17 Ago 2017
Michele Bongiovanni (7 articles)
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Il coro dell’Arena mette le ali alla IX sinfonia di Beethoven

RECENSIONE – Nel terzo movimento i caratteri migliori dell’orchestra. Ottimo il soprano Erika Grimaldi: timbro piacevole e luminoso, voce ferma e squillante. Una conferma il basso Ugo Guagliardo –

Nella serata di Feriae Augusti 2017, nel terzo ed ultimo evento di gala del 95° festival lirico areniano, l’orchestra e il coro dell’Arena, nella sempre spettacolare cornice dell’anfiteatro veronese trasformato per l’occasione in “tempio sinfonico a cielo aperto”, hanno eseguito la IX sinfonia in Re minore op.125 di Ludwig van Beethoven. Eseguito e inevitabilmente anche “interpretato”, facendo un compromesso tra acustica amplificata e necessità tecnico-strumentali da osservare.

I primi due tempi della IX sinfonia sono stati affrontati un poco sotto tono: i timpani erano poco udibili nonostante la loro preminenza certificata nella partitura e nella disposizione “apicale” sul palco. Forse una scelta interpretativa? Poco incisiva anche la sezione della ricapitolazione in fortissimo in Re maggiore. Tenendo conto che l’orchestra per l’occasione suonava sul palco e non nella abituale “fossa” ci si sarebbe aspettati un impatto sonoro più significativo.

2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

L’incipit memorabile della IX sinfonia, l’ultima del Titano Beethoven, con la celeberrima e misteriosa quinta vuota che farà scuola nel successivo sinfonismo ottocentesco e non solo e da cui sorge il tema principale, avrebbe potuto essere gestito con arcate più variate, facendo guadagnare in fascino e perdere in “meccanicità”esecutiva.

Cromatismi inoltre poco valorizzati nel primo tempo (allegro ma non troppo, un poco maestoso) compresa la in sé impressionante coda. Lo Scherzo (il secondo movimento, solitamente disposto al terzo posto nelle sinfonie ma in questa “anticipato” da Beethoven, ispirando probabilmente un’altra celeberrima Nona sinfonia in re minore, quella di Anton Bruckner) ha rispettato le attese ma certamente non le ha superate.

Emergono invece nel terzo movimento i caratteri migliori dell’orchestra veronese: delicato il fraseggio degli archi (ottime in particolare le viole, un poco ruvidi i contrabbassi) e pulita l’esecuzione, specie nel sublime andante moderato. Con tempi un poco più lenti, forse (ma viviamo in tempi di frenetica “filologia” da cronometro) l’enfasi accorata dei temi avrebbe ingrossato maggiormente i cuori del pubblico, con mutuo beneficio.

Gli ultimi due tempi della IX sinfonia, meno impegnativi ed aggressivi dal punto di vista della densità strumentale, sono stati quelli resi meglio dall’orchestra.

Il coro del sempre benemerito Vito Lombardi (attivo tra l’Italia e gli Stati Uniti) è stato indubbiamente il punto di forza del concerto, potendo contare su una notevole omogeneità di timbro e un’ottima palette dinamica di “mezze tinte”.

2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

In sostanza direzione media, quella di Daniel Oren, apparsa singolarmente priva di spunti in un testo come quello beethoveniano che è al contrario perennemente “gravido” di suggestioni dal 1824, anno della prima esecuzione a Vienna, passando per le varie ecpirosi interpretative di Furtwängler e Klemperer, le versioni rabbiose e quasi schizoidi di Toscanini, quelle vagamente edonistiche di Karajan, quelle “sanguigne” (…e “sudate”) di Bernstein e le più recenti e snelle del compianto Claudio Abbado.

Quanto ai solisti, una conferma il basso Ugo Guagliardo, carattere forte sul palco e bel timbro, chiarezza di dizione. Pochi armonici tuttavia, come già notato nella recente Aida qui a Verona. Ottimo veramente il soprano Erika Grimaldi: timbro piacevole e luminoso, voce ferma e squillante, bella presenza sulla scena. Il giovane tenore Saimir Pirgu è stato un poco oscurato dal carisma vocale e scenico di Guagliardo, ma la voce e la dizione erano chiare, anche se non memorabili. Un po’ debole il contralto Daniela Barcellona.

Il Lighting Designer Paolo Mazzon si è limitato a dare uno sfondo colorato (effetto-rete di fasci luminosi) in tinta unita ai quattro movimenti della sinfonia: nessun virtuosismo “disneyano”, ma forse meglio così, piuttosto di manovre circensi che avrebbero stonato col binomio severo Beethoven Schiller.

L’Inno alla Gioia, patrimonio dell’umanità da sempre ma ufficialmente dichiarato tale dall’ UNESCO nel 2001 e inno ufficiale dell’Unione Europea dal 1972 (pur con un ri-adattamento/ri-arrangiamento di Herbert von Karajan) “funziona sempre”, galvanizza senza fallire anche i più arcigni delibatori critici, complice la ritmica di accompagnamento dell’orchestra beethoveniana che lo trasforma in una affermazione potente di orgoglio umano e umanistico, un “imperativo categorico kantiano” fatto musica, eliminando i sospetti di buonismo da “anime belle” che altrimenti qualcuno potrebbe sospettare in Schiller.

2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Oren lo si è visto più controllato di altre occasioni dal punto di vista fisico (qualche saltello di prammmatica da direttore d’orchestra che si vorrebbe dionisiaco e travolto dal Sublime con la “s” maiuscola, in tempi in cui tutti vorrebbero a buon mercato Dioniso e il Duende) ma tutto sommato senza bizzarrie di gesto.

Particolarmente apprezzata la trasparenza dell’ordito dei legni durante le parti del coro, senza coperture reciproche. Gli ottoni hanno fornito una prova altalenante, ma il finale della IX sinfonia ha strappato doverosi applausi al punto da esser immediatamente riproposto come “bis”, tranne che per qualche affrettato e smanioso spettatore che ha guadagnato l’uscita prima del giro finale degli applausi.

Semplici ma efficaci le “rose rosse giganti” scenografico-decorative ai lati del palco. Non esauriti i posti, forse complice il Ferragosto. O forse dovrebbe essere il contrario. Chissà.

Decisa nota di demerito per il pubblico, particolarmente catarroso ma soprattutto sconsideratamente plaudente non solo al termine di ogni movimento, ma anche prima del ponte orchestrale “alla marcia” che porta al Froh, wie seine Sonnen fliegen del tenore: è certamente vero che il pubblico operistico (non tutto) tende tradizionalmente ad applaudire “durante” le recite, ma interrompere il flusso di un discorso musicale inesorabile nella sua continuità logica ed emotiva e “necessario nella sua concatenazione” come quello di Beethoven, non badando nemmeno alle dinamiche di piano e pianissimo (come se un’orchestra dovesse suonare sempre “fortissimo”) depone pesantemente a suo sfavore: si tratta di una imbarazzante, irrispettosa ed incivile ignoranza che fa riflettere. Peccato.

Michele Bongiovanni

Foto in alto: 2017-08-15, Arena, IX Beethoven (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

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Michele Bongiovanni

Michele Bongiovanni

Michele Bongiovanni (Legnago 1979) è musicologo e docente di ruolo di storia e filosofia. Ha partecipato come relatore a convegni, festival e cicli di lezioni-concerto, collaborando, tra gli altri, con il Trio Malipiero, la Libera Università Popolare della Valpolicella, il Festival Jazz di Cormons. Tra le pubblicazioni: La filosofia del suono orchestrale nella tradizione direttoriale germanica: la linea Furtwängler-Celibidache nell’esecuzione di Bruckner, «Atti dell’Accademia Roveretana degli Agiati» , vol.V, A, n. I,VIII, (2005); Musica mistica: il caso Bruckner, in «Il silenzio degli angeli: il ritrarsi di Dio nella mistica medievale e nelle sue riscritture moderne», Unipress (2008); La concezione biologica dell’acciaccatura: Sergiu Celibidache e la propulsione cardiaca nello stile compositivo di Anton Bruckner, in «Quaderni di musicologia dell’Università degli Studi di Verona» (2006); I cancelli del cielo (1980) di M. Cimino: l’orgia sobria della Storia in «Annuario della filosofia italiana 2010», Edizioni Sapere (2010); Tracce per una nuova storia filosofica della musica in «Annuario della filosofia italiana 2010», Edizioni Sapere (2010). Presso le Edizioni Osiride di Rovereto ha pubblicato l’importante monografia Victor de Sabata: un profilo (2014) sul celeberrimo compositore e direttore d’orchestra italiano. Socio accademico dell’Accademia degli Agiati di Rovereto. michele.bruckner@gmail.com