18 ottobre 2017
Roberto Tirapelle (16 articles)
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Stefano Montanari, sanguigno romagnolo, musicista poliedrico

INTERVISTA – Il Maestro dirige il Don Giovanni alla Fenice di Venezia. Dal barocco al Jazz e ritorno. Trent’anni di musica antica. La luna sopra l’Arena e il sogno di dirigere Elettra 

Dal 13 al 26 ottobre 2017 è in scena al Teatro La Fenice l’edizione 2010 del Don Giovanni, pluripremiata di Opera Awards (ben cinque: per regia, Damiano Michieletto; scene, Paolo Fantin; costumi, Carla Teti; per il ruolo di Leporello ad Alex Esposito, e per l’intero allestimento) che insieme a Le nozze di figaro e Così fan tutte faceva parte di una trilogia poi ripresa nel 2013, mentre oggi viene riproposto solo il Don Giovanni, che chiude la Stagione 2016/2017 del teatro veneziano, con la direzione musicale del Maestro Stefano Montanari, originario di Lugo di Romagna, alla guida dell’Orchestra e del Coro de La Fenice. Abbiamo incontrato Montanari a Venezia, alla vigilia della Prima.

– Maestro, di questo Don Giovanni ha dato una rilettura orchestrale particolare in relazione alle idee del regista?

«La trilologia è nata a Venezia nel 2010 con il Maestro Antonello Malacorda. Non ho dato nessuna rilettura dell’opera ma abbiamo adeguato l’orchestrazione al cambio dei cast e ai moltissimi debutti nel ruolo. Francesca Dotto e Carmela Remigio avevano già partecipato ad almeno una messa in scena precedente, ma per Valentina Mastrangelo (Donna Anna), Paola Gardina (Donna Elvira), Andrea Vincenzo Bonsignore (Leporello), il Don Giovanni di Adrian Sanpetrean era la prima volta. Per non parlare delle due giovani Zerline, Giulia Semenzato e Irene Celle. I due Don Giovanni hanno due voci molto diverse: impostazione, peso, timbro. I recitativi si possono cambiare, anche le arie, non si può intervenire sui quartetti e i sestetti. Anche le due Zerline sono diverse per timbro, leggerezza, qualità della dizione. La regia dell’opera è bellissima ma molto vincolante, perché c’è questo girevole meccanico che accompagna lo spettatore nel palazzo di Don Giovanni. Abbiamo dei tempi tecnici da rispettare. Gli artisti devono muoversi da una stanza all’altra del palazzo mentre si sposta la scena. Corrono, poi ci sono anche delle scene di litigio, quella tra Donna Elvira e Don Giovanni, abbastanza violente. Sono sottoposti ad una bella prova fisica».

2017, La Fenice, Don Giovanni (Photo Michele Crosera)

– In questo turbinio è ancora presente il regista Michieletto?

«Non è presente ma c’è la sua assistente, una grandiosa Eleonora Gravagnola, sempre pronta ad intervenire».

– Maestro Montanari, il suo rapporto con La Fenice sembra consolidato, per i successi ottenuti ma anche per il repertorio…

«Ho frequentato alcuni teatri in Italia in cui mi sono trovato bene: Palermo, Firenze, Roma, Verona. A Venezia sto bene da sempre, è una città speciale, l’orchestra ha un suono meraviglioso, ho avuto una sinergia con tutte le maestranze. Sarei felicissimo se un giorno mi nominassero direttore principale. L’anno scorso ho fatto Elisir e Barbiere e per l’inizio del 2018 ho già in programma una Vedova Allegra con Michieletto e il Barbiere».

– Come è nato il suo amore nei confronti della musica antica e/o barocca? Collabora ancora con l’Accademia Bizantina di Ravenna?

«Nei primi anni ’80 ascoltavo e amavo Shostakovich e Mahler ma non mi piacevano le esecuzioni che avevo la possibilità di sentire. Una sera assistetti ad un concerto dell’Accademia Bizantina con Carlo Chiarappa. Avevano in programma Le quattro stagioni di Vivaldi. E’ stato amore a prima vista. Ho fatto una audizione con Chiarappa e ho cominciato. Mi sono perfezionato con lui in Svizzera. Ho fatto il violino di spalla, e poi 23 anni in Accademia. Abbiamo girato molto in Europa. C’è stato un periodo che ero spesso a Parigi. Poi è arrivata la direzione d’orchestra e ho dovuto abbandonare l’Accademia. La prima proposta mi arrivò dal presidente della AsLiCo (Associazione Lirico Concertistica) per Le nozze di figaro. Non è certo l’opera più facile per cominciare. Poì Mozart e un po’ di Donizetti, perché abitando a Bergamo il direttore Francesco Bellotto aveva piacere che lavorassi col teatro. Poi Rossini. Un teatro con cui ho lavorato molto è quello di Lione (dalla trilogia mozartiana a Carmen) che ha una grandissima produzione. Comunque, dopo 12 anni di direzione la mia prima opera barocca l’ho diretta proprio quest’anno: Agrippina, di Handel all’opera di Anversa».

– Maestro Montanari, ci racconti del suo progetto giovanile “Jugendspodium incontri musicali Dresda-Venezia”. Le ha dato molte soddisfazioni?

«E’ un progetto bellissimo. Da annuale è passato a biennale e infatti lo faremo il prossimo anno. Sono da 12 anni responsabile musicale. Cerchiamo di fare la storia di alcuni compositori di Dresda e di Venezia. E’ un progetto giovanile tra i ragazzi di Dresda e quelli dei conservatori italiani che si è allargato a progetto europeo. Formiamo l’orchestra, un paio di giorni di prove e concerti per una settimana. In Italia facciamo tappa a Vicenza (Olimpico), Verona (Sala Maffeiana), Asolo (Villa Emo) con chiusura a Marostica. In Germania tappe a Dresda e a Berlino (Museo degli strumenti musicali). Siamo riusciti a realizzare Marc’Antonio e Cleopatra di Hasse (Veneziano d’adozione, tedesco di origine). Abbiamo la collaborazione da anni di un genio del liuto e della cultura della musica veneziana come Ivano Zanenghi».

Stefano Montanari (Photo Michele Borzoni)

– La sua collaborazione con Gianluigi Trovesi come nasce? E’ anche appassionato di Jazz o voleva provare una contaminazione di generi?

«Nessuna contaminazione, nessun pasticcio. Trovesi è un genio e ha un occhio di riguardo per il Rinascimento e la cultura della musica antica. Abbiamo creato un’orchestra proprio per lavorare ai suoi progetti. L’esperienza più bella è stato un progetto nato in Normandia, si intitolava Nonet, basato sulla storia di un Sogno di una notte di mezza estate. Siamo partiti da una base di musiche sue e poi i musicisti hanno lavorato per definire la partitura. Abbiamo collezionato tutti i Festival del Jazz europei. E’ stato inciso anche un disco. Insomma un lavoro pazzesco. Eravamo suddivisi così: io e Stefania Trovesi al violino, Paolo Ballanti al violoncello. Noi tre eravamo il Trio barocco, detto anche nobile. Poi c’erano il tamburellista, percussionista e la voce Carlo Rizzo, un fantastico accordion Jean Louis Matinier e il double bass Renaud Garcia-Fons, una forza della natura. Questo era il Trio popolare. Infine Gianluigi Trovesi, clarinetto, clarinetto basso, sax alto, Fulvio Maras, batteria, Paolo Manzolini, chitarra elettrica. E’ stato un bellissimo momento, un lavoro che mi ha aperto la testa. Un passaggio fondamentale della mia vita musicale».

– E’ complesso dirigere un’orchestra e contemporaneamente suonare il cembalo, come l’ho vista fare a Verona?

«Il cembalo lo suono anche quando faccio lezione a Milano e mi piace suonarlo anche in Orchestra, non perché sia un egocentrico ma perché si crea una unità di intenti. Se ho un’idea in testa e suono, posso mantenerla anche nei recitativi. Far bene i recitativi è complicato. Si possono fare solo degli accordi asettici ma non si vede un buon risultato. Bisogna strutturarli, cerco di portarli da un’aria all’altra. Se suona un altro musicista devi verificare come suona, devi spiegare quello che hai intenzione di portare al cantante e devi equilibrare il gusto di chi suona. Qui a Venezia, ad esempio, Roberta Ferrari è bravissima, ci assecondiamo. Voglio aggiungere che il recitativo è il momento più importante di narrazione della storia. Se il recitativo non funziona, l’opera crolla. Anche come livello di tensione, si siede. A Verona non ho usato il cembalo ma una tastiera, il clima non lo avrebbe permesso. Avevo già avuto una esperienza simile a Caracalla con Il Barbiere d’estate… mai più! Dopo un’ora e mezzo lo strumento era completamente scordato. Per questo a Verona abbiamo trovato una tastiera sintetizzata con un suono simile al fortepiano. A Venezia usiamo un cembalo ma l’ideale sarebbe un fortepiano. In Mozart come sonorità, come recitativi, come storia è preferibile usare un fortepiano».

– Maestro Montanari, di Verona cosa ricorda?

«Ho lavorato già diverse volte a Verona, al Ristori, al Filarmonico e in Arena. Ho accettato di fare Don Giovanni in Arena perché è un posto unico, specialissimo. Mi sono trovato di fronte ad uno spazio grandissimo. Moltissimi hanno commentato che Don Giovanni non è spettacolo da Arena. Alla fine lo stupore di tutti: un’opera così è bellissima, basta farla in un certo modo e con una certa tecnica. Una sera c’era un po’ di vento, ad un certo punto sulla scena del cimitero si è aperto il cielo ed è uscita una luna piena. Le nuvole che si spostano, la luna, l’ingresso del Commendatore, una grandissima emozione. L’unica nota negativa è stato il caldo. Alla prima, dopo mezzora i cantanti erano tutti in sofferenza».

– Mi ha sempre incuriosito la sua direzione di un’opera poco nota, la Semiramide riconosciuta, di Nicola Porpora. E’ vero che lei ha una vocazione antica, ma perché questa scelta?

«Questa domanda tocca uno dei momenti più difficili della mia carriera. L’Accademia Bizantina doveva eseguire la Semiramide riconosciuta al Festival di Beaune. Improvvisamente Ottavio Dantone, direttore dell’Accademia, non ha potuto dirigerla e sono subentrato io. La partitura era stata rivisitata da Stefano Aresi (nda, il maggior esperto di cantate da camera in Italia di Porpora, fondatore di Stile Galante) e c’erano stati problemi con le parti e i recitativi. E’ stata una esperienza stressantissima. E’ un’opera bellissima perché Porpora si può assimilare ai compositori più famosi dell’epoca, come Vivaldi. Il giorno di andare in scena abbiamo provato dalle nove del mattino fino a mezzora prima dello spettacolo. E’ stata fatta anche una tournée nei Paesi Baschi. Per me una grande riscoperta, un ricordo indelebile».

– Maestro Montanari, nonostante una carriera così intensa, ha ancora sogni musicali?

«Certamente. Vorrei fare l’Elettra di Strauss e rivisitare La traviata, magari a Lione».

– Non ha mai pensato a Bernstein?

«Mi legge nel pensiero. Proprio qualche giorno fa ne ho parlato con qualcuno dei professori dell’orchestra de La Fenice, rileggere West Side Story».

Roberto Tirapelle

Si ringraziano Stage Door e l’Ufficio Stampa del Teatro La Fenice

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

<p>Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it</p>