10 luglio 2017
Michele Bongiovanni (7 articles)
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Questa Madama Butterfly merita di essere condivisa

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RECENSIONE – Una condivisione non duplicabile con un click ma una contaminazione dove “bisogna esserci” per “scambiare gli umori” e l’Arena è il luogo ideale. L’Opera di Puccini vista da Zeffirelli non è uno spettacolo rivoluzionario, ma una “ricetta originale” alla quale è bello tornare dopo tante versioni smaniose di novità –

La Madama Butterfly, dal suo battesimo con Giovanni Zenatello alla prima assoluta alla Scala del 1904, serba dunque radici anche veronesi e quindi ipso facto areniane. Nella prima dello spettacolo di sabato 8 luglio 2017 presente pubblico di ogni età, molto ordinato e attento. Anche i bambini rapiti dall’ultimo atto, complici la notte, la stupenda “rotondità lunare” in cielo proprio in cima al palco, il set naturale e i giochi di luci sul rodatissimo décor zeffirelliano, un classico tra i classici assieme alla sua regia.

Una direzione, quella di Jader Bignamini, ex membro de LaVerdi di Milano e assistente di Riccardo Chailly, al servizio del palcoscenico, mai troppo presente ma con decise sottolineature di volume nelle scene più drammatiche del III atto (efficacissimo l’irrompere dei timpani dalla dinamica oscillante del “Va’ a fargli compagnia” di Cio-Cio-San a Suzuki). I legni purtroppo soffocati spesso dall’acustica un poco ingolata dell’anfiteatro.

Cio-Cio-San (o “Butterfly” per l’imperialista/colonialista “americano”) è per Puccini una giapponese all’italiana, appassionata, disperata e assai poco filologicamente algida Geisha secondo le regole dell’Iki, il particolare equilibrio tra partecipazione amorosa e rinuncia delle Geishe e dell’estetica giapponese; mentre Pinkerton è certamente maschio sbruffone, manipolatore, vagamente sadico, codardo e “colonialista”, (forse) con rimorso fuori tempo massimo ma senza il fiero coraggio del seduttore senza pentimento Don Giovanni.

2017, Arena, Madama Butterfly (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2017, Arena, Madama Butterfly (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Nell’interpretare questi ruoli i due protagonisti si son fatti valere, con dizione chiarissima nel Pinkerton del tenore Marcello Giordani, meno chiara, anche se migliorata con l’aumentare del pathos dell’intreccio, nel soprano ucraino Oksana Dyka, già nota in Arena da anni, qui nella veste di Cio-Cio-San. I comprimari hanno fatto un lavoro discreto, ma è noto come la Butterfly sia una sorte di dramma da camera, un Kammerspiel intimistico che solo l’esotismo dei nomi, dei dettagli scenografici e di qualche melodia “alla maniera giapponese” rende transoceanica. È un esotismo “di concetto”, quasi tutto mentale, quasi salgariano verrebbe da dire stando a Verona, un Giappone di inizio Novecento visto da un ferocemente passionale compositore italiano, il grande Giacomo Puccini. Ammirevole il lavoro del Maestro del Coro Vito Lombardi con una compagine che gioca su più piani sonori in vera “stereofonia”.

C’è tensione percepibile da parte degli artisti chiamati ad esibirsi di fronte ad un mito, quello areniano, che incute soggezione proprio nel suo essere “live”, nel suo essere “tempio della lirica”, campo gladiatorio e spettacolare patibolo ai tempi del feroce Ezzelino III da Romano. Il luogo “parla” anche di tutto questo.

Costumi magnifìci “kurosawiani” di Emi Wada (premio Oscar, infatti, per il capolavoro RAN di Kurosawa e suoi anche i costumi di Prospero’s books di Greenaway, tra le altre eccellenti cose), dal bianco luttuoso, “Shiro”), al rosso (“Aka”) giapponese indicante felicità ma anche leggibile nel suo capovolgimento in passione e sangue all’occidentale, tutti orientati al cromatismo caratteriale come da lezione Nō/Kabuki. Movimenti scenici fluidi e ben coreografati da Maria Grazia Garofoli (pareva con prevalenza di moti in senso orario: forse indicanti l’inesorabilità di un Destino che scorre in avanti come il tempo degli orologi e che non può essere invertito?).

Set ingegnoso nella sua semplicità da teatro Kabuki: si trasforma, “aprendosi”, dal pubblico porto di Nagasaki alla privata alcova, prima luogo di seduzione e di piacere eroticheggiante con la sposa bambina poi di mortifera freddezza, virando dai colori caldi dei primi due atti ai freddi del finale, prima del “solo rosso” di Cio-Cio-San avvolta dal buio (“Kuro” in giapponese non indica solo il buio ma anche un elemento cromatico; come dire che il buio a suo modo “è colorato”) con Pinkerton echeggiante con una virilità ormai strozzata dalla gelida e ferrea morsa della Morte disperata di Butterfly.

Applausi ripetuti per la Dyka al termine di “Un bel di vedremo” dell’atto II. Molti gli applausi alla fine. Ma non da meno Marcello Giordani, anzi. Applaudito assai per il suo duetto di “Bimba dagli occhi pieni di malìa” con Butterfly al I atto. Notevole anche nell’”Addio fiorito asil”, con il difficile compito di umanizzare un personaggio che moralmente e caratterialmente è riprovevole. Nel finale è un machismo franto il suo, solitamente assai difficile da rendere. Ottima prova di lettura psicologica del personaggio.

Un plauso all’orchestra, al coro (splendido il coro a bocca chiusa del II atto) e a tutte le maestranze veronesi. Vengono da (e sono ancora in) momenti difficili. Danno una bella lezione a chi li vuol “morti”. Non moriranno e continueranno a suonare, magari come il tamburino mahleriano del Lied Revelge. Se solo i detrattori andassero un po’ più agli spettacoli…

Il fugato di apertura dell’atto I, partito con qualche membro del pubblico ancora “in movimento”, va giustificato in parte da ragioni acustiche relative alla struttura dell’anfiteatro areniano: l’orchestra fatica a emergere dalla fossa orchestrale producendo onde sonore che si propagano radenti alla platea, rendendosi difficilmente udibili. La buca d’orchestra lunga 27 metri implica uno sfasamento temporale acustico nel ritorno del suono.

Prevalgono acusticamente il campo diretto e l’assenza di riflessioni laterali che possono tuttavia aumentare con un pubblico folto. In sostanza, la coordinazione tra orchestra, tra i meccanismi fisiologici del transitorio di attacco e di estinzione del suono, e palco (voci) è problematica in un teatro all’aperto, da sempre. Bignamini aveva un lavoro duro da coordinare. In più, la minaccia di un temporale “lampeggiante nel cielo” verso il finale del III atto creava una tensione narrativa in più, ma ha graziato il finale. Il temuto temporale poi non è più arrivato, fortunatamente: ha rispettato il climax fino alla sua acmé conclusiva.

2017, Arena, Madama Butterfly (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2017, Arena, Madama Butterfly (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Disabili presenti, buon segno per la pervietà delle barriere architettoniche, famiglie di ogni nazionalità al completo, ottimi il servizio e la gentilezza degli operatori. L’Opera va infatti vissuta nel contesto condiviso con gli spettatori e gli artisti, in qualche modo educazione sentimentale e catarsi insieme.

Non esauriti i posti, peccato per chi non c’era. Lo spettatore sovrappone “dal vivo” il proprio portato esistenziale alla vicenda narrata e questo, tra l’altro, rende unico l’assistere dal vivo all’Opera lirica. Chiaro che nelle registrazioni in studio ci si concentra maggiormente sui dettagli orchestrali e i cast sono selezionatissimi, ma nessun disco può restituire l’irripetibile unicità dell’evento vissuto nella concretezza del momento. Pochi cellulari molesti, la percezione di un decoro diffuso senza affettazione o snobismo. Un bello spaccato sociale e internazionale, vedendo pressoché tutte le nazioni del mondo rappresentate tra il pubblico.

Non uno spettacolo rivoluzionario, ma una “ricetta originale” alla quale è bello tornare dopo tante versioni smaniose di novità a tutte i costi, talvolta proprio come Arbasino riferisce nelle sue cronache, non solo all’interno dei confini nazionali.
Nell’epoca dei “social”, questo tipo di condivisione non è duplicabile cliccando virtualmente: bisogna esserci e “scambiare gli umori”. Occorre procedere da una condivisione verso una contaminazione sociale sempre più ampia. L’Arena è un ideale luogo per continuare a farlo.

Michele Bongiovanni

Foto in alto: 2017, Arena, Madama Butterfly (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

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Michele Bongiovanni

Michele Bongiovanni

Michele Bongiovanni (Legnago 1979) è musicologo e docente di ruolo di storia e filosofia. Ha partecipato come relatore a convegni, festival e cicli di lezioni-concerto, collaborando, tra gli altri, con il Trio Malipiero, la Libera Università Popolare della Valpolicella, il Festival Jazz di Cormons. Tra le pubblicazioni: La filosofia del suono orchestrale nella tradizione direttoriale germanica: la linea Furtwängler-Celibidache nell’esecuzione di Bruckner, «Atti dell’Accademia Roveretana degli Agiati» , vol.V, A, n. I,VIII, (2005); Musica mistica: il caso Bruckner, in «Il silenzio degli angeli: il ritrarsi di Dio nella mistica medievale e nelle sue riscritture moderne», Unipress (2008); La concezione biologica dell’acciaccatura: Sergiu Celibidache e la propulsione cardiaca nello stile compositivo di Anton Bruckner, in «Quaderni di musicologia dell’Università degli Studi di Verona» (2006); I cancelli del cielo (1980) di M. Cimino: l’orgia sobria della Storia in «Annuario della filosofia italiana 2010», Edizioni Sapere (2010); Tracce per una nuova storia filosofica della musica in «Annuario della filosofia italiana 2010», Edizioni Sapere (2010). Presso le Edizioni Osiride di Rovereto ha pubblicato l’importante monografia Victor de Sabata: un profilo (2014) sul celeberrimo compositore e direttore d’orchestra italiano. Socio accademico dell’Accademia degli Agiati di Rovereto. michele.bruckner@gmail.com