più del solo apporto vocale, i coristi hanno contribuito in maniera determinante ad animare le scene. Giusto merito infine al giovane direttore Francesco Ivan Ciampa, che ha condotto con gesto sicuro, tenendo saldamente in mano l’esecuzione dell’intera compagine, anche nei momenti musicalmente più complicati. L’unica pecca riguarda semmai il controllo della massa sonora orchestrale, che in più momenti è stata sì di grande impatto, ma anche piuttosto invadente.

Paolo Corsi

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Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo corsi vive a Trento ma è Nato a Verona. È un attore, un autore e un critico teatrale. Ha anche studiato canto e si è esibito in diverse opere come parte del coro. Oltre alle sue doti artistiche e alla passione per il teatro e la musica, lavora come professionista in informatica. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it