5 Dicembre 2017
Angela Bosetto (25 articles)
Share

Gigli, Del Monaco e Carreras per l’Andrea Chénier in Arena

Il capolavoro di Umberto Giordano torna alla Scala, ma nell’anfiteatro di Verona manca dal 1986. In Arena il poeta idealista ha avuto cinque diversi allestimenti. Dalla solenne maestosità di Ettore Fagiuoli (1924,1934) allo sfarzo di Attilio Colonnello (1967-1986). Celebri le interpretazioni di Maria Caniglia, Montserrat Caballé e Renato Bruson –

Dal 7 dicembre all’inizio di gennaio gli occhi di tutto il mondo lirico sono puntati sull’opera inaugurale del Teatro alla Scala. Quest’anno il Direttore Musicale Riccardo Chailly ha optato per Andrea Chénier, affidandone la regia a Mario Martone e i tre ruoli principali a Yusif Eyvazov (il poeta idealista Andrea Cheniér), Anna Netrebko (la contessina Maddalena di Coigny) e Luca Salsi (il rivoluzionario Carlo Gérard).

1924, Andrea Chénier, bozzetto di Ettore Fagiuoli (Fondazione Arena)

1924, Andrea Chénier, bozzetto di Ettore Fagiuoli (Fondazione Arena)

Ma quale è stata la storia veronese del capolavoro di Giordano? Nonostante sia stato rappresentato appena cinque volte e manchi dal cartellone estivo da oltre trent’anni, quando, nel 1924, Andrea Chénier esordì in Arena venne salutato dal giornalista Giuseppe Silvestri come “una delle opere che nel nostro Anfiteatro scenicamente e coreograficamente si presta ad essere resa con la maggiore imponenza e il più sicuro effetto”.

Andrea Chénier aveva già debuttato al Teatro Filarmonico nel 1898 (dove sarebbe ritornato solo nel 1981) per poi approdare al Ristori e al Nuovo, ma lo spettacolo areniano, oltre che su interpreti del calibro di Francesco Merli, Hina Spani e Benvenuto Franci (guidati da Sergio Failoni), poteva contare sull’inventiva di Ettore Fagiuoli. Dovendo adeguare un impianto fisso alle necessità di entrambi i titoli del 1924 (l’altro era Parsifal di Richard Wagner), l’architetto veronese giocò sulla diversa profondità dei cambi di scena, cosicché l’azione del primo e del terzo atto si svolgeva in primo piano, mentre quella del secondo e del quarto si dispiegava attraverso l’uso di fondali dipinti.

1934, Arena, Andrea Chénier (Photo Gerardi, Fondazione Arena)

1934, Arena, Andrea Chénier (Photo Gerardi, Fondazione Arena)

Dieci anni dopo, fu ancora Fagiuoli a occuparsi dello storico Andrea Chénier con il divo Beniamino Gigli, affiancato da Maria Caniglia e Benvenuto Franci sotto la bacchetta di Gino Marinuzzi. Sul Numero Unico del 1934, inoltre, Fagiuoli scrisse un saggio sulla complessità della scenografia areniana (“perché il pubblico possa rendersi conto e giustificare certe manchevolezze inevitabili malgrado ogni sforzo di superamento”), constatando però che nell’opera di Giordano “il vincolo ambientale è meno rigido e quindi l’adattamento scenico riesce a essere più originale e moderno”.

Fagiuoli scelse dunque di suddividerla visivamente così: un’esedra di lecci e bossi squadrati (alleggerita da verdi arcate, ma cupa abbastanza da far risaltare le sete sgargianti dei costumi) per il primo atto e un angolo di Parigi per il secondo, per riservare “l’effetto culminante al terzo atto con la rappresentazione volumetrica di un tetro cortile di prigione, che nella sua cruda nudità vuol dare impressione tragica e solenne del tribunale rivoluzionario. La scena in questo momento assurge a una grandiosità senza pari in cui le stesse gradinate dell’Arena e la folla degli spettatori sono parte integrante della visione”. Un arco in muratura, un cancello, una lanterna, una panca ed ecco il quarto atto.

1951, Arena, Andrea Chénier, bozzetto di Vittorio Filippini (Fondazione Arena)

1951, Arena, Andrea Chénier, bozzetto di Vittorio Filippini (Fondazione Arena)

Simbologia volumetrica (per evidenziare il contrasto tra la frivolezza aristocratica e la severità della Rivoluzione Francese) fu la parola d’ordine di Nicola Benois e Vittorio Filippini, scenografi dell’Andrea Chénier del 1951, che segnò l’addio all’Arena di Maria Caniglia e la consacrazione di una nuova star: il “tenorissimo” Mario Del Monaco. Edizione memorabile sia per i cantanti, sia per un incidente che fece sobbalzare gli spettatori. Durante una delle cinque recite (dirette da Vincenzo Bellezza), la carretta che trasportava Andrea e Maddalena «fino alla morte insieme» si rovesciò all’improvviso, ma i due cantanti si rialzarono illesi, fra gli applausi del pubblico.

La via dello sfarzo scenografico venne intrapresa nel 1967 da Attilio Colonnello, che (al servizio del regista Nathaniel Merrill e del direttore Oliviero De Fabritiis) ricreò un intero quartiere parigino, disponendolo a vari livelli di altezza e profondità e combinando una serie di edifici classicheggianti con un progressivo riempimento di sovrastrutture ed elementi secondari. Ad ascoltare i protagonisti Amedeo Zambon, Orianna Santunione e Giangiacomo Guelfi venne anche Mario Giordano (figlio del compositore Umberto), giunto a Verona per le celebrazioni del centenario della nascita del padre.

1967, Andrea Chénier, bozzetto di Attilio Colonnello (Fondazione Arena) 2

1967, Andrea Chénier, bozzetto di Attilio Colonnello (Fondazione Arena)

Fu proprio la decisione di omaggiare un altro anniversario (il 90° della prima dell’opera, svoltasi alla Scala il 28 marzo 1896) a favorire l’allestimento di Andrea Chénier del 1986, che metteva sul podio Gianluigi Gelmetti e schierava un superbo trio di interpreti: José Carreras, Renato Bruson e Montserrat Caballé (alla quale avrebbe dato il cambio una debuttante areniana d’eccezione, Giovanna Casolla). Colonnello si occupò di tutto (regia, scene e costumi), non lesinando su nulla e arrivando a ricostruire i giardini di Versailles con tanto di fontane funzionanti. Purtroppo le raffiche di vento che funestarono la prova generale furono profetiche: rispetto al 1967 i gusti erano cambiati. Così lo spettacolo che inaugurò il 64° Festival Lirico piacque, ma non entusiasmò (Carlo Bologna lo definì “un gigante con i piedi d’argilla”, appesantito dall’eccesso di strutture e comparse), finendo in secondo piano rispetto al geniale Ballo in maschera di Piero Zuffi.

Da allora, a Verona, la voce del poeta tace, però, considerando che Carreras è stato pure l’ultimo Chénier scaligero (nel 1985) e che oggi l’opera risuona nuovamente nella sala del Piermarini, chissà che, un giorno, un altro Andrea non torni a guardare «all’azzurro spazio» dal palco dell’Arena.

Angela Bosetto

1986, Arena, Andrea Chénier, José Carreras (Photo Fainello, Fondazione Arena)

1986, Arena, Andrea Chénier, José Carreras (Photo Fainello, Fondazione Arena)

Foto in alto: 1986, Arena, prove di Andrea Chenier, José Carreras, Attilio Colonnello, Montserrat Caballé e Renato Bruson (Photo Fainello, Fondazione Arena)

Angela Bosetto

Angela Bosetto

Angela Bosetto è nata a Verona, si è laureata in lettere a Trento, ha conseguito un master in Scritture per il Cinema a Gorizia e ha pubblicato il saggio “Sette passi nel terrore. Edgar Allan Poe secondo Roger Corman” (Perosini). Giornalista pubblicista, collabora con la Rivista del Cinematografo e il quotidiano L’Arena, occupandosi di letteratura, cinema, storia e opera lirica.