19 febbraio 2018
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Del 1970 con la firma di Benois la prima Manon Lescaut in Arena

Dopo l’esperienza a cielo aperto con Raina Kabaivanska, Magda Olivero e  Plácido Domingo l’opera di Puccini torna al Filarmonico nel 1984. Decisamente moderna la Manon Lescaut coprodotta da Fondazione Arena e La Fenice che il 4 marzo 2018 viene riproposta a Verona dopo il debutto del 2011 –

«L’inserimento di Manon Lescaut nel cartellone dell’Arena di Verona è indubbiamente un avvenimento importante ed è per me altrettanto gradito dirigere quest’opera pucciniana al mio primo incontro con il pubblico internazionale dell’anfiteatro». Con queste parole, nel 1970 il maestro Nello Santi accoglieva l’incarico di dirigere l’orchestra della prima Manon Lescaut areniana (preceduta da altre sei edizioni veronesi “al chiuso”: nel 1893 il debutto al Teatro Filarmonico, seguito da altre due nello stesso teatro, due al Ristori e una al Nuovo). E con essa magistrali interpreti quali Raina Kabaivanska, che debuttava in Arena nel ruolo del titolo, alternandosi con Magda Olivero, e  Plácido Domingo (Des Grieux). L’impegno del concertatore direttore di fronte a una partitura così vigorosa, «è quello di renderne il colore musicale che descrive stati d’animo, passioni, luoghi» dichiarava Santi nel Numero unico dell’Arena di Verona.

L’allestimento di quell’anno porta la firma di Nicola Benois, il quale dopo una prima perplessità circa la messinscena dell’opera in Arena, dato il carattere in prevalenza intimo di Manon Lescaut,  si convince che la stessa difficoltà dell’ambientazione del melodramma avrebbe potuto al contrario incentivarne l’ispirazione più creatrice. In sintonia con il regista  Nathaniel Merril, «ho quindi cercato di trovare una formula che potesse aiutare il pubblico dell’Arena a seguire da vicino la vicenda dell’intimo dramma d’amore dei principali personaggi, sottolineando l’aspetto stilistico che mi suggerivano la musica e il soggetto del capolavoro romantico-veristico di Puccini», spiega Benois. Poi, per raggiungere la massima funzionalità dell’allestimento «ho pensato di mettere l’azione scenica più possibile a contatto diretto con gli spettatori onde facilitarne la comprensione. A tale scopo, per non creare il solito “grande spettacolo Areniano”, ho cercato di evitare il disperdersi dell’azione di contorno su piani lontani, che ho trasformato in un cielo nuvoloso disposto sui gradoni dell’Arena».

Uno sforzo apprezzato solo a metà, come si evince dalla critica del tempo. “Per la prima volta in Arena, Manon si è scontrata con i terribili spazi aperti e ha mostrato più volte che il carattere personale e intimo della storia dei due protagonisti sopporta a malapena l’inevitabile dispersione”, scriveva il critico musicale veronese Carlo Bologna. Aggiungendo: “Occorre concentrarsi terribilmente per cogliere nei momenti supremi di questa opera i segni del genio e il messaggio di una musica altissima”. “Nelle scenografie di Benois si avverte una qual sorta di eccesso di scrupolo descrittivo che finisce con l’insidiare i valori essenziali”, si legge in un altro articolo del giornalista Bruno de Cesco. Molto più benevole invece le parole spese per la performance del soprano Olivero: “da ammirare il fuoco interiore che la agita, la tecnica di canto che la porta a superare le innumerevoli difficoltà che Puccini ha disseminato da un capo all’altro della partitura”.

1984, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo Brenzoni, Fondazione Arena)

1984, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo Brenzoni, Fondazione Arena)

Dopo l’esperienza a cielo aperto, Manon Lescaut torna al Filarmonico nel 1984, con un allestimento di Maurizio Balò, diretto da Giancarlo Cobelli, e la direzione d’orchestra di Alberto Ventura. Punto di forza, secondo il giornalista de Il Gazzettino Pietro Rogger, fu “la lettura intimista ed elegiaca per molti versi inedita”, in cui “Cobelli ha affrontato l’opera proprio partendo dall’incongruenza del libretto e rinunciando in partenza a legare in continuità drammatica i quattro atti ma cogliendo l’essenza dei singoli quadri come quattro stati d’animo confluenti inevitabilmente nella tragedia finale”. “Non tutto è condivisibile”, invece, secondo Carlo Bologna, che scrive di “Talune scelte a livello di paradosso o di esaltazione retorica (come la carrozza con cavalli di carta pesta o l’ancora che sale in diagonale al terzo atto contro ogni legge di gravità) che tendono in un certo senso ad appannare la definitiva lettura  teatrale del pur paradossale libretto”. “Sui generis almeno sul piano spettacolare”, si esprime generalmente la critica nazionale.

Decisamente moderna la Manon Lescaut coprodotta da Fondazione Arena e La Fenice di Venezia, prossima a ricalcare il palco del Filarmonico, dopo aver testato gli “umori” di pubblico e critica veronesi nel debutto del 2011. Uno spettacolo per la regia di Graham Vick, ripresa da Marina Bianchi, con scene di Andrews Hays, e allora interpreti principali Amarilli Nizza e Walter Fraccaro, che fu giudicato “forse imperfetto, ma che arriva al cuore della psicologia pucciniana”. «Ne avevo già messo in scena una classica che non era piaciuta – sottolinea il regista –, allora ho accettato la sfida di una versione più moderna rivisitando l’opera come fosse una “lezione morale”».

2011, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2011, Filarmonico, Manon Lescaut (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Lezione morale  impartita a  una classe scolastica di un college, dove tra le eroine puccininane la più attuale è proprio Manon, scriveva Cesare Galla sul quotidiano l’Arena: “Alle prese con un simile soggetto, un regista creativo e innovativo come Vick non poteva perdere l’occasione di impaginare il  racconto morale in chiave anche crudamente attuale. Ma senza mai forzature. C’è invece la forza di un racconto tagliente, aspro, con molte invenzioni d’immagine”.

Francesca Saglimbeni

Foto in alto: 1970, Arena, Manon Lescaut, Magda Olivero, Nello Santi, Plácido Domingo (Photo Bisazza, Fondazione Arena)

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