16 dicembre 2017
Roberto Tirapelle (19 articles)
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Desirée Rancatore è Valencienne al Filarmonico di Verona

INTERVISTA – Il soprano palermitano Torna a Verona per La vedova allegra. 21 anni di carriera in tutto il mondo, 140 recite di Olympia, 90 di Gilda. Un rammarico, non aver mai cantato al Met –

Desirée Rancatore (Photo Manuel Outumuro

Torna la Teatro Filarmonico di Verona La vedova allegra, un titolo molto amato dal pubblico. Tra le grandi voci soliste nel cartellone anche Desirée Rancatore, nel ruolo di Valencienne.

– Signora Rancatore, lei ha cominciato giovanissima. Ora torna a Verona debuttando nell’Operetta di Franz Lehar con il ruolo di Valencienne. C’è qualche motivo particolare in questa decisione?

«Sì, è una situazione affettiva; mi ricorda la mia storia e la mia infanzia. A Palermo mio padre suonava in orchestra, mia madre cantava nel coro e c’era un programma di operette molto accurato perché Palermo e Trieste sono state due città in Italia che hanno sempre dedicato spazio a questo genere. Da qui il mio interesse».

– Ha iniziato con lo studio del violino e del pianoforte…

«Sono stati la base della mia preparazione musicale. Partire conoscendo questi strumenti da musicista è fondamentale. Ti danno quella disciplina che ti seguirà per tutta la carriera».

– Ho letto che il ruolo di Olympia (Les contes d’Hoffmann) è quello che le ha dato più soddisfazioni.

«È verissimo. Con 140 recite è un ruolo che mi ha portato in tutti i teatri del mondo (ad eccezione del Met). Mi ha dato un’enorme visibilità, anche il DVD che è stato realizzato all’Opera di Parigi con un cast stellare mi ha fatto conoscere. In quel momento ero un soprano di estrema coloratura e ho proseguito così per i primi 15-17 anni. Devo molto a Olympia; dopo così tante recite dovevo cambiare cliché».

– E allora è passata al personaggio di Gilda (Rigoletto).

«Gilda non è stata una novità, avevo cominciato a cantarla dal 2001. Mi sono spostata su Lucia di Lammermoor (Donizzetti) e a 29 anni ho debuttato a Bergamo. Il passaggio per chi mi seguiva è stato un po’ traumatico ma io mi sentivo a mio agio e mi sono consolidata come soprano belcantista e così ho fatto Lucia di Lammermoor, I Puritani (Bellini), La sonnambula(Bellini)».

– A proposito di Lucia, lei ha partecipato ad un allestimento di Dario Argento.

«La Lucia di Genova è stata una esperienza molto bella perché Argento, essendo un regista cinematografico, ha un’altra visione rispetto al palcoscenico. Quando lavori con lui è come ci fossero sempre degli zoom che ti puntano. Primi piani per cogliere l’espressività del volto. È stata una situazione che ha arricchito la mia dimensione artistica. Una messa in scena un po’ crudele perché uccidevo dal vivo con tanto di sangue».

2017, Filarmonico, La vedova Allegra (Photo Ennevi).jpg

– Però a me sembra che Gilda sia stata uno dei suoi cavalli di battaglia…

«È il mio secondo ruolo, quello che ho cantato di più, una novantina di recite. Ho debuttato a San Francisco a 22 anni, diretta da Marco Armiliato che poi ho ritrovato in altri teatri».

– Un altro importante ruolo che ha portato in scena molte volte è Violetta.

«Sì, ma Violetta è arrivato tardi, nel 2013. Ho fatto molte recite ma non più di due l’anno perché è un ruolo da rispettare, anche per i dovuti riguardi alla voce. È vero che questo personaggio mi ha dato tantissime soddisfazioni fin dal debutto a Montecarlo, sempre con Armiliato».

– Ho visto bene che in tutta la sua carriera manca una recita al il Metropolitan?

«Esatto è l’unico teatro di quelli importanti dove non sono stata. E’ un rammarico ma non si può avere tutto».

Desirée Rancatore (Photo Manuel Outumuro)

– So che lei ha sostenuto un’altra sfida impervia, cantare Lakmé di Léo Delibes?

«Non è l’opera più difficile in cui mi sono cimentata ma ho partecipato alle uniche tre produzioni che sono state realizzate nel mondo dal 2003 al 2007».

– Cos’è che rende questo ruolo così difficile?

«È l’aria dei campanelli, una parte molto lirica con legati, armonici e altre difficoltà. La mia voce rotondetta ha mostrato il lato lirico che dovevo affrontare».

– E allora quali sono i ruoli più difficili della sua carriera?

«Uno è Semele in L’europa riconosciuta di Antonio Salieri alla Scala con Muti. L’altra è Gli uccelli di Walter Braunfels (nda “commedia lirico-fantastica” da Aristofane) a Los Angeles. In questa interpretavo l’ usignolo. Immagini la scrittura, difficilissima!».

– Cosa ricorda di Verona, oltre ai due premi e alla serata di gala?

«Ricordo soprattutto il mio ruolo di Gilda in Rigoletto nel 2008. Prima di andare in scena ho avuto un attimo di smarrimento ma avevo un grandissimo padrino con me, Leo Nucci, che mi disse “Va e canta, non ci pensare”».

– Una sua idea per ritornare in Arena.

«Innanzitutto sono grata alla Fondazione Arena per questo riavvicinamento. Un ruolo perfetto alla mia vocalità attuale potrebbe essere Micaela in Carmen.

– Che vocalità ha adesso?

«La mia vocalità si è evoluta e sto affrontando il bel canto più impegnativo. Dopo Maria Stuarda il mese prossimo debutto in Norma a Genova. Una Norma alla Beverly Sills o alla Mariella Devia, il mio punto di riferimento».

Roberto Tirapelle

Foto in alto: 2017, Filarmonico, La vedova allegra, Desirée Rancatore (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

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Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it