5 Agosto 2017
Roberto Tirapelle (39 articles)
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Annalisa Stroppa, dalla Scala a Bregenz e nel cuore l’Arena di Verona

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INTERVISTA – Il mezzosoprano interpreta Carmen al festival di Bregenz, dove «prevalgono la natura, la maestosa grandezza della Seebune, il palcoscenico sul lago». Un teatro all’aperto, come lo è l’Arena di Verona, dove la Stroppa ha debuttato in Roméo et Juliette di Gounod (2014). Suzuki all’inaugurazione della Scala (2016). Domingo e Operalia. Muti e Salisburgo. Tre ruoli nel cassetto di «donne forti e dotate di una profonda emotività» –

Signora Stroppa, in Arena l’abbiamo sentita nel ruolo di Stéphano in Roméo et Juliette di Charles Gounod, nel 2014, per la regia di Francesco Micheli. Al momento sta interpretando il ruolo di Carmen al Festival di Bregenz, sul Lago di Costanza. Ci può parlare delle sfide che pone la situazione open-air per un cantante e della produzione a Bregenz?

«Oltre l’Arena di Verona, le mie precedenti esperienze all’aperto sono state alle Terme di Caracalla come Rosina ne Il barbiere di Siviglia e Lola in Cavalleria Rusticana; al Castello Carrarese di Padova all’interno della rassegna Festival Veneto con il ruolo di Romeo ne I Capuleti e i Montecchi. Cantare all’aperto ha un fascino del tutto particolare. L’allestimento della Carmen del regista Kasper Holten è stato costruito appositamente per il Seebühne, è spettacolare e tiene con il fiato sospeso perché ci sono diversi momenti di forte impatto emotivo. La direzione d’orchestra è affidata all’abilità dei maestri Paolo Carignani e Jordan de Souza. La scena maestosa che si impone nel lago vuole sottolineare il destino di Carmen, vediamo le sue mani mentre mescolano le carte e sopra queste carte, sia sospese in aria che cadute in acqua, si muovono tutti i protagonisti, il coro, il corpo di ballo e le comparse! Il lago è protagonista di questa messa in scena nella quale si interagisce con l’acqua; ci sono dei momenti molto avvincenti. Lascio un po’ di suspense per chi deve ancora vederla

Annalisa Stroppa (Photo Victor Santiago)

Annalisa Stroppa (Photo Victor Santiago)

– Ci può raccontare la sua esperienza all’Arena di Verona? Quali sono le emozioni che si provano nel cantare in uno spazio tanto vasto?

«In passato avevo assistito a numerosi spettacoli in Arena e mi sono immediatamente innamorata dell’atmosfera magica che si crea all’interno dell’anfiteatro durante le serate d’opera. Vedere migliaia di candeline accese è qualcosa di straordinario e vi assicuro che la prospettiva dal palcoscenico è ancora più suggestiva. È stata un’emozione indescrivibile poter cantare all’interno di una cornice così unica e carica di storia: l’Arena di Verona, enorme patrimonio artistico e culturale italiano rinomato e apprezzato in tutto il mondo. A livello vocale inizialmente mi spaventava un po’ questo grande spazio all’aperto, ma la naturale cassa acustica del monumento consente di cantare comodamente anche senza amplificazione».

– Carmen è un ruolo simbolo per un mezzosoprano, ed è uno dei suoi preferiti. L’ha già cantato a Trento nel 2011 e a Limoges nel 2014. Adesso a Bregenz. Anche nel repertorio dell’Arena è stato sempre un fiore all’occhiello.

«E’ stato uno dei primi ruoli che ho interpretato. Nel 2010 ho avuto l’onore di cantare il duetto finale con il grande Placido Domingo durante il concerto finale del concorso Operalia. Mi ero appena diplomata, senza alcuna esperienza e ritrovarmi da un giorno all’altro a cantare al suo fianco è stato un momento indimenticabile! Lui mi disse: “vedrai che il ruolo di Carmen ti porterà fortuna!”. A Trento e a Limoges nel 2014 mi sono misurata con il ruolo fino a farlo mio, entrambe le produzioni erano moderne, ambientate ai giorni nostri».

– Annalisa Stroppa, cosa le piace in particolare di Carmen?

«Carmen è un personaggio talmente completo che è come cantare quattro o cinque ruoli diversi concentrati in uno: è ricchissimo e profondissimo. Dal canto e dalla danza popolare di “Habanera” e “Seguidilla” si passa al canto legato e seduttivo, con il tenore del secondo atto, fino alla drammaticità dell’aria delle carte e del finale; per non parlare della incisività dei declamati. Adoro questo ruolo, la sua forza, il suo carisma, la sua determinazione, ma allo stesso tempo la sua sensualità e fragilità. Dal punto di vista emotivo  abbiamo molteplici sfaccettature, è molto impegnativa, ti assorbe e coinvolge completamente. Interpretare Carmen, inoltre, significa spesso cantare mentre si balla, si esegue una coreografia e questo non è facile, bisogna calibrare bene le energie. A mio parere non bisogna fermarsi all’idea stereotipata di una sigaraia affascinante ma leggera che si innamora per non più di sei mesi, ma andare al di là di questa visione comune. Spero di interpretare questo ruolo anche in altri teatri».

2017, Bregenzer Festpiele, Carmen (Photo Bregenzer Festspiele, Karl Forster)

2017, Bregenzer Festpiele, Carmen (Photo Bregenzer Festspiele, Karl Forster)

–  Oltre i grandi teatri e i teatri all’aperto, il più prestigioso dei teatri. Lo scorso 7 dicembre ha preso parte all’inaugurazione del Teatro alla Scala: come ha vissuto un evento di tale importanza mediatica?

«Dopo un mese e mezzo di prove intense, la sera del 7 dicembre 2016, una volta raggiunto il mio camerino e vivendo il fermento fuori e dentro il teatro, ho improvvisamente realizzato che dopo anni e anni di studi e sacrifici era arrivato il mio momento. Felicità mista ad incredulità, onorata ma anche consapevole del grande onere, soddisfatta e riconoscente… ho ripercorso col pensiero in un attimo tutte le tappe del mio cammino artistico iniziato all’età di 12 anni… ed ora ero lì! Una sensazione unica! Inoltre, ho trovato meraviglioso il fatto che la recita fosse trasmessa in diretta da RAI 1. In questo modo con me oltre al pubblico presente in teatro, ci sarebbero potute essere molte altre persone, parenti e amici da ogni parte del mondo».

– Da Carmen a Suzuki…

«Poter lavorare con il Maestro Riccardo Chailly e il regista Alvis Hermanis è stato per me un grande privilegio; attraverso la loro lettura attenta e approfondita il mio personaggio ha preso forma musicalmente e drammaturgicamente e si è arricchito di spessore e umanità. Amo molto Suzuki perché rappresenta lo specchio dei sentimenti che Butterfly, quasi come se fosse caduta in una sorta di pazzia, non riesce ad esternare. Suzuki, con la sua presenza discreta, vuole proteggere Cio-Cio-San, cercando di non urtare la sua fragilità, restandole sempre accanto con grande affetto e partecipando profondamente al suo dolore e alla sua sofferenza; ogni lacrima di Butterfly è una lacrima di Suzuki. Lei non è solo la servente di Cio-Cio-San ma molto di più, è il suo alter ego, un personaggio umanamente molto presente, positivo, tenero e contraddistinto da una grande sensibilità, quasi una sorella per Butterfly: è l’unica persona che la comprende e le sta accanto fino alla fine. Sono proprio questi aspetti del mio personaggio che ho cercato di sottolineare e valorizzare».

Riccardo Muti ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della sua carriera…

«Ho avuto la preziosa possibilità di essere ascoltata in audizione della signora Cristina Muti e dal direttore artistico del Teatro di Ravenna Angelo Nicastro, poco tempo dopo il mio diploma. Avevo pochissima esperienza di lavoro in teatro. L’audizione è andata bene e mi è stato proposto di prendere parte come cover alla produzione de la Betulia Liberata di Mozart (Carmi) diretta dal maestro Muti a Salisburgo. Successivamente mi è stato proposto di studiare il ruolo di Cherubino ne I due Figaro e ripresentarmi in audizione, dove sarebbero stati presenti oltre al Maestro Muti anche il regista Emilio Sagi e il team di lavoro di questa nuova produzione… e sono stata scelta! Così I due Figaro di Mercadante coincide con il mio primo ruolo da protagonista a livello internazionale. La Prima è andata in scena alla Haus für Mozart di Salisburgo e poi lo spettacolo è stato ripreso al Teatro Alighieri di Ravenna, al Teatro Real di Madrid e al Teatro Colón di Buenos Aires. Una prima assoluta di un opera riscoperta e mai eseguita fino a quel momento e questo nella prestigiosa cornice del Festival di Salisburgo riscuoteva l’attenzione da parte di tutto il modo dell’opera. Sono molto grata al Maestro Muti e a tutti coloro che mi hanno scelta consentendomi di imparare e crescere moltissimo».

2017, Bregenzer Festpiele, Carmen (Photo Bregenzer Festspiele, Karl Forster)

2017, Bregenzer Festpiele, Carmen (Photo Bregenzer Festspiele, Karl Forster)

– Signora Stroppa, la sua carriera la porta da un teatro all’altro. Non pensa che sia un lavoro molto esigente? Da dove prende l’energia per affrontare tutto questo?

«Si, è vero. E’ un lavoro molto esigente ma trovo l’energia dalla mia grande passione, dalle persone che mi vogliono bene e da tutti coloro che mi sostengono e credono in me. Al di là delle difficoltà di adattamento continuo, della lontananza dai propri affetti, dalla propria quotidianità credo che sia un lavoro meraviglioso, stimolante, arricchente ed elettrizzante. Di volta in volta si conoscono nuove persone e nuovi Paesi e in ogni produzione cresco sia a livello artistico che personale».

– Ha un repertorio che spazia dal barocco al verismo. Sempre in grandi teatri. Quali sono i ruoli con cui più si identifica?

«Sono un mezzosoprano lirico. Affronto principalmente ruoli del belcanto e del repertorio francese. Credo che questo repertorio sia perfettamente aderente alla mia vocalità, così come al mio carattere. Cerco di identificarmi il più possibile in ogni ruolo perché quando interpreto un personaggio cerco di approfondirlo e interiorizzarlo il più possibile, quindi sono legata a tutti i ruoli che ho interpretato. Da Hänsel in Hänsel und Gretel (Torino/Regio) a Carmen. E’ fantastico di volta in volta trasformarsi ed entrare nei panni di personaggi sempre diversi. Solo per citarne alcuni, sono affezionata a Rosina de Il barbiere di Siviglia di Rossini (Verona, Roma, Lausanne, Tel Aviv/Israeli Opera, Bilbao/Abao, Dresda/Semperoper, Montecarlo, Caracalla); Adalgisa della Norma di Bellini (Barcellona/Liceu, Valladolid/Calderon, Palermo/Massimo); Romeo de I Capuleti e i Montecchi di Gounod (Padova/Castello, Bassano) e alla Carmen di Bizet».

– Ci sono ruoli che non ha ancora cantato, ma che vorrebbe prima o poi aggiungere al suo repertorio, e perché?

«Charlotte nel Werther di Massenet, Leonora ne La Favorite e Sara in Roberto Devereux di Donizzetti. Li trovo ruoli meravigliosi, interessanti sia dal punto di vista vocale che interpretativo ed espressivo. Mi piacerebbe dare voce a questi magnifici ruoli di donne forti ma nello stesso tempo estremamente sensibili e dotate di una profonda emotività che attraverso il canto lasciano parlare il loro cuore».

Roberto Tirapelle

Si ringrazia O-PR Communications, Berlin

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Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it