25 agosto 2017
Angela Bosetto (20 articles)
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La Tosca del 1937 e l’allestimento fantasma di Ettore Fagiuoli

Per anni la Tosca del 1937 in Arena è stata illustrata con le immagini del 1939. Le testimonianze iconografiche del lavoro di Fagiuoli sembrano scomparse, anche se la cronaca del tempo qualcosa ci svela –

Di solito le immagini utilizzate per illustrare la Tosca areniana del 1937 sono due: Mario e Floria durante il romantico duetto iniziale (la cui didascalia abituale indica come interpreti Giuseppe Lugo e Gina Cigna) o la statua di San Michele che domina Castel Sant’Angelo. Peccato che in entrambi i casi ci sia un errore, perché tali foto sono state scattate durante il Festival Lirico del 1939. Infatti, la cantante immortalata insieme a Lugo in realtà è Maria Caniglia e la statua fa parte dello spettacolo firmato da Mario Frigerio con scene di Pietro Aschieri. A scoprire questa discrepanza è stata Daniela Greco, responsabile dell’Archivio stampa della Fondazione Arena di Verona. Dell’allestimento progettato nel 1937 da Ettore Fagiuoli per Oscar Saxida sopravvivono solo tre cartoline celebrative realizzate dallo Studio Fotografico Bertolazzi, che catturano (da lontano) il “Te Deum” (Atto I), Palazzo Farnese (Atto II) e la fucilazione (Atto III).

1937, Arena, Tosca, Atto I (Photo Bertolazzi)

1937, Arena, Tosca, Atto II (Photo Bertolazzi)

1937, Arena, Tosca, Atto III (Photo Bertolazzi)

A questo punto sorge una domanda spontanea: se, complice l’exploit di Lugo, quella Tosca fa parte della storia dell’Arena, perché si fa così fatica a trovare testimonianze iconografiche del lavoro di Fagiuoli? Eppure, nel Numero Unico del 1937 lui stesso scrive che quella stagione lirica rappresenterà «una fase importante e un progresso per la messa in scena», spiegando di aver sfruttato il boccascena a cannocchiale scorrente su rotaie («che serve a dare una proporzionata cornice alle grandi visioni d’insieme e alle piccole scene d’ambiente chiuso») e di aver collocato le costruzioni sulle scalinate circolari della cavea per garantire la massima ampiezza dei quadri e una comoda visuale da ogni posto. «Ma la più importante innovazione» afferma Fagiuoli «saranno i due grandi castelli di legno muoventisi su ruote di ferro. Queste torri a elementi scomponibili possono avere un’altezza di venti metri. La loro perfetta mobilità dovrà consentire la massima variazione del quadro scenico e finalmente la possibilità di spostare le grandi masse costruite da un’estremità all’altra del palcoscenico». Ciò fa sì che le tre opere del 21° Festival Lirico (Mefistofele, Tosca e Turandot) si articolino su un singolo impianto fisso (quello del Sabba infernale) e che sfruttino la semplificazione delle forme e la flessibilità delle singole parti per assemblare rapidamente i diversi scenari, investendo più sulla suggestione di luci e geometrie che sullo sfarzo decorativo. Il mistero si infittisce sfogliando volumi, tesi e cataloghi specifici dedicati a Fagiuoli: emergono le scene di Mefistofele e i figurini di Turandot, ma di Tosca nemmeno un bozzetto preparatorio, solo descrizioni verbali. Ed è proprio confrontando queste ultime che troviamo finalmente un indizio, ossia un ripetuto accenno a una reazione negativa della stampa cittadina.

Non ci resta quindi che recuperare il quotidiano L’Arena del 2 agosto 1937. «Le scene di Tosca avevano il vantaggio su quelle di Mefistofele di essere in minor numero» scrive il critico teatrale e futuro drammaturgo Carlo Terron, «ma dall’altra parte c’era quello scoglio di una chiesa barocca al primo atto che non era di facile risoluzione; perché in scenografia, se c’è uno stile che non si possa risolvere tutto solidamente e che abbia bisogno della pittura, questi è proprio il barocco.» Allora perché in Mefistofele le mura del carcere di Margherita erano dipinte, si chiede Terron, mentre quelle di Sant’Andrea della Valle «son nude e lisce e intonacate senza neanche un accenno a cornici o a festoni»?

1939, Arena, Tosca, Giuseppe Lugo, Maria Caniglia (Photo Giacomelli)

1939, Arena, Tosca, Giuseppe Lugo, Maria Caniglia (Photo Giacomelli)

Nonostante non sia affatto una costruzione barocca, il critico riconosce però che si tratta di «una buona scena, solida, semplice, sgombra anche troppo», visto che «ne risulta, specie quando è vuota di popolo, una impressione un po’ glaciale». Le note dolenti arrivano poi. Del Palazzo Farnese ricreato da Fagiuoli «ci possiamo cavar la voglia tutti noi a casa nostra» sentenzia Terron. «Basti dire che ci sono ancora le porte di carta dipinta». Il che lo induce a un commento caustico: «Valeva la pena proprio di razionalizzare un tempio barocco per poi dipingere i pomoli degli antiporti…» E dalla sua stoccata non si salva nemmeno il finale: «Un’altra scena di grande effetto popolare e che sarebbe potuta riuscire bella se si fosse meno concesso a certe violenze di colore e se fossero stati meglio curati certi particolari dei raccordi tra gli elementi architettonici del quadro, è quella di Castel Sant’Angelo. Un Castel Sant’Angelo grande al naturale sotto il quale la morte di Cavaradossi assume il significato di una comune operazione di polizia». Comunque, conclude Terron, almeno in due quadri le cose sono state fatte «in modo da accontentare il gran pubblico.» Lui preferisce soffermarsi sui meriti della regia tradizionale di Saxida (non scevra di qualche perdonabile esagerazione nel primo atto) e lodare le superbe doti attoriali della Cigna.

Non sappiamo come Fagiuoli abbia preso questo articolo, ma di certo non era ciò che si aspettava e (a meno che i suoi fascicoli non siano gelosamente custoditi in qualche archivio privato) il sospetto che tutto il materiale preparatorio e fotografico relativo a Tosca abbia fatto le spese della delusione (o di un radicale ripensamento sull’efficacia delle proprie scelte artistiche) è forte.

Angela Bosetto

Foto in alto: 2017-08-01, Arena, Tosca (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Angela Bosetto

Angela Bosetto

Angela Bosetto è nata a Verona, si è laureata in lettere a Trento, ha conseguito un master in Scritture per il Cinema a Gorizia e ha pubblicato il saggio “Sette passi nel terrore. Edgar Allan Poe secondo Roger Corman” (Perosini). Giornalista pubblicista, collabora con la Rivista del Cinematografo e il quotidiano L’Arena, occupandosi di letteratura, cinema, storia e opera lirica.