14 June 2017
Zeno Massignan (5 articles)
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Herbert, dall’Arena di Verona al Royal Opera House Muscat

INTERVISTA – Herbert Steele è stato tecnico di scena in Arena per più di 25 anni: «Lavorando in un team internazionale ho notato come la palestra dell’Arena e la scuola italiana in generale, che abitua a operare in situazioni più complicate senza l’aiuto della tecnologia e di sistemi meccanici, formino ottimi tecnici, capaci soprattutto di affrontare, capacità che ha stupito positivamente il management omanita» –

Herbert Steele ha lavorato come tecnico di palcoscenico all’Arena di Verona per poi trasferirsi in Oman, alla Royal Opera House Muscat, un teatro moderno con un team di lavoro internazionale, dove si è da poco conclusa la stagione operistica 2016-2017 con Les Pêcheurs de Perles di Bizet dall’Opéra Royal de Wallonie.

– Quando ha iniziato a lavorare in Arena e quali sono state le motivazioni?

«Ho iniziato a lavorare in Arena il 4 luglio 1987, in seguito a una chiamata straordinaria per rinforzare la squadra notturna e da questa esperienza sono rimasto per più di 25 anni. Inizialmente non volevo fare del teatro il mio mestiere, ma questo è successo, probabilmente grazie al sostegno generato da una mia personale passione per la musica e dall’interesse culturale che la città di Verona vanta per tradizione in questo settore. La grandiosità del festival estivo in Arena è solo la punta dell’iceberg e nasconde un antico substrato musicale e una memoria operistica nata prima dell’estate del 1913».

Herbert Steele

– Però poi ha preferito il Royal Opera House Muscat in Oman…

«La mia prima esperienza è del 2011, quando viene inaugurato il Royal Opera House Muscat con la Turandot di Franco Zeffirelli che si presenta con un impianto scenico ricostruito in scala ridotta appositamente per quel luogo. Dopo questa avventura, nell’autunno del 2013 mi viene offerto un contratto breve per collaborare nell’allestimento delle Nozze di Figaro realizzate dalla Vienna State Opera and Orchestra inserito in un team di rinforzo. A conclusione della stagione 2014, insieme ad altri colleghi anche italiani ci propongono un contratto di 12 mesi, che da quel momento ci rinnovano di anno in anno. Qui si è impegnati da settembre a maggio, il contrario dell’Arena».

– Com’è costituito il suo team di lavoro?

«Lavoro in un team internazionale che è sicuramente un’occasione di confronto e di crescita. C’è un buon gruppo di italiani, tra i quali il general manager Umberto Fanni, qualche spagnolo, un francese, uno scozzese e per lo più inglesi e australiani. Apprezzo il senso di squadra e la coesione che nasce da un’organizzazione del lavoro molto precisa, aspetto estremamente diverso dal metodo italiano. C’è inoltre un’ottima comunicazione interna che permette cambi rapidi, movimenti coordinati e chiarezza nella suddivisione dei compiti e delle responsabilità».

– Le modalità lavorative sono diverse rispetto a quelle alle quali eri abituato in Arena?

«Direi di si, il Royal Opera House Muscat è un teatro moderno con sistemi elettrici di movimentazione delle scene. Nel nostro team ci sono quattro persone che si occupano della gestione e manutenzione del sistema di automazione per i movimenti scenici. Non esistono i contrappesi, né le tradizionali corde di canapa, la graticcia non è nemmeno predisposta per queste strutture. L’impatto inziale non è stato facile perché ero abituato a una tipologia di lavoro meno automatizzata. Qui è tutto basato sul sistema del fly floor ossia quello che noi della vecchia scuola chiameremmo ballatoio/graticcia, una vera e propria centrale operativa dove, tramite l’uso di console, tutto dev’essere preimpostato e funzionare tramite il metodo delle chiamate che giungono via radio dallo stage manager (direttore di scena) o dal capo macchinisti. La gestione dello show sul piano palcoscenico avviene in egual maniera con chiamate via radio (cue) provenienti sempre dal direttore di scena».

– Pro e contro di questo sistema?

«All’inizio della nostra esperienza, noi italiani, abituati diversamente, abbiamo cercato di sostenere l’opportunità di poter agire alla vecchia maniera, poiché non sempre i sistemi automatici assicurano certezza, dinamicità e versatilità. Per questo abbiamo insistito sul fatto che la vecchia scuola ti garantisce un piano B in caso di problemi e che a volte ti consente soluzioni impraticabili dalle nuove tecnologie. Lavorando in un team internazionale ho notato come la palestra dell’Arena e la scuola italiana in generale, che abitua a operare in situazioni più complicate senza l’aiuto della tecnologia e di sistemi meccanici, formi ottimi tecnici, capaci soprattutto di affrontare senza esitazione l’imprevisto e risolverlo in fretta, capacità che ha stupito positivamente il management del teatro».

– Quali aspetti apprezza maggiormente del lavorare presso il teatro di Muscat?

«Dal mio punto di vista l’aspetto interessante di lavorare al Royal Opera House Muscat è l’opportunità di collaborare con le migliori compagnie del mondo. Gli spettacoli sono prevalentemente di tipo tradizionale e prima di essere scelti passano attraverso una sorta di comprovo che ne valuta la fattibilità e coerenza con le linee guida della società locale. Per esempio, non è possibile mettere in scena statue di nudo e anche i costumi molto speso vengono adattati. Però, tralasciando alcuni limiti di libertà espressiva è interessante sentirsi in qualche modo dei pionieri con la missione di far conoscere e apprezzare la tradizione operistica e musicale in questa regione. Inoltre, nella nostra mission contrattuale è specificato lo scopo di formare il personale locale a cui in un prossimo futuro si consegnerà la gestione del teatro».

Royal Opera House Muscat

– Agli spettacoli che mettete in scena c’è una buona partecipazione di pubblico?

«Direi di si, la città non offre moltissimo dal punto di vista culturale e il teatro propone una programmazione mista che comprende sia spettacoli che potremmo definire Western, costituiti dalla programmazione operistica e concertistica con ensamble e musicisti provenienti dall’Europa, USA e altri paesi occidentali, sia un’altra tipologia chiamata Arabian che consiste in concerti di musica dell’Oman e del mondo arabo».

– C’è qualcosa che l’ha colpita particolarmente del mondo teatrale omanita?

«Si, c’è un aspetto che trovo molto curioso che mi è stato raccontato dai colleghi che sono a Muscat fin dal primo anno: durante la prima stagione il pubblico, soprattutto quello locale, non era assolutamente preparato per fruire di spettacoli a più parti e talvolta capitava che al primo intervallo andassero via. Per questo motivo è in atto un progetto di avvicinamento all’opera lirica tramite radio, televisione e con attività di sensibilizzazione per ragazzi e bambini».

– Una cartolina per l’Arena di Verona la vigilia dell’apertura della stagione…

«Mi piace pensare in maniera scherzosa di essere in “esilio”, nel senso che prima o poi so di rientrare in Italia e possibilmente verso quel luogo che mi ricorda casa e che sento veramente mio, nel quale sono cresciuto, dove ho coltivato amicizie e affetti che è l’Arena di Verona. E da questo esilio attendo che il teatro lirico veronese proceda ad un vero e sano rinnovamento, affinché torni ad essere il fiore all’occhiello della città all’insegna dell’idea iniziale, geniale quanto unica, di fare opera lirica nell’anfiteatro romano di modo che molte più persone potessero fruire dello spettacolo a costi finalmente accessibili anche per le tasche dei meno abbienti senza essere più relegata alla dimensione di un’esperienza ad appannaggio delle solite elite».

Zeno Massignan

Foto in alto: il Royal Opera House Muscat

Zeno Massignan

Zeno Massignan

Zeno Massignan è nato a Verona nel 1988, laureato in Lettere con un percorso in Storia dell’Arte, laureato in Gestione ed Economia dell’Arte. Ha lavorato nel settore marketing e comunicazione per alcune istituzioni museali. Pratica e insegna judo, appassionato di arte, apprezza la convivialità e la vita all’aria aperta. zeno.massignan@hotmail.it