28 luglio 2017
Roberto Tirapelle (16 articles)
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Gianfranco Cecchele, la leggenda di un tenore veneto

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INTERVISTA – La famiglia prima di tutto, 48 anni di carriera, 444 recite di Aida, 10 volte in Arena. A Parigi con la Callas nell’ultima Norma cantata dal celebre soprano. Riceve quest’anno il Premio speciale alla carriera a 70 anni dal debutto della Divina all’Arena di Verona. Si truccava da solo –

Abbiamo trascorso un pomeriggio a Galliera Veneta con il Maestro Gianfranco Cecchele, una leggenda della lirica in un Veneto che nell’epoca d’oro dell’Opera ha conquistato i teatri internazionali. Ricorre quest’anno l’anniversario del debutto di Maria Callas all’Arena di Verona, avvenuto il 2 agosto del 1947, e 70 anni dopo il Maestro Cecchele riceve il “Premio Speciale alla carriera” durante la IV edizione del “Festival internazionale scaligero Maria Callas” (Intervista con l’ideatore del Festival, il Maestro Nicola GueriniIl Festival scaligero Maria Callas porta Verona nel mondo).

Siamo nella bellissima casa del grande tenore, in un parco ancora più bello, dove conosciamo un personaggio di grande umanità che ha il piglio ancora leggendario della sua voce e del suo carattere. Ci interrompe subito: «Prima che lei inizi con le domande voglio fare una dichiarazione: la famiglia per me ha sempre avuto la precedenza. Il merito per la mia carriera va soprattutto a mia moglie da cui ho ricevuto un grande aiuto. Ho rinunciato a molte occasioni perché ho voluto coltivare l’amore per i miei figli».

Gianfranco Cecchele (Photo Arch.)

– Maestro, come ha conosciuto sua moglie Antonietta?

«Ad una festa le chiesi, “Permette un ballo?”. E facemmo un tango figurato. La stringevo molto e a un certo punto mi respinse davanti a tutti gli amici. Avevo 18 anni, lei 17».

– Maestro Cecchele, la sua carriera è iniziata debuttando al Bellini di Catania con La Zolfara, musica di Giuseppe Mulè. Cosa l’ha indotta ad affrontare un autore verista e quindi un repertorio subito non facile?

«Mi hanno indotto 175.000 lire a recita. Nel 1964 avevo 26 anni, volevo aiutare la famiglia ed essere indipendente. A quell’epoca gli stipendi erano di 20.000 lire al mese. La Zolfara non mi piaceva, però c’erano due belle romanzette. Ho ancora lo spartito ma non sono state fatte registrazioni. Ero vestito da zolfataro, un amico tenore che cantava in quel periodo L’Amelia al ballo, mi ha aiutato nel trucco, mi ha messo i baffi e le ciglia. In seguito mi sono sempre truccato da solo, anche al Metropolitan. Era un’arte che mi piaceva. Solo alla Scala mi sono lasciato truccare e proprio a Milano ho frequentato una scuola di trucco».

– Maestro Cecchele, nel quinquennio 1965-1969, all’inizio della carriera, lei ha cantato in più di 240 recite. Come ha potuto reggere?

«In quel periodo ero forte come un toro, cercavo di tenermi sano. Dovevo studiare le opere che non avevo in repertorio e cantare quelle che conoscevo. Se canti Turandot e devi studiare Norma bisogna fare molta attenzione a non perdere il controllo della voce. In quel periodo andavo a lezione da Marcello del Monaco. Era una scuola utile per quelle voci che dovevano aumentare il volume. Si usavano molto i vocalizzi “di affondamento” ma se uno frequenta delle lezioni del genere a lungo perde la timbrica. Di quel periodo ho un bel ricordo del 1967 a Milano, quando feci Cavalleria rusticana con Herbert von Karajan. Io cantavo senza interruzioni e il Maestro alla fine mi disse “Signor Cecchele, è proprio sicuro di riuscire a fare tutta l’arcata?”; poi una seconda volta: “Signor Cecchele è proprio sicuro di riuscire a fare tutta l’arcata?”. Io rispondo: “Si, sono sicuro!”.  E Karajan esclama: “Bene Signor Cecchele!”.

Gianfranco Cecchele (Photo Arch.)

– Lei non ha mai perso il colore della voce, da quanto ricordiamo.

«Io i vocalizzi ho cercato di farli limitatamente, perché sono del parere che la voce va a posto da sola quando è buona».

– La sua discografia è tutta registrata dal vivo. C’è un particolare motivo?

«Il motivo è che quasi tutte le registrazioni sono state effettuate da mia moglie, che nel tempo è diventata una specie di “tecnico del suono”. E aveva anche una buona strumentazione!». A questo punto la Signora Antonietta aggiunge: «In alcune occasioni registravo di nascosto. Una volta alla Scala il Sovrintendente Paolo Grassi mi inseguì per tuttta la platea per sequestrarmi il registratore, senza riuscirci».

– A Vienna lei ha cantato in una settantina di recite. Cosa l’ha spinta così spesso alla Staatsoper?

«A Vienna c’era una Sovrintendente che mi adorava e mi faceva fare anche 22-25 recite l’anno. Mi chiamava e mi chiedeva in italiano ma con spiccato accento austriaco: “Signor Cecchele, quando può cantare il Simon Boccanegra”?».

– Parliamo delle colleghe, mezza storia della musica: Cossotto, Stella, Zeani, Tucci, Tebaldi, Scotto, Malaspina, Freni, solo per citare le italiane. Ma cominciamo dalla Callas. Ci racconti della Norma a Parigi nel 1965.

«Maria Callas finisce la carriera proprio in quel momento. Era una grande signora. Mi ricordo la prova che stavo facendo con il Maestro Georges Prêtre. Stavo cantando la romanza e dopo la cabaletta è entrata lei e si è seduta in silenzio ad ascoltarmi. Alla fine sono andato a baciarle la mano e ha esclamato “finalmente abbiamo un nuovo tenore!”. A Parigi erano previste cinque recite ma ne facemmo solo quattro, anzi neanche quattro perché la quarta fu sospesa. La Callas svenne. Si chiuse il sipario, andammo a soccorrerla e la portammo via in barella. Lei disse “Che vergogna, cosa dirà il mio pubblico!”».

– Maestro, com’era nato quell’ingaggio con l’Opéra National de Paris?

«A cantare con la Callas doveva esserci Mario Del Monaco ma diede forfait. L’Opéra allora chiamò La Scala che propose un giovane tenore, cioè Gianfranco Cecchele. L’Opéra in quel momento era monopolizzata da Onassis e infatti bastava leggere il manifesto per capirlo, tutto impostato sulla Callas».

Maria Callas, Gianfranco Cecchele (Photo Arch.)

– Come aveva cantato in quell’ultima occasione Maria Callas?

«In un paio di recite aveva cantato molto bene, al suo fianco c’erano alternativamente sia la Cossotto che la Simionato. Però le mani le tremavano spesso. Certo che i grandi sono grandi sempre e anche in quei giorni lei era magnetica. La ritrovai a Roma quando cantavo Cavalleria e Beppe Di Stefano mi disse “vieni a trovarmi in camerino, c’è una persona che vuole salutarti”. Andai in camerino e trovai la Callas che mi disse “Bella! Proprio bella “La Siciliana” (nda, brano della Cavalleria rusticana)».

– Maestro Cecchele, ci racconti delle altre colleghe…

«Maria Chiara, grandissima, gentile e fantastica in Aida, Tosca, Otello. Renata Tebaldi, mi ricordo una Gioconda bellissima a Napoli. Aveva nelle zone centrali più voce della Callas, senza naturalmente i suoi sovracuti. Antonio Ghiringhelli (nda, mitico Sovrintendente del Teatro alla Scala) era innamorato della Tebaldi. La Callas sapeva di questo fatto e una volta in Medea dedicò una romanza allo stesso Ghiringhelli che la stava ascoltando nel palco di proscenio. Ricordo Mirella Freni in un grande Simon Boccanegra, un Attila con Antonietta Stella, bella ed eclettica. E tutte le altre che lei ha citato».

– Maestro, l’ultima sua presenza è alla Scala nel 1989 con Tosca. Che ricordo ha di quel momento?

«Ho cantato per 15 anni alla Scala ma di quel 1989 ho un brutto ricordo, e non perché sia stata l’ultima volta. Quell’ultima Tosca per me andò benissimo, anche se tutto doveva svolgersi contro di me. Avevano organizzato perfino delle claque. Mia moglie nel frattempo aveva creato delle contro claque. I miei colleghi Cappuccilli e Dimitrova non stavano bene e l’unico a cui avevano chiesto il bis ero io, ma alla Scala era vietato concedere bis. Venne “massacrato” anche il direttore d’orchestra, che era Umberto Cattini. Dovevo fare tre recite, ne feci una sola. Il giorno dopo la prima venne a trovarmi l’ufficiale pagatore per darmi il compenso e comunicarmi che il teatro non era stato soddisfatto della mia prestazione, per cui potevo andarmene».

– Parliamo dell’Arena di Verona. Quante volte ha cantato in questo particolare teatro?

«Ho fatto due inaugurazioni in Arena: nel 1967 con La forza del destino dove interpretavo Don Alvaro con Leyla Gencer e Adriana Lazzarini (nda, grande protagonista di almeno 10 stagioni areniane). Che tempi! Con Franco Capuana e Herbert Graf. Nel 1968 un’altra inaugurazione con Aida con Rita Orlandi Malaspina. Credo di aver cantato almeno una decina di volte in Arena. Ricordo un’altra bellissima Aida nel 1987 con la Cossotto, (nda, regia di Pietro Zuffi) e un colossale Nabucco nel 1989. Sono stato con le sovrintendenze De Bosio e Cappelli, quest’ultimo mi adorava. Mi hanno detto che ho sempre cantato benissimo “Celeste Aida”, anche quel si bemolle acuto. Forse, un paio di volte l’ho fatto “sporco”… ma parliamo di oltre 400 recite».

Roberto Tirapelle

Foto in alto: Gianfranco Cecchele (Photo OAM)

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Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

<p>Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it</p>