12 novembre 2017
Roberto Tirapelle (16 articles)
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Ronconi, gli anni della Scala raccontati in un libro

Dal 1974 (La Valkiria) al 2009 (L’affare Makropulos). I suoi collaboratori. Prima della Scala nel 1970 all’Arena di Verona con Carmen –

Ronconi, gli anni della Scala

Ronconi, gli anni della Scala/the Scala years è il libro con cui le edizioni “Amici della Scala” (collana 7 Dicembre) e “Grafiche Step Editrice” ci donano emozioni e tinte forti nel ricordo del regista e attore scomparso nel 2015.

E’ noto come Ronconi abbia inciso anche sul teatro di prosa in Italia e cosa abbiano significato i suoi Laboratori. Il focus, invece, del prezioso volume (con 145 tavole), curato da Vittoria Crespi Morbio, ormai punto di riferimento per tutta la produzione saggistica degli Amici della Scala, nonché realizzatrice di numerose mostre, è l’attività di Ronconi come regista per più di trent’anni al Teatro alla Scala. Come altri registi europei avevano sconvolto il modo di operare nei teatri tedeschi, francesi, inglesi, così Ronconi ha prima rovesciato e poi lasciato il segno nel teatro d’opera italiano, in particolare a Milano. Il volume, infatti, ha come sottotitolo “Gli anni della Scala”.

Intendiamoci, il coinvolgimento di Ronconi nel melodramma internazionale annovera oltre ottanta spettacoli. In realtà si può solo ricordare come cronologia un dittico composto da un Honegger e un Busoni a Torino nel 1967 e un Globokar e Sanguineti a Zagabria nel 1969.

Invece, come ricorda Angelo Foletto in uno dei bellissimi interventi del volume, il primo “serio” impegno operistico che contrassegna la sua avventura è all’Arena di Verona nel 1970 con Carmen, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi, dirige Oliviero De Fabrittis (cast principale Mignon Dunn, Maria Chiara, Fraco Corelli, Piero Cappuccilli). Prima ballerina al suo debutto in Arena Leda Lojodice, già affermata, che poi diventerà anche coreografa. Chi se lo sarebbe mai immaginato che Verona, tra gli innumerevoli meriti musicali, avrebbe annoverato anche questo fiore all’occhiello!?

Dei 25 allestimenti descritti sul libro, potremmo prendere in considerazione La Valchiria, titolo scritto in italiano ma cantato in tedesco, il cui debutto è stato nel 1974 con Pier Luigi Pizzi e Wolfgang Sawallisch (direttore d’orchestra). Ha sottratto Valchiria dal Walhalla e ha portato Wotan (Donald McIntyre) e Fricka (Ruza Baldani), (II atto, sena 1), due personaggi dal portamento imperioso, in un palazzotto di drappi e specchi. La sua idea andava avanti ed entrava in uno spazio di persone e architetture e colori di agghiacciante bellezza, nella scena finale il nero e il rosso (un drappo) si compenetrano e rischiarono Brunnhilde, (Ingrid Bjoner), accasciata su un tavolo lunghissimo, e Wotan.

E siamo solo agli inizi, ci saranno altri 25 allestimenti. Ne citeremo solo pochi altri. Ecco il Don Carlo del 1977 con Luciano Damiani e Claudio Abbado (direzione d’orchestra). Affronta Verdi sempre con un passo in avanti. Come dichiara Alexander Pereira, attuale Sovrintendente, in apertura del volume, “nel Don Carlo scompaiono il convento di San Giusto e i giardini di Madrid, la scena si fa tabula rasa per far emergere le icone del potere stagliate su fondali neutri”. Dov’è la forza sovversiva: l’annullamento della decorazione, lo spoglio dell’architettura. C’è sempre in primo piano la tomba di Carlo V e un fondale o nero o imbrunito o arancione/rosso. Rare volte la notte chiara illumina nei giardini della regina a Madrid (III Atto, scena 1) Don Carlo (Josè Carreras) e la principessa di Eboli (Mirella Freni). Scrive Folletto: “Il movimento della Spagna grigia e claustrofobica immaginata da Damiani, congelava i sentimenti che la musica faceva sentire soffocati”.

C’è un altro aspetto che è necessario considerare per capire meglio il contenuto del volume e la rivoluzione di Ronconi: le collaborazioni del regista con due figure di donne che a tavolino e sul palcoscenico accompagnano la sua carriera e cioè Gae Aulenti e Margherita Palli e una terza donna collocata su un’altra dimensione del backstage, Vera Marzot, costumista.Gae Aulenti, architetto e designer udinese, a cui Ronconi si rivolge per dei miracoli scenografici forse possibili e che Vittoria Crespi Morbio, con una scrittura in equilibrio tra la cifra figurativa e l’aulicità, traccia in questo modo: “coniugare l’asciuttezza dello stile con il ribaltamento delle regole; edificare architetture che si dissolvano nella meraviglia; essere nel contempo intransigente e fantasiosa” (pensiamo a Wozzeck, 1977 o Elektra, 1994).

Più che Gae Aulenti, scomparsa nel 2012, personalmente mi appassiona l’orientamento di Margerita Palli, scenografa ticinese, verso la quale sempre Crespi Morbio annota: “dietro la lunga collaborazione c’è un affiatamento caratteriale fatto di ascolto e pazienza”. Ecco il fuoco che esprime il volume su Ronconi: il suo ascolto dei collaboratori e la messa in scena della sua poetica teatrale a volte dinamica, a volte allagando lo spazio-tempo convenzionale. Così Oberon del 1989 (scene Margherita Palli, costumi Vera Marzot, direttore Seiji Ozawa), poca enfasi ma in gioco tutta la tecnica del prestigiatore, l’illusione si fa scena e si allinea allo spettacolo grandiosamente ronconiano. E quella Tosca del 1997 (scene Palli, costumi Marzot, direzione d’orchestra Semyon Bichkov) che rende esamine la vecchia idea scenica, forse così gloriosa. Crespi Morbio asserisce con linguaggio scenografico “la Roma papale collassa in capitelli, cornici, frammenti architettonici che sembrano franati su se stessi, accatastati in modo disorientante, disarmonici quanto il sostrato morale della vicenda che narrano”. Perfetta sintesi del moralismo politico e sociale imperante.

Non abbiamo citato gli altri artisti che hanno dato corpo e vita alla regia di Ronconi e descritti nel volume (Frigerio, Pagano, Cristini, Quaranta). Forse era una salotto, il “salotto scaligero” come lo chiama Folletto. Ma un salotto di idee teatrali a cui la vecchia Milano (peraltro c’erano anche stati Ponnelle e Strehler) ha dovuto adattarsi e appropriarsi. Ronconi e i suoi collaboratori hanno resuscitato il teatro “prolungando l’agonia del melodramma per altri cinquanta anni” (parole di Ronconi). Luca non c’è più ma il dibattito proposto dal libro è aperto: ci ha fatto conoscere la luce di Stockhausen (Sabato da Luce, 1982), riamare il padre Verdi, appassionare con il romantico eroismo settecentesco di cappa e spada di Cherubini (Lodoiska, 1991).

Vale la pena di aspettare il prossimo volume del 7 dicembre.

Roberto Tirapelle

Luca Ronconi, gli anni della Scala
Vittoria Crespi Morbio
Saggi di Cesare Mazzonis (Considerazioni sui ricordi); Angelo Foletto (Luca Ronconi, il salotto scaligero. Agonia ed estasi del teatro con musica); Vittoria Crespi Morbio (Uno splendido inganno). Cronologia degli spettacoli a cura di Andrea Vitalini.

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

<p>Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it</p>