31 luglio 2017
Michele Bongiovanni (7 articles)
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Aida 1913, spettacolo totale, lineare ma non statico

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RECENSIONE – Un ritmo brillante e un bilanciamento di scene magistrale e strategico accompagnano lo spettatore lungo i quattro atti dell’opera. Il giovane soprano Monica Zanettin è protagonista assoluta in Arena, non solo dal punto di vista dell’intreccio drammaturgico ma anche per carisma interpretativo –

Aida 1913”, nella prima di venerdì 28 luglio 2017, è sia un ritorno al Futuro sia un Passato che ritorna, naturalmente con tutte le lusinghe, buone e cattive, che la memoria reca con sé. I bozzetti delle scenografie utilizzati dal regista Gianfranco De Bosio sono del celeberrimo architetto veronese Ettore Fagiuoli, la cui mano è presente nel liberty neogotico-rinascimentale del quartiere Borgo Trento di Verona e nell’apice del campanile del Duomo, tra le altre cose. Un Eros/Thanatos senza nevrosi contemporanee.

L’Aida del giovane soprano Monica Zanettin è protagonista assoluta della serata non solo dal punto di vista dell’intreccio drammaturgico ma anche per carisma interpretativo. Notevole nella dinamica di assottigliamento del fiato e del volume, una Aida sicura dei propri mezzi ma senza compiacimento, cosa assai dignitosa e stimabile in contesti talvolta un poco autoreferenziali e refrattari alle critiche, anche se blande.

Ben teso, infatti, ma senza prevaricazioni, il duetto Aida-Amneris “Fu la sorte dell’armi a’ tuoi funesta”. Il Radamès del tenore di nascita uruguayana Gaston Rivero, debuttante, come si è potuto ascoltare subito nel recitativo “Se quel guerrier io fossi!” della Scena I del I Atto, è certo più adolescenziale che guerriero, un “Romeo” che tuttavia può star bene nella fair Verona del balcone di Giulietta. Olesya Petrova, mezzo-soprano russo dai polmoni capaci, ha dato vita ad una Amneris rivale in amore forse non troppo ricca di sfumature nel fraseggio, ma dotata comunque di presenza scenica non indifferente. Il Ramfis del basso polacco Rafal Siwek ha riempito di armonici la scena, caratteristica tipica dei migliori bassi. Buono il Re d’Egitto di Ugo Guagliardo, basso molto noto e all’altezza della sua fama, sia vocalmente sia come capacità attoriale nella prossemica di scena. Amonasro del baritono Ambrogio Maestri ha interpretato alla perfezione il suo ruolo, non facile nell’unire il ruolo di padre (specie in un’epoca come la nostra di revisioni delle figure genitoriali anche all’Opera…) a quello di re. Il tenore Paolo Antognetti (Messaggero) e la Sacerdotessa del mezzo-soprano Marina Ogii hanno assecondato correttamente gli altri protagonisti con ottima professionalità. Una compagine globalmente omogenea ed efficace.

In Arena, al solito, si rinnova il dilemma del tempo atmosferico che rende ogni serata una “sfida al cielo”, nel senso della pioggia o delle stelle. Nessun problema neanche alla lontana per la serata: la copertura di stelle dell’anfiteatro, unica “copertura” apprezzata da tutti (…), ha offerto il proprio contributo egregiamente.

2017-07-28, Arena, Aida (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Il direttore Andrea Battistoni, enfant prodige di Verona, si è presentato adrenalinico, “carico” ed eccitato sin dall’inizio, e non sono mancati temperamentosi (dionisiaci?) incitamenti all’orchestra più volte durante la direzione. Lo si è visto chiaramente a suo agio, con un gesto sicuro negli attacchi e di chiara leggibilità sia per orchestra e sia per i cantanti. È in evidente maturazione e fa ben sperare anche per l’ambito sinfonico. Infatti preludio, danza delle sacerdotesse, marcia trionfale e il coordinamento con il Maestro del Coro Vito Lombardi per le parti corali di scena della consacrazione nell’atto I e nell’inno Gloria all’Egitto del II atto sono stati momenti di grande suggestione sonora e d’atmosfera, molto graditi dal pubblico. L’orchestra spiccava più del solito, senza eccessi “tonitruanti”. In particolare, le dinamiche e i duetti di fagotto, clarinetto, corno inglese e clarinetto basso sono risultati ben avviluppati alle voci sulla scena, come sensuali piante rampicanti dalle linee liberty, care alle decorazioni di Fagiuoli.

Molto fin de siècle le coreografie (con bimbi in costume bravissimi in scena) di Susanna Egri, nel tentativo, direi riuscito, di ricreare il Vero nel Falso, un Egitto di fantasia però filologico in relazione ai bozzetti dell’architetto Fagiuoli, attivo anche come scenografo in Arena a partire proprio da questa Aida inaugurale del festival lirico areniano nel 1913, allestita per celebrare il centenario della nascita di Giuseppe Verdi. Le prime ballerine Petra Conti e Alessia Gelmetti ed i ballerini Davit Galstyan e Alberto Ballester hanno interpuntato le prove dei cantanti creando dinamismo narrativo con i loro corpi, tanto che si immagina lo straordinario effetto suscitato sin dal debutto di Aida, al Cairo nel 1871, quando ancora non vi erano né cinema né radio né televisione.

Aida è uno spettacolo totale (anche se non certo un “filosofico” e ponderoso Gesamtkunstwerk wagneriano) che ancora oggi, in questi tempi sempre più frenetici, schizoidi e “ischemici”, non annoia, perché nonostante la lunghezza dei quattro atti (più due intervalli e le interruzioni per gli applausi letteralmente “in corso d’opera”) ha un ritmo così brillante e un bilanciamento di scene così magistrale e strategico che appassiona ma senza spaventare come certo metafisico Wagner… Anche se un Wagner in Arena sarebbe certamente da sentire, visto che siamo “sotto lo stesso cielo”. Chissà se prossimamente… L’Arena è contenitore di varia umanità, sia in termini sociologici sia in termini culturali, sin dall’inizio della sua vicenda storica. Il “di più” aggiunto alla rappresentazione è dato proprio da questo sentirsi parte integrante di uno spettacolo ancestrale, già quando si entra, da pubblico, dai vari vomitoria dell’anfiteatro.

Il tutto esaurito della serata ha mostrato qualche limite nella gestione dei servizi igienici, ma nessun lamento si è levato dall’utenza, anzi con prontezza e discrezione si sono viste affrontate un paio di emergenze di pronto intervento e le file ai bagni sono state segnalate dagli addetti. Sintomi di attenzione anche in questo senso. C’è margine di manovra e miglioramento, quindi.

De Bosio, inossidabile, ha riproposto la sua regia che risale al 1982. Set tradizionale, molto lineare, ma non statico, complice anche la notevole velocità degli operatori nel cambio di scena. La collocazione del coro con le torce accese al buio sul profilo dell’anfiteatro dietro al palco “ad incoronare la scena”, e il coro, ancora, con i suonatori di trombe egiziane sulla scena a differenti altezze per suddividere i piani sonori assieme agli obelischi, alle sfingi ed agli altri elementi della scenografia di Giuseppe de Filippi Venezia hanno appagato anche gli occhi.

Presenti anche i cavalli per un breve momento sullo sfondo, evitando derive “safari” dello spettacolo e tuttavia donando una fisicità proprio “animale” e una concretezza ambientale da film di Werner Herzog, “più veri del vero”. I cavalli, d’altra parte, in Arena sono “di casa” anche per motivi extra operistici. Pochi ricordano anche della venuta di William Cody, ovvero Buffalo Bill, col suo Wild West Show a Verona nel 1890 (14 e 15 aprile), testimone Emilio Salgari. Ma anche tauromachie per Napoleone Bonaparte hanno addensato forti agglomerati di esperienze tra quelle gradinate che, originariamente suddivise per ranghi sociali, oggi sono più che altro suddivise in base al prezzo del biglietto, corrispondente più ad uno status economico che ad uno sociale, come è noto, divaricandosi piuttosto volgarmente da una brutale ma forse più sincera suddivisone “antica”.

Aida, dalla sua nascita, è stata una evidente mise en abîme della Storia, degli eventi. Di questa Aida di Verdi/Ghislanzoni, entrambi mazziniani di formazione e legati quindi alla sua Filosofia della musica del 1836, in cui si indicava nella forma operistica il modo più efficace di fare propaganda politica grazie al pathos indotto dalla musica (si ricordi il VIVA V.E.R.D.I cosa significava) noi anche oggi possiamo fare un confronto con il contesto “africano” attuale, ad esempio. Dal caso Regeni in Egitto, all’Etiopia fascista, quante riflessioni si attivano col “trio”, se si può dire, anzi “triumvirato” visto gli agganci mazziniani, Mazzini-Ghislanzoni-Verdi e la loro alta, altissima cripto-politica che aggirava e aggira le censure e parla più chiaro di tanti comizi ufficiali.

Storica nella sua a-storicità e sempre contemporanea, quindi, questa opera di Verdi prevede prigionieri di guerra, schiavitù, il concetto di Nemico, l’Identità Nazionale, la dicotomia dialettica Patria e Amore… Proprio nella città di Giulietta. In fondo Aida e Radamès li possiamo considerare varianti archetipici di Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta, Newland Archer e contessa Olenska… e tutti gli altri.

In cauda venenum: alcuni fischi non comprensibili, ma un certo pubblico “centerbe” ricordo che fischiava anche Carlos Kleiber nell’“Otello” scaligero del 1976. Chiaro che sono occasioni decisamente diverse, ma lasciamoli fischiare. In fondo l’idea di dissonanza, Schoenberg insegna, è relativa. Dipende dall’ampiezza del contesto armonico di riferimento. Più esso si allarga, e più emergono le consonanze. Forse i fischi, in una più ampia prospettiva, concorrono all’armonia universale?

Michele Bongiovanni

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Michele Bongiovanni

Michele Bongiovanni

Michele Bongiovanni (Legnago 1979) è musicologo e docente di ruolo di storia e filosofia. Ha partecipato come relatore a convegni, festival e cicli di lezioni-concerto, collaborando, tra gli altri, con il Trio Malipiero, la Libera Università Popolare della Valpolicella, il Festival Jazz di Cormons. Tra le pubblicazioni: La filosofia del suono orchestrale nella tradizione direttoriale germanica: la linea Furtwängler-Celibidache nell’esecuzione di Bruckner, «Atti dell’Accademia Roveretana degli Agiati» , vol.V, A, n. I,VIII, (2005); Musica mistica: il caso Bruckner, in «Il silenzio degli angeli: il ritrarsi di Dio nella mistica medievale e nelle sue riscritture moderne», Unipress (2008); La concezione biologica dell’acciaccatura: Sergiu Celibidache e la propulsione cardiaca nello stile compositivo di Anton Bruckner, in «Quaderni di musicologia dell’Università degli Studi di Verona» (2006); I cancelli del cielo (1980) di M. Cimino: l’orgia sobria della Storia in «Annuario della filosofia italiana 2010», Edizioni Sapere (2010); Tracce per una nuova storia filosofica della musica in «Annuario della filosofia italiana 2010», Edizioni Sapere (2010). Presso le Edizioni Osiride di Rovereto ha pubblicato l’importante monografia Victor de Sabata: un profilo (2014) sul celeberrimo compositore e direttore d’orchestra italiano. Socio accademico dell’Accademia degli Agiati di Rovereto. michele.bruckner@gmail.com