1 ottobre 2017
Camilla Cortese (7 articles)
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Zaira de Vincentiis, la matita d’oro dell’Opera

Costumista e make-up designer napoletana, De Vincentiis viene scoperta dal regista Gianfranco De Bosio che nel 1984 le affida la realizzazione dei costumi per la nuova produzione di Aida all’Arena di Verona –

Nata a Napoli nel 1957, dove si è diplomata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti nel 1978, Zaira de Vincentiis è costumista e make-up designer. Ha debuttato con i suoi costumi all’Arena di Verona nel 1984, sotto l’ala di Gianfranco De Bosio per la messa in scena di Aida; ha lavorato con i registi Roberto De Simone, Andrej Končalovskij e molti altri nei più importanti teatri italiani ed europei; ha vissuto l’età d’oro del musical italiano con Saverio Marconi. Nel 2010 c’è stata la sua personale “Il teatro disegnato” alla Intragallery di Palazzo Bivona a Napoli e il Museo AMO di Verona ospita la mostra permanente dei suoi bozzetti di Traviata (1987). Oggi De Vincentiis insegna Costume per il teatro all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Il suo stile? Fantastico, con una vena umoristica. Una telefona con lei, raggiunta nel cuore della città Partenopea, può illuminare anche il più grigio dei pomeriggi perché parla di se stessa attraverso il teatro, che lei vive come una festa.

2014, Zaira de Vincentiis, Don Pasquale

– Signora de Vincentiis, come mai, dopo gli studi di scenografia, si è indirizzata verso il costume per lo spettacolo?

«Per me è stato un percorso lineare, sono nata con la matita in mano, da bambina mi colpivano le diverse tipologie umane e le disegnavo continuamente. Al liceo artistico la mia materia forte era la figura disegnata, e il corpo unito ad una storia, quindi il teatro mi stimolava perché poteva raccontare il percorso del personaggio. Scelsi il corso di Scenografia all’Accademia di Belle Arti, ma la mia inclinazione era così individuabile che iniziarono subito ad affidarmi quel tipo di lavoro».

– Dove pesca dentro di sé quando deve creare, per evocare immagini che siano familiari al pubblico?

«Vado a pescare tutto nella mia infanzia, perché l’immaginario si costruisce a seconda di dove si nasce e io sono stata fortunata: ho vissuto in un’antica casa napoletana in centro città, che sapeva ancora di Ottocento anche se erano gli anni Sessanta: i mobili contenevano cose antiche, i frac del nonno e del bisnonno, la divisa dello zio che aveva fatto la guerra d’Africa, i grembiuli delle cameriere, la bambola di pezza di mia nonna vestita d’organza. Ciò ha creato in me un immaginario da favola affollato di personaggi popolari, un bagaglio per la vita».

– Come ha fatto l’Arena, palcoscenico d’arrivo per molti artisti, a essere il suo punto di partenza?

«Dopo il diploma in scenografia, seguivo gli spettacoli di Guido de Monticelli con la Compagnia della Rocca e lì, forse colpito dall’energia della mia giovinezza, mi scovò il maestro De Bosio che mi chiamò a fare la rimessa in scena della famosa Aida del 1913. Fui ingaggiata come collaboratrice di Vittorio Rossi (il titolare di Scenografia e Costumi ndr) un maestro del teatro, un navigatissimo scenografo, costumista e regista. Ho vissuto gli spazi ampi e “aggressivi” dell’Arena con la semplicità e il vigore della gioventù, mi ci sentii addirittura portata, non avevo paura di nulla!».

1987, Zaira de Vincentiis, La Traviata (Photo Fondazione Arena)

– Come nacquero i costumi di quella Aida?

«Fu un lavoro eccezionale, quasi scientifico: si dovettero prendere con cura i bozzetti originali di Auguste Mariette, che erano pochi, dieci o venti al massimo, e creare un progetto che non facesse trasparire tanto la creatività del costumista contemporaneo quanto le linee guida date da Mariette per un suo recupero totale. Per cinque mesi lavorai nella sartoria Fiore a Milano, che mi pagò (intuendo che questa Aida avrebbe avuto grande successo) e addirittura mi ospitò nella propria struttura. Io seguii tutta la progettazione e la realizzazione, lavorai con completa dedizione disegnando un mare di figurini, feci settanta o ottanta disegni, di cui conservo ancora i bozzetti».

– Quindi il Maestro De Bosio scommise su Zaira de Vincentiis?

«Sì, lui mi tirò fuori dal cilindro come un mago e mi fece cominciare ai massimi livelli, io feci questo grande lavoro da sola e grazie a lui sono nata, anche se ero una ragazzina riuscii ad avere il mio posto al sole! Quell’esperienza fu un imprinting straordinario, gli devo tutto perché mi ha dato l’impostazione e la capacità di governare il lavoro, senza di lui ci avrei messo più anni a padroneggiare il mestiere, o forse non ci sarei mai riuscita…».

– Nel rapporto con il regista teatrale, il costumista accetta di emanare da lui, mantenendo la propria identità. Le è mai capitato di entrare in conflitto con qualche personalità forte?

«I conflitti ci sono e sono dolorosissimi, il peggiore che si possa avere è proprio la diversità di visione e di interpretazione con il regista, è un problema di concetto e il rapporto problematico si riflette su tutto il lavoro. Anche con gli attori si hanno un sacco di discussioni ma in maniera diversa: il costumista fa il proprio percorso mentale e ideativo, ma poi è l’attore che deve indossare il costume e sentirlo comodo, è normale che all’inizio ci sia un momento di resistenza».

Aida è l’opera simbolo del festival lirico areniano e la riedizione del 1913 è in scena tuttora: c’è chi la ama, chi la trova ripetitiva e chi fatica ad apprezzare i tentativi di rinnovamento, come quello futuristico della Fura dels Baus. Cosa ne pensa?

«Il bello del teatro è riproporre nuove visioni e ci sono Opere straordinarie che possono essere riviste in infinite maniere. Forse l’Aida del 1913 è ripetitiva, però riesce sempre a convincere perché è elementare, fatta di segni puliti che hanno fatto presa; ha una sua classicità che le ha permesso di sopravvivere e di coinvolgere il pubblico negli anni».

– Poi nel 1987, sempre in Arena, La Traviata

« Dopo Ernani al Teatro di Modena nel 1984 e un’altra Aida al Teatro Regio di Torino nel 1986, Bosio mi chiamò per La Traviata in Arena del 1987: fu una bellissima trasposizione nella belle époque, in cui Violetta divenne una sorta di Signora delle Camelie».

1987, Zaira de Vincentiis, La Traviata (Photo Fondazione Arena)

– Signora de Vincentiis, abbiamo visto i figurini della Traviata esposti al Museo AMO, dove le Ballerine Zingaresche spiccano per i colori vivaci, la tecnica e il movimento. Come arrivò a questo risultato?

«Sono le ballerine del II Atto, con il fiore sul capo e le sottogonne arancioni: ho immaginato il balzo in avanti di queste gonne vaporose, come si portavano sui palchi dei café-chantant parigini all’epoca del Moulin Rouge, e ho voluto ricreare l’esplosione delle sottogonne nel momento del balletto, immaginando quel tipo di movimento».

– Attraverso il figurino su carta il costume esprime lo status, il carattere, la postura e l’atteggiamento del personaggio. Quanto c’è di studio e quanto di fantasia o istinto?

«Io parto sempre dal senso dell’immagine, dal personaggio: chi è? dov’è? cosa rappresenta? quale atmosfera lo circonda? Ancorandomi a questi capisaldi posso lasciare uscire il momento drammatico, la personalità e l’anima, ciò che determina una vibrazione nello spettatore. Ovviamente, si studiano le epoche del costume, ma per animare un personaggio, per entrare nel suo corpo e nella sua faccia, per dargli vita ed espressione è necessario tradurre uno stato d’animo».

– Anche sul palco dell’Arena?

«Soprattutto in un teatro come l’Arena, che divora le immagini con le sue dimensioni e ingoia i personaggi con le sue distanze! Le scelte sono sempre teatralizzate e ampliate, perché così succede anche alle sensazioni date dalla musica e dal canto».

– Dopo 33 anni dal suo debutto areniano, le piacerebbe tornare a collaborare?

«E me lo chiede? Certo! L’Arena dà la possibilità di respirare (artisticamente) a pieni polmoni, e un artista vuole respirare! Sarebbe interessante affrontare uno spazio così potente in età matura, perché col tempo ci si affina su procedimenti, materiali ed effetti, ma ogni volta che ci si misura in un lavoro ci si rimette in gioco».

1999, Zaira de Vincentiis, Il Socrate immaginario

– Come affronterebbe oggi questo palcoscenico Zaira de Vincentiis?

«Vanno prese le misure di uno spazio così imperioso, ma prima di tutto il costumista deve partire dal concetto e dalle linee guida della regia, e poi lavorare con il proprio immaginario: deve capire cosa vuole esprimere il regista, cosa vuole far vedere al pubblico, quali sensazioni e quale lettura vuole dare».

– Tra il 1999 e il 2000 è tornata alla lirica con De Simone, ma la maggior parte del suo lavoro si concentra sul teatro…

«Nella vita di un costumista o scenografo, la cosa migliore che può accadere è un grande rapporto artistico con un regista che ti fa lavorare sul vero livello della creazione. Dopo la formazione della professionalità con De Bosio, con De Simone ci fu la creazione della mia personalità artistica, è stato la luce della mia carriera».

– Le piace lavorare per la lirica o preferisce il teatro di prosa?

«È difficile rispondere, mi piacciono entrambe ma sono due cose diverse; nel teatro di prosa il parametro è più impalpabile, la materia è più fine, c’è una delicatezza data dalla scrittura del testo in parole e il costumista deve avere più profondità nel toccare gli argomenti. L’Opera lirica è una grande madre artistica, che contiene tutte le componenti dei generi teatrali, il costumista può dilatare l’immagine, progettare sullo slancio della musica che spinge nella testa un messaggio più vigoroso, lavorare sull’effetto dell’illusione teatrale, dell’immaginazione».

– Dalle illusioni teatrali di Federico Fellini (e di Danilo Donati, scenografo e costumista da lei molto amato) siamo arrivati al teatro minimalista…

«Per una come me, un dolore! In questi trent’anni, tutto si è asciugato. Il filone minimalista ha asfissiato il piacere del teatro e ha mortificato l’immagine. L’immaginazione è una delle punte di comunicazione più importanti del teatro e deve avere delle sollecitazioni, che non devono per forza provenire da apparati scenografici e costumi, possono essere anche sofisticate, silenti, fatte di sottigliezze e stati d’animo. La mente e l’emozione vengono stimolate dalla scena e la scena è finzione; lo era con Fellini ed è il principio del teatro. Negli anni Novanta è circolata la voce che “minimale” fosse sinonimo di “intellettuale”, a noi costumisti fu chiesto di togliere, di ingrigire, di abbassare i toni e fu terribile perché il teatro è una festa, è un momento ludico di riflessioni, sospensione e bellezza…».

2001, Zara de Vincentiis, La Rondine

– Disegnare e realizzare i costumi è ancora una forma d’arte?

«Le nostre mani sono la nostra anima. Il progetto è sovrano e servono sempre creatività e immaginazione, ma se poi non ci sono le mani giuste, maestranze di alto livello che creano la finezza e che realizzano a regola d’arte il prodotto non sarà mai all’altezza. Perciò è importantissimo scegliere i laboratori giusti. Oggi viviamo in un’epoca con bassi budget, costumi preconfezionati, poche idee e bisogno di maggior impatto pubblicitario, quindi i nostri nomi vengono dimenticati e manca perfino una critica visiva di quanto viene proposto».

– Qual è, per Zaira de Vincentiis, il percorso scolastico consigliabile per chi volesse intraprendere questa professione?

Ho insegnato all’Accademia di Belle Arti di Torino e ora sono passata a quella di Napoli. Qui si accede dopo il diploma di scuola superiore: i ragazzi vengono formati nelle linee progettuali (nel triennio) e tecniche (nel biennio) imparando scultura, effettatura, tintura, decorazione e sartoria; il biennio specialistico di costume per il teatro si trova soltanto a Milano, Venezia e Napoli».

– Come professionista e come persona, in che momento è della sua vita?

«Ho appena compiuto sessant’anni. A me piace dire quanti anni ho, sono stata giovane a suo tempo ma invecchiare bene è un onore. Come professionista, il momento attuale è duro, si viene agganciati in progetti dove non si può lavorare al meglio, spero sempre che capiti qualcosa di bello. Personalmente però è un momento positivo, vedo la traccia di ciò che ho lasciato scritto, ho fatto molte cose belle e sono contenta. Poi, tramite l’Accademia, posso passare qualcosa ai giovani e lo faccio con ardore!

Camilla Cortese

Camilla Cortese

Camilla Cortese

<p>Camilla Cortese nasce nel 1982 a Verona. Odia i numeri, ma parlano più in fretta delle lettere, quindi… quattro lingue, due lauree, di cui una in giornalismo, otto redazioni, sette lavori, un licenziamento. Oggi è consulente di comunicazione e giornalista free lance. E poi una casa, due gatti, trenta piante, milioni di parole in testa e due romanzi (per ora). camilla.cortese@hotmail.it</p>