31 gennaio 2018
Roberto Tirapelle (24 articles)
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Fogliani, la prima volta con Otello al Filarmonico di Verona

INTERVISTA – «Leggere Otello mi fa venire i brividi perché è di una modernità senza precedenti. Dirigere in Arena lo scorso anno è stata la più grande emozione della mia carriera. Una volta non si viveva solo di teatro di tradizione ma anche di novità, per cui appena posso cerco di fare delle riscoperte». –

Antonino Fogliani (Messina 1976), lei torna a Verona per Otello dopo aver diretto l’anno scorso due edizioni di Tosca, una al Teatro Filarmonico e l’altra in Arena…
«Il ritorno è graditissimo. Verona ha due luoghi teatrali di grandissima storia che sono un tutt’uno. Dirigere in Arena è stata la più grande emozione della mia carriera. Benché sia stato in teatri antichi e celebri come la Scala e il San Carlo, in Arena senti che è stata attraversata dalla vita e dalla tradizione dell’opera. Mi sono trovato benissimo sia con Orchestra che con il Coro e la sinergia in palcoscenico ha permesso il successo di Tosca. Ho grande fiducia nella signora Gasdia come Sovrintendente, e credo che ci sarà un sicuro rilancio per Fondazione Arena».

Maestro Fogliani, è la prima volta che dirige l’Otello di Verdi. Cosa ne pensa di questo allestimento?

«Esatto, è un debutto. Però ce l’ho già in programma a Dusseldorf dove sono stato nominato Principal guest conductor alla Deutsche Oper am Rheim. Da ciò che sto vedendo in questi giorni di prove mi sembra che sia un allestimento che possa avere un forte impatto sul pubblico. A mio parere in Otello è importante il rapporto tra i personaggi e la tensione che si crea nell’opera. Io e il regista Francesco Micheli su questo piano siamo in sintonia. Un’opera in generale, e in questo caso l’Otello, è del mondo, deve parlare a noi contemporanei. Sono i messaggi che sono universali e non le situazioni. È la drammaturgia che conta e deve essere approfondita. Ad esempio ho recentemente realizzato a Dusseldorf un mio sogno, La cenerentola con lo storico allestimento di Jean-Pierre Ponnelle che gira ancora dopo moltissimi anni. È un messa in scena non tradizionale ma si percepisce forte l’idea che esiste tra i personaggi di vivere la storia, le trame dei rapporti». E’ un dovere oggi per un musicista, e non solo, salvaguardare il nostro repertorio perché è un patrimonio dell’umanità. Leggere Otello, che è un capolavoro, mi fa venire i brividi, è di una modernità senza precedenti, è un teatro fresco. Pensiamo un attimo a Shakespeare – Boito e a Verdi – Boito. Un uomo dell’età di Verdi che si mette in gioco con un giovane scapigliato come Boito, due mondi completamente diversi, un bellissimo connubio».

L’Otello di Rossini, invece, lo ha già diretto e lo ha anche inciso. Ci può accennare alla sua vastissima attività discografica?

«Certamente e lo rifarò a Francoforte. L’ho inciso per Naxos. Con questa casa discografica lavoro molto. Siamo vicini all’integrale di Rossini ma realizzano anche autori vicini al mondo rossiniano,  come Mercadante e altri. E la Naxos lavora con tutti i crismi musicologici. Adesso bisogna considerare che è andato in tendenza l’ascolto online o in abbonamento, però c’è ancora chi ama la musica con l’oggetto-disco».

Maestro Fogliani, tra i suoi filoni più importanti di repertorio ci sono Rossini e Donizzetti, cioè il Belcanto. È difficile nell’opera belcantista il rapporto tra direttore e cantanti?

«Il Belcanto è una di quelle fasi storiche del nostro melodramma più difficili da eseguire. Il compositore è parco di indicazioni e l’intervento del cantante nel dare la giusta direzione alle melodie è importante e difficile. Però non è tutto in mano all’interprete, anche il direttore d’orchestra è fondamentale. Il direttore ha un ruolo: 50 orchestrali da dirigere, 70 coristi da seguire e poi gli interpreti. Il cantante deve sottostare alle indicazioni del direttore, con il reciproco rispetto. Invece può succedere che quando il direttore asseconda in modo passivo il cantante lo spettacolo può risentirne. Noi mettiamo in musica il palpito del cuore, così nascono i palpiti rossiniani. Rossini ha usato spesso la parola “palpiti” nelle sue opere, un termine che gli è sempre piaciuto. Come ad esempio nella cabaletta “Di tanti palpiti” del Tancredi. E questa pulsazione deve venire dall’orchestra e l’orchestra deve essere un tutt’uno con la voce. Il direttore nel Belcanto non deve accompagnare il cantante ma sostenere la storia, il dramma e per questo ha un ruolo importante».

Antonino Fogliani, Cecilia Gasdia (Photo OAM)

Continuando a parlare di Belcanto, può raccontarci del Festival di Wildbad (Belcanto Opera Festival) in Germania,  giunto quest’anno alla 30ª edizione, visto che lei è il Direttore musicale.

«Il Festival è dedicato soprattutto a Rossini. Ho cominciato nel 2004 a dirigere Ciro in Babilonia (anche inciso) e il rapporto con il Sovrintendente è diventato sempre più fecondo. Mi hanno sempre chiesto suggerimenti e dal 2011 si è concretizzato il mio incarico. Il Festival dispone di un teatrino di piccole dimensioni e il budget è esiguo. Pertanto non si possono fare produzioni pesanti (a parte una eccezione), si deve lavorare con sobrietà. Ho fatto mettere in scena il repertorio rossiniano ma anche di altri autori, come Mercadante e Vaccaj. Di quest’ultimo a Wildbad è stata fatta La sposa di Messina, opera scandalo all’epoca. L’unica produzione faraonica fatta al Festival è stata l’integralissima esecuzione del Guillaume Tell francese. Inoltre, al festival abbiamo creato un rapporto fidelizzato con dei cantanti che si sono affermati internazionalmente nel corso della carriera, come Michael Spyres, Joyce Di Donato, Bruno Praticò, Marianna Pizzolato, ecc.”

Qual è il programma che avete preparato per il 2018 a Wildbad, per i 150 anni rossiniani?

“Per questa estate abbiamo in calendario, tra l’altro, la Petite Messe Solennelle, il Moïse, Zelmira e in particolare Caino, una partitura in fase di definizione del compositore veronese Francesco Carluccio, anche mio docente. È una composizione per coro, solisti, due pianoforti e armonium, tratta da Viaggio in Oriente di Gérard de Nerval».

Maestro Fogliani, del suo repertorio mi hanno sorpreso alcune opere che non vengono rappresentate, autori come Mercadante, Morlacchi, Vaccaj. Nella sua missione c’è anche la volontà di fare delle riscoperte, tra l’altro una delle caratteristiche peculiari del Maestro Muti?

«Appena ho la possibilità cerco di fare delle riscoperte, perché una volta non si viveva solo di teatro di tradizione ma anche delle novità. Ci sono centinaia di opere da scoprire, alcune delle quali non sono più entrate in repertorio per difficoltà vocali. Ad esempio, il Tebaldo e Isolina di Francesco Morlacchi l’ho portata a Wildbad per la magnifica interpretazione di Laura Polverelli (nda, ha conseguito il diploma di canto al Conservatorio di Verona). Ruolo, quello di Tebaldo, che era stato interpretato dal famosissimo Giovanni Battista Velluti, il grande castrato, amico dello stesso Rossini. Come bisognerebbe riportare in teatro I briganti, bellissima opera di Mercadante. Chi meglio di Muti ha portato nel mondo il rispetto per la partitura e la riscoperta di opere?!»

Contiamo di rivederla la prossima estate in Arena, magari in occasione de Il Barbiere di Siviglia.
«Speriamo».

Roberto Tirapelle

Foto in alto: Antonino Fogliani (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

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Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it