21 settembre 2017
Silvia Allegri (6 articles)
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Ansie e paure nel più grande teatro d’opera all’aperto del mondo

La paura in Arena è generata dalla grandezza dell’anfiteatro e dalla vastità del palcoscenico con cui gli artisti devono fare i conti. «In un teatro all’aperto l’imprevisto è più facile e va gestito con nervi saldi» spiega il Maestro Fabio Fapanni che racconta alcuni episodi –

L’ansia da palcoscenico riguarda quei lavoratori che devono sostenere lo sguardo di un pubblico vasto, critico, talvolta impietoso e fare i conti col giudizio. Esistono luoghi che spaventano più di altri e l’Arena, per i cantanti lirici, è sicuramente uno di questi. Palcoscenico leggendario, punto di arrivo nella carriera di grandi artisti, splendida e insidiosa, l’Arena ipnotizza con la sua bellezza e proprio per questo mette in soggezione anche i professionisti più esperti.

«L’Arena è un teatro palpitante di sentimenti e tensioni, tra cui si insinua molto variamente la paura»: parola del Maestro Fabio Fapanni, direttore musicale di palcoscenico della Fondazione Arena di Verona dal 1990. In quasi trent’anni di carriera nel retropalco areniano ha visto passare centinaia di artisti e la paura li accompagna tutti, in un modo o nell’altro.

A mettere in soggezione è principalmente l’assenza di confini netti di quel palcoscenico over-size, così vasto da richiedere un esercizio mirato per ricalibrare la voce, per stabilire la velocità di spostamento, barcamenandosi tra scenografie a dir poco ingombranti.

La volta celeste, che sostituisce i soffitti, riserva sorprese inaspettate: se talvolta la luna piena si alza proprio negli attimi più vibranti di un’opera, è vero anche che si possono alzare raffiche di vento in grado di spostare o far addirittura scomparire la voce, trascinandosi dietro parti più o meno sostanziose di scenografia. Gli incidenti, in un teatro all’aperto, possono infatti compromettere lo spettacolo e questa eventualità crea ansia.

Ricorda Fapanni: «Anni fa, durante le prove di Aida, alcune fiaccole troppo cariche perdevano combustibile su chi le portava, tanto che una delle corifee, perdendo il controllo, gettò a terra l’insegna in fiamme. E ancora, in un Nabucco, al crollo in pezzi dell’idolo, uno degli enormi frammenti non si arrestò dove previsto, continuando a rotolare verso il proscenio e la buca dell’orchestra. A salvare i musicisti, evitando guai seri, fu la prontezza di un pompiere. Indimenticabile anche una recita di Tosca, quando all’entrata in Chiesa di Scarpia un dipinto cadde su un soldato-comparsa provocando l’interruzione dello spettacolo».

La paura in Arena è generata dall’imprevisto, sempre in agguato nelle particolari condizioni in cui lo spettacolo avviene. Quando la scena va condivisa con gli animali possono esserci sorprese inaspettate: comparse che perdono, letteralmente, le staffe, concedendo ai cavalli galoppate fuori programma; l’orchestra che deve far fronte a ingressi in scena ritardati dal momento di panico degli animali; oppure tenori, soprani, baritoni costretti a misurarsi, per esigenze di regia, con il “battesimo della sella”, e imparare a montare cantando, senza tradire la paura, anzi il panico.

E qui sta la vera complicazione: il tempo musicale che “non s’arresta un’ora” scorre inesorabile e noncurante di indisposizioni fisiche, cedimenti della scena e ingressi tardivi. «L’aspetto peculiare dell’Arena, quello che terrorizza gli artisti, è la distanza tra gli arcovoli, ossia le quinte areniane – continua Fapanni –. Queste decine di metri incrementano l’ansia di dover affrontare un percorso “scaligero”, da intendersi come provvisto di più rampe di scale». Tante, troppe se devono essere percorse con costumi pesanti e tempi striminziti.

Ma come si reagisce di fronte alle paure incontrollate? «Ho dovuto provvedere a me stesso infinite volte, da solo o facendomi aiutare da chi era in grado di farlo. Più complesso arginare e contrastare le paure altrui. Ho imparato che a volte serve più stare fermi al proprio posto che intervenire maldestramente: spesso è impossibile rimediare ed è assai più costruttivo circoscrivere i danni e assistere chi si è ritrovato nei guai, analizzando il problema per individuarne l’origine».

Ogni artista confessa i suoi timori e li affronta in modo diverso: «La mia paura più grande, quando sono in Arena, è di stare male e non essere in perfetta forma fisica per affrontare la vastità del palcoscenico», racconta il soprano Irina Lungu, che gestisce la scena con tranquillità, complice anche l’esperienza. «La soddisfazione sconfigge la paura: mi ritengo davvero un eletto ogni volta che canto qui”, dice il basso Romano Dal Zovo, classe 1984, che nella stagione estiva appena terminata ha vestito i panni di Angelotti, in Tosca, del Gran Sacerdote di Belo in Nabucco e del Re in Aida. Dal Zovo racconta i suoi trucchi per allontanare l’ansia: «Una vita il più possibile regolare, un’alimentazione sana e tante ore di sonno prima di ogni spettacolo». E il baritono Artur Ruciński, che ha debuttato in Arena nel 2011 in Roméo et Juliette, confessa che a spaventarlo di più sono il caldo, la pioggia, il vento e le lunghe attese, durante le prove, quando tutto il cast si ritrova a fare i conti con decine e decine di metri di palcoscenico e gradinate.

La paura vibra, si percepisce, e offre su un piatto d’argento l’adrenalina necessaria per uscire fuori dalla pancia dell’Arena e ritrovarsi in uno spazio immenso, circondati dal pubblico che sembra lì pronto ad abbracciarti. Solo in quei momenti isteria e panico si dissolvono, il silenzio diventa quasi esanime e la magia ha inizio.

Silvia Allegri

2017, Arena (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Silvia Allegri

Silvia Allegri

<p>Silvia Allegri, laureata in lettere con una tesi su una cantante del ‘600, ha sempre adorato la musica di tutti i generi, dalla lirica al rock, e fin da giovanissima ha studiato violino e pianoforte. Ha vissuto a Vienna, per studio e lavoro: lì ha potuto approfondire le sue conoscenze musicali frequentando il vivace ambiente artistico della città ed entrando in contatto con musicisti di tutto il mondo. Giornalista pubblicista, collabora con diverse testate scrivendo di cultura, ambiente, animali, cronaca. silvia@silviaallegri.it</p>