La ricchezza di Verona passa per la magia dell’Arena
8 Maggio 2017
redazione (380 articles)
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La ricchezza di Verona passa per la magia dell’Arena

Tra il Seicento e l’Ottocento la città pullulava di luoghi da teatro, colti e popolari. Un fervore condiviso tra gli abitanti, protagonisti di questa Scena Urbana. Una vocazione territoriale, un modello sociale ed economico da recuperare.

La musica è compagna di molte emozioni nella vita di ognuno di noi, scandisce tempi e modi, intimi e collettivi, è femmina, è arte; la poesia è l’arte di comporre, spesso con le parole, un fare arte che è opera; quando musica e poesia si incontrano diventano canzone, in origine “stanze” letterarie, ritmiche, ordinate, un recitare cantando con musica. Lirica. Modi simili che, singolarmente o all’unisono, raccontano, dell’uomo e della donna, dell’animo umano. Territori.

C’è sempre stupore e ammirazione nel riscoprire, ogni volta, la capacità dell’opera lirica di descrivere il carattere dei personaggi, di questa nostra “Commedia umana”, i diversi modi di essere, di amare, maschile e femminile. Identità, corrispondenze. Secondo Atto, scena seconda, La traviata, il padre di Alfredo ha persuaso Violetta a lasciare il figlio per sempre, per non compromettere il matrimonio della sorella di lui, Alfredo rientra improvvisamente e sorprende Violetta intenta a scrivere una lettera; intuisce che deve essere successo qualcosa di grave, ma Violetta dissimula, come solo una donna sa fare, finge la sua disperazione, e cerca di rassicurarla prima di andarsene, chiedendo insistentemente, e tradendo l’intento, quell’unica conferma d’amore: «Amami, amami, Alfredo, Quant’io t’amo!… Addio!». E Alfredo?!… Non ha capito nulla. Finisce male, come già sappiamo.

Capire le Persone non è cosa facile certo, non è diverso per i Territori. Comprendere come valorizzarli nelle loro caratteristiche peculiari, nella loro vocazione, talento che sia, ha l’inganno facile, se non si pone come obiettivo il bene del Territorio. Mecenati. Così, Violetta potrebbe impersonare la “Lirica a Verona” e il luogo dove è nata, l’Arena, Alfredo invece la sua “governance”!

Verona ha una vocazione che le è propria per il Teatro, ha il Teatro nel sangue. Un legame identitario che è da sempre ricchezza, bellezza. Tra il Seicento e l’Ottocento la città pullulava di luoghi da teatro, colti e popolari, una doppia anima tra privato e pubblico. Un fervore condiviso tra gli abitanti, protagonisti di questa Scena Urbana. Una vocazione territoriale, dunque, un modello sociale ed economico. Non veniva mai a mancare la possibilità, per tutti di andare a teatro, non doveva mai mancare un’offerta di luoghi e rappresentazioni, dalla lirica al melodramma, alla tragedia, alla commedia, senza soluzione di continuità. Cultura. E i luoghi pubblici creavano relazioni spaziali con quelli privati, il teatro diventava cifra d’unione tra economia, architettura, territorio.

Una Verona capace di essere se stessa. Produttiva. Bella, in una continuità architettonica, culturale, progettuale ed estetica col suo Teatro per antonomasia, l’Arena. Quell’Arena che fa eco, come musica, attraverso il segno dell’arco, in tutta la piazza Bra, e che dagli architetti del passato, dal Sammicheli al Ronzani al Barbieri tutti hanno colto. Un suono, un segno, che aveva colto Giovanni Zenatello, seduto al Caffè in Bra quell’armonia, la musica, quell’arco, che fa di questo un luogo unico, come scrive la figlia Nina nella sua biografia, «un caldo giorno di Giugno del 1913 papà seduto ad un caffè in Piazza Bra con Maria Gay, i maestri Tullio Serafin (direttore d’orchestra) e Ferruccio Cusinati (maestro del coro) e un loro amico Ottone Rovato esclamò: «Ecco il grande teatro che vado cercando. Spero si possa prestare per le opere liriche». Entrarono e Zenatello cantò Celeste Aida e l’acustica si rivelò perfetta. Ricorrevano i 100 anni della nascita di Giuseppe Verdi e quindi Zenatello mise in scena, il 10 agosto 1913, l’opera Aida, interpretando Radames e il mezzosoprano Maria Gay Amneris; scenografie dell’architetto Ettore Fagiuoli. Un’altra Verona, da brividi.

L’Arena è oggi corpo estraneo alla città, quest’ultima disinteressata ad essa, alla sua valorizzazione, responsabile dello sfruttamento in atto. Eppure, il monumento è di proprietà del Comune, dunque della città, dei suoi abitanti. Nostro. L’Arena è invisibile. Scontata. Sfruttata. Non comunica con la città, con il territorio. Non crea più, agli abitanti, le emozioni che le sono proprie. E di territorio nelle opere liriche ce n’è tanto, tanto che basterebbe poco per creare legami, percorsi culturali ed affettivi con i territori, con le Persone, abitanti, turisti o escursionisti che siano. Città. Quella “Parigi, o cara…” nell’opera La traviata di Verdi, la stessa città nel 1830 in cui si snoda la vicenda dell’opera La boheme di Puccini, un’esistenza spensierata di un gruppo di giovani artisti, quel caffè Momus di Rodolfo e Mimì. Oppure la Roma ottocentesca in Tosca, quella minuziosa descrizione degli ambienti storici romani, senza tralasciare nessun particolare nei dialoghi dei personaggi, la chiesa di Sant’Andrea della Valle, il salone di Palazzo Farnese, la stanza di Scarpia, a Castel Sant’Angelo.

Territori vicini e lontani, luoghi, racconti, storie e leggende, come la Gerusalemme del Re di Babilonia Nabucodonosor II in Aida di Verdi, oppure Cuba e poi la Spagna in quella danza lenta simile al tango che canta Carmen in Habanera, anch’ella ironizza sull’amore.

Territori, persone e Personaggi. Tra tutti la Callas, femmina. Come la lirica, come l’arena, come la città. Maria Callas arrivò a Verona dall’America nel 1947. A New York aveva conosciuto Giovanni Zenatello, direttore artistico dell’Arena di Verona, negli Stati Uniti alla ricerca di nuovi cantanti per il festival operistico, che la ingaggia per interpretare La gioconda. A Verona risiede nella modesta pensione Accademia, oggi un elegante hotel del centro storico, la sera va a cena al ristorante Pedavena (oggi non c’è più, trasformato in un self service) in piazza Bra, quasi di fronte all’anfiteatro, al pianterreno di un elegante palazzo. Lì incontra Giovan Battista Meneghini, ricco industriale veronese, grande appassionato d’opera che subito si innamora di lei, diventerà prima il suo agente, poi il marito, la loro casa sarà in via Leoncino all’ultimo piano di un palazzo che oggi supporta una lapide banale e sfuggevole.

La Gioconda, mai titolo più “Made in Italy”, è un’opera di Amilcare Ponchielli su libretto di Arrigo Boito, fratello di quel Camillo Boito che gran segno ha lasciato a Verona in una lunga campagna di restauri tra fine Ottocento e inizi Novecento, autore del restyling del Palazzo della Prefettura e della Domus Mercatorum. Ancora territori. L’azione dell’opera si svolge nella Venezia del XVII secolo, il Cortile del Palazzo Ducale di Venezia, il portico della Carta. Venezia non è lontana da Verona ed è luogo attrattivo per i turisti che dall’estero arrivano prima in laguna, poi forse in terraferma.

Ma c’è Verona stessa, in una scenografia che fa esplodere l’anfiteatro dentro il cuore storico della città, in quella Roméo et Juliette di Charles Gounod, un’opera su libretto in francese di Jules Barbier e Michel Carré, tratto da Romeo and Juliet di William Shakespeare. Ecco! E nel Primo atto Giulietta, nella sua casa (vedi quel balcone in via Cappello!) ci dice che vuole vivere nel sogno, «Ah! Je veux vivre dans le rêve». Lo stesso dove viviamo noi, oggi, quello di una città che sappia accogliere se stessa, goderne, farne ricchezza e bellezza, senza che di Gounod cominci a suonare la Marcia Funebre per una Marionetta e la “Lirica in Arena” diventi un incubo, un film di Alfred Hitchcock: “C’è qualcosa di più importante della logica: è l’immaginazione”.

Daniela Cavallo

redazione

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