9 September 2017
Camilla Cortese (6 articles)
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L’immagine dell’Opera nei manifesti dell’Arena di Verona

Ecco come manifesti, locandine e cartoline dal 1913 ad oggi hanno cercato di catturare l’attenzione del pubblico facendo leva sulla sensibilità del tempo, con un linguaggio tra arte e pubblicità che ha accompagnato la modernità –

La storia dei manifesti che accompagnano l’Opera all’Arena di Verona si colloca fra sacro e profano, fra arte e pubblicità. In Italia l’estetica del cartellone lirico fa un salto di qualità fra la seconda metà dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento. L’immagine promozionale prevale sul testo rispondendo ai canoni del decorativismo, delle valenze veristiche del melodramma e dei progressi della cromolitografia; apripista e protagonisti di questa tendenza sono il Teatro alla Scala di Milano e la casa editrice Ricordi, che per primi intuiscono la forza di un’immagine tratta dall’Opera, il suo impatto sul pubblico e la capacità di coinvolgerlo nella scena. Così, nel 1913 il cartellonista veronese Plinio Codognato illustra la prima Aida in Arena con un atletico Radames (interpretato dal tenore e concittadino Giovanni Zenatello) alle cui spalle si svolge la “Marcia trionfale”.

1913, Arena, Aida

L’iconografia del manifesto lirico vive nel riflesso della cartellonistica pubblicitaria, a sua volta influenzata dal periodo artistico. Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti i soggetti sentono l’influenza del circo e del teatro, della pittura classica e dello stile Liberty, con atmosfere esotiche, animali antropomorfi e corpi nudi irradiati da una luce rivelatrice. Fra gli anni Trenta e il 1945 prevalgono i concetti di realtà, dinamismo, audacia, ispirazione romanzesca e popolare, applicando una diversificazione di stili a seconda del prodotto, consolidando l’ideale di velocità dell’avanguardia futuristica come esaltazione della civiltà industriale. Nel secondo dopoguerra il manifesto sente la concorrenza della pubblicità prima radiofonica e, a partire dagli anni Sessanta, di quella televisiva. L’immaginario degli italiani si sposta a Hollywood subendo l’influsso della supremazia economica e culturale degli USA.

Lo sviluppo grafico di manifesti, locandine e cartoline è da subito iconografico, sia nei primi due titoli in Arena (Aida nel 1913 e Carmen nel 1914) che quando si comincia a concepire l’idea di un Festival Lirico e la necessità di rappresentarlo. I manifesti sono realizzati da artisti come Plinio Codognato e Pino Casarini, pittori cartellonisti veronesi, il primo pubblicitario, il secondo anche scenografo e costumista lungamente attivo in Arena. I due concepiscono composizioni spettacolari e storicamente precise, con particolari accenti sul carattere eroico e carismatico dei personaggi, mantenendo sempre un riferimento all’anfiteatro e al profilo architettonico dell’Arena.

Il richiamo esplicito alla location è la traccia costante del manifesto: l’Arena si riconosce dentro un emiciclo o con l’immagine dell’Ala, con un tondo o un ovale posti come contenitore del pubblico; oppure con linee che fuggono in curva dando l’idea di una gradinata, a volte appena accennata e altre più marcata, in funzione di caratteristica promozionale. Questi stilemi sono disprezzato dalla critica artistica del tempo che li declassa a espediente turistico, invocando il tramonto della cartellonistica teatrale. La polemica esprime il persistente problema tra mondo della comunicazione e l’establishment intellettuale: il travagliato rapporto tra arte e pubblicità è una caratteristica della modernità, e si svolge nel contesto dello sviluppo delle tecnologie litografiche a più colori, della riproducibilità, dell’aumento dei consumi e del benessere. Sebbene la cartellonistica italiana di fine Ottocento sia la più elegante e garbata nel panorama del mondo industrializzato, capace di stimolare sensazioni grazie all’uso del bello, essa entra a far parte del contesto urbano e, in qualità di arte figurativa murale (in un interessante parallelo con la street-art contemporanea) incontra resistenze da parte di chi la contrappone all’arte tradizionale, riconosciuta esclusivamente come rara, unica e durevole.

Per la stagione lirica del 1920 (con Aida di Giuseppe Verdi e Mefistofele), l’illustrazione del cartellone viene affidata al pittore lombardo Piero Todeschini; nel 1930 e 1931, il decoratore e scenografo veronese Amos Ernesto Tomba propone uno stile geometrico ispirato al costruttivismo russo; nel 1936 è la volta dello stile futurista del veronese Albino Siverio (detto Verossì, nome d’arte datogli da Filippo Tommaso Marinetti) che nella copertina del Numero Unico di quell’anno richiama le arti applicate. Non solo le immagini, ma anche i titoli vengono scelti secondo le correnti culturali e infatti in quel periodo sono in voga le opere di Richard Wagner. Prende forma in quegli anni un’idea che rimase nella sua impronta originaria fino ai giorni nostri: quella di un’Arena proiettata dentro un cielo blu, circondata da note musicali poste su un nastro a mo’ di pentagramma, con gli elementi dell’ala, del pubblico e egli artisti in scena, rappresentando l’idea di un grande spettacolo all’aperto.

Nel 1947 per progettare il manifesto della stagione areniana viene bandito un concorso, vinto dal creativo veronese Tolmino Ruzzenente, che crea un soggetto evocativo ed essenziale, ispirato agli elementi precedenti: una visione totale dall’alto dell’Arena (che oggi chiameremo corporate) identificativa e caratterizzante del festival grazie alle gradinate gremite e alla scenografia dell’Opera sul palcoscenico, con un pentagramma posto a sostenere la struttura dell’Arena mentre le legature delle note sostengono le linee degli arcovoli, in un movimento che diventa una spirale e finisce fra le stelle di una notte tutta blu. Questa idea rimase dal 1948 fino alla fine degli anni Novanta, prima come illustrazione e poi come concetto quando il manifesto diventa fotografico; le fotografie di Gianfranco Fainello (fotografo dell’Ente Lirico Arena di Verona dal 1984) cambiano ogni anno grazie a un lavoro fatto con senso artistico e la capacità di cogliere sempre grandissimi soggetti. Nello sviluppo grafico, pur cambiando la posizione dei titoli e il modo di ordinarli, modificando il font (carattere tipografico) e i colori, l’anfiteatro è sempre stato declinato secondo le sue qualità espressive, e si è continuato a comporre similmente lo spazio.

Oggi, Fondazione Arena ha scelto di tenere una linea di comunicazione istituzionale, che punta a rendere l’Arena identificabile come tempio della lirica, mantenendo proprio la rappresentazione dell’anfiteatro romano visto dall’alto (proseguendo con la prima impronta data da Fainello con la foto aerea scattata da una gru) perché riconoscibile e valida a livello emotivo, con l’aggiunta, fra gli elementi che compongono l’immagine, dell’architettura che abbraccia la scenografia e il pubblico, mentre la città intera a sua volta abbraccia l’Arena. Lo sfondo è sempre blu, viola, nero violaceo, oppure con un cielo stellato a richiamare la notte; ma è comparso anche l’azzurro al crepuscolo, durante “l’ora blu” che è ancora bella e luminosa, e ricorda l’emozione del momento di ingresso e di inizio, dato che le opere cominciano al tramonto. L’Arena rimane ripresa dalla stessa angolazione aerea, ma in tanti momenti e fasi della notte e dello spettacolo.

Il richiamo internazionale dell’Arena di Verona si sente anche a livello creativo. Nel 2012 è stato indetto un concorso per scegliere il logo del Festival del Centenario areniano e sono arrivate oltre mille proposte provenienti da quindici Paesi del mondo. Il vincitore è stato un italiano, che è riuscito a rendere un messaggio di eleganza, semplicità, immediatezza comunicativa e versatilità di utilizzo su diversi supporti. Insomma, di anno in anno il manifesto dell’Arena Opera Festival cambia sempre quel tanto che basta per renderlo diverso da quello dell’anno precedente. E domani, cosa ci riserva l’Arena? Nel manifesto del 2018 il blu sarà quello vero del cielo solcato dalle nuvole e dalle luci del crepuscolo, mentre lo spettacolo sul palco verrà abbracciato dal pubblico, dall’Arena e dalle mille luci di Verona.

Camilla Cortese

Photo Fondazione Arena

Camilla Cortese

Camilla Cortese

Camilla Cortese nasce nel 1982 a Verona. Odia i numeri, ma parlano più in fretta delle lettere, quindi… quattro lingue, due lauree, di cui una in giornalismo, otto redazioni, sette lavori, un licenziamento. Oggi è consulente di comunicazione e giornalista free lance. E poi una casa, due gatti, trenta piante, milioni di parole in testa e due romanzi (per ora). camilla.cortese@hotmail.it