I Cortella, da 100 anni tipografi dell’Opera in Arena
23 Aprile 2017
redazione (380 articles)
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I Cortella, da 100 anni tipografi dell’Opera in Arena

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INTERVISTA – Antonio Cortella, 92 anni: «Stampare le locandine, i dépliant e poi il numero unico delle stagioni operistiche non era solo un lavoro ma una grande passione che scaturiva dal cuore e anche per questo siamo diventati esperti» –

Seduto al tavolo del salotto di casa Antonio Cortella scorge tra i tetti della città una parte della “sua” Arena. Basta spostare la tenda ed è lì. Con la stagione estiva, quando la porta del terrazzo è spalancata, a fare da sottofondo alla visuale si aggiungono le arie delle opere liriche che si elevano dall’anfiteatro. «Sono un grande appassionato del melodramma», esordisce.

Novantadue anni portati avanti con tenacia, cinque figli. La vita dedicata alla stampa, alla musica e al teatro: arti e mestieri che nei decenni si sono intrecciati con la storia di Verona e del suo anfiteatro. Praticamente da sempre, e ancora oggi la tipografia della famiglia Cortella è lo stampatore ufficiale della Fondazione Arena.

Ugo e Giulio Cortella

Ugo e Giulio Cortella

Ugo Cortella, zio di Antonio, si trasferì da Badia Polesine a Verona, dove nel 1919 acquistò una tipografia che si chiamava “Tipografia Economica”, in Via Stella numero 15, di proprietà della Cartografica Giacometti. La svolta arrivò nel 1931, racconta Antonio, «quando mio padre Giulio Cortella, già proprietario di un negozio di stoffe a Badia, che fu costretto a chiudere a causa della crisi del 1929, si trasferì a Verona e prese in mano la contabilità della tipografia per aiutare il fratello Ugo. In seguito lo raggiungemmo io e mia mamma, Gina Giannetti».

Giulio, che era estroverso e socievole, riuscì a portare nuovi clienti alla tipografia che nel frattempo, nel 1942, era stata trasferita in via Marconi numero 10. Con l’aumento delle macchine in dotazione crebbe anche quello dei lavori per Provincia, Comune, Banca Popolare e, non ultimo, il Festival Lirico in Arena. Anche grazie al lavoro costante ed energico di Antonio, nell’autunno del 1967 avvenne il trasferimento dell’azienda in Lungadige Galtarossa 22, ancora oggi sede della tipografia diretta dal figlio Martino e dal nipote Marcello, in un capannone di più di 3.500 metri quadrati con macchine sempre più grandi e veloci.

Per chi era cresciuto respirando l’arte in famiglia, occuparsi della stampa di locandine e dépliant della stagione areniana non era solo un lavoro. Era qualcosa di più, che scaturiva dal cuore: «Ci mettevamo la passione e siamo diventati esperti», confessa con gli occhi lucidi Antonio. Perché, dai banchi dell’università a cui era iscritto con l’aspirazione di laurearsi in lingue, il richiamo dell’inchiostro e dei caratteri mobili finì per occupare tutto il suo tempo. Da allora, dice, «la tipografia mi assorbì completamente». E con la lirica a fare da colonna sonora, la poligrafica Cortella arrivò ad avere anche più di cento dipendenti.

Antonio Cortella (Photo Dama Rossa)

Antonio Cortella (Photo Dama Rossa)

«Ho sempre ascoltato musica. Mio padre Giulio, a tempo perso, era impresario teatrale a Badia Polesine. Al Teatro Politeama tra gli anni Venti e Trenta mise in scena La bohème Madama Butterfly di Giacomo Puccini ​e ​Andrea Chénier di Umberto Giordano che vide sul palco il grande tenore Silvio Costa Lo Giudice e ​la​ soprano Rosa Raisa. Ricordo quando mi portava a Bologna ad ascoltare le opere di Wagner. Ho preso tanto da lui», rivela Antonio, che del compositore tedesco conserva un’immagine in camera da letto, ​ accanto alla collezione che conta oltre 500 cd musicali​

Uno dei palcoscenici preferiti dell’anziano tipografo è sempre stato quello areniano, che cominciò a frequentare da giovanissimo. Spettatore, ma non solo. Oltre a fare da stampatore dei manifesti, aggiunge, «fu una soddisfazione quando negli anni Sessanta mi chiesero di occuparmi del Numero Unico.  Avevano stima di me, lavorai giorno e notte per realizzare una pubblicazione che fosse perfetta». Si trattava del libro di sala che raccontava, un anno dopo l’altro, la stagione dell’Arena, con informazioni su opere ed interpreti, autori ed allestimenti. Pagine da collezionare. Come il biglietto che negli anni Settanta il sovrintendente Carlo Alberto Cappelli gli inviò, in segno di ringraziamento, all’uscita dell’ennesimo volume con scritto: “Bello il Numero Unico!”.

«Erano altri tempi. Andavo tutte le sere in Arena: era la mia seconda casa. Vedevo la stessa opera sei o sette volte. Mi divertivo: per me era come partire per le vacanze», spiega rievocando atmosfere lontane. Nelle serate d’estate, chiusa la tipografia che apriva di primo mattino, Antonio raggiungeva l’anfiteatro tra le cui pietre sentì cantare Beniamino GigliFranco CorelliMario Del Monaco e Luciano Pavarotti; conobbe registi di fama internazionale e Maria Callas, che nel 1954 regalò alla primogenita di Antonio, di nome Cecilia, una medaglietta della Santa patrona della musica quando abitava nell’appartamento al piano sopra a quello della famiglia Cortella, in via Leoncino.

Lo studio di Antonio Cortella in Lungadige Galtarossa 22 a Verona (Photo Dama Rossa)

Lo studio di Antonio Cortella in Lungadige Galtarossa 22 a Verona (Photo Dama Rossa)

Recarsi all’opera era per i veronesi un avvenimento da non perdere; a fine spettacolo era d’obbligo andare «al ristorante Tre Corone, per mangiare un risotto alla parmigiana al prezzo di mille lire». Piazza Bra era il salotto della lirica che ogni artista voleva frequentare come tappa quasi obbligata della carriera. Pure Antonio aveva inclinazioni artistiche: «Suonavo il clarinetto. Avevo la musica nella testa». Nel dopoguerra fu tra i membri del coro “I Cantori Veronesi”, diretto da Pina Agostini Bitelli. Tra le cantanti, conobbe quella che divenne sua moglie: Mirella De Marzi, soprano, discendente da una famiglia di musicisti.

«Non amavo lo sport, ma la musica sì – conclude –. Da giovane partecipai ad un concorso indetto dall’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (EIAR, la futura Rai), a Venezia, per ottenere una borsa di studio per cantanti solisti. Non andò bene. Ero un uomo pratico e capii di non essere abbastanza bravo come basso. Era meglio fare il tipografo… e fu la mia fortuna».

Marta Bicego

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