Gianfranco Fainello e la fotografia in Arena prima di Internet
10 aprile 2017
Camilla Cortese (10 articles)
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Gianfranco Fainello e la fotografia in Arena prima di Internet

INTEVISTA – «Le cantanti mi trattavano bene perché assecondavo la loro vanità, nelle foto si piacevano e mi scrivevano dediche affettuosissime». Nelle trasferte all’estero le fotografie da sviluppare erano affidate all’Alitalia che le consegnava all’Ansa di Roma per poi essere distribuite in tutto il mondo. Il dolce rimprovero di Luciano Pavarotti –

Gianfranco Fainello diventò fotografo dell’Ente Lirico Arena di Verona nel 1984, a quarantacinque anni, e rimase un punto di riferimento nella fotografia di spettacolo fino al 2006, anno del suo pensionamento. Dopo di lui ci fu il fotografo Maurizio Brenzoni, quindi la Fondazione Arena decise di avvalersi della collaborazione esterna di Foto Studio Ennevi, che è tuttora il fotografo ufficiale dell’Opera in Arena.

Fainello fu contattato nel 1982 dal Sovrintendente Carlo Alberto Cappelli (Rocca San Casciano 1907 – Verona 1982) che rimase impressionato dalla celebre foto dall’alto dell’Arena, ripresa al crepuscolo: «un risultato straordinario per i mezzi tecnici degli anni Ottanta, quando non esistevano i droni» ricorda Fainello. E’ stata questa la sua foto più famosa, utilizzata per anni come immagine del manifesto e dei biglietti d’ingresso per l’Opera in Arena, «scattata con il tempo di esposizione di un secondo, catturata arrampicandomi su una gru dell’Agsm (l’Azienda che a Verona si occupa dei servizi municipali)».

È così che la storia delle persone diventa anche la storia di una città; percorsi di vita, di lavoro e di spettacolo che si intrecciano e vanno raccontati come una fiaba. Perché negli anni Sessanta, Fainello era un falegname con uno stipendio modesto, una moglie e tre figli a carico; per passione sviluppava le foto di un amico fotografo, lo aiutava nei servizi dei matrimoni.

Franco Fainello, Cecilia Gasdia, Pagliacci, Arena 1993

Franco Fainello, Cecilia Gasdia, Pagliacci, Arena 1993

Negli anni Settanta divenne fotoreporter sportivo per il Gazzettino: caricava il suo fotofucile sovietico FotoSniper a bordo campo, aspettava il momento giusto per il click e infine portava nella vecchia redazione di Piazza Erbe «foto uniche e pensate» come le definisce lui. Era bravo, così si licenziò e con le 150 mila lire della liquidazione comprò l’attrezzatura fotografica, passando dal costruire mobili con il legno al costruire immagini con la luce.

Quando divenne fotografo di teatro, succedendo a Gaetano Richelli ed Enrico Bisazza, gli storici fotografi dell’Ente Lirico di Verona, il suo laboratorio si trovata all’interno dei locali dell’ente (in Piazza Bra 28 ma anche in Corso Porta Nuova, palazzina ex Bar Borsa) dove sviluppava e stampava fotografie che poi venivano pubblicate su quotidiani, riviste e libri in tutto il mondo, apprezzate perché originali. Fainello metteva il teatro in primo piano, con qualche elemento di scenografia e il pubblico visibile sullo sfondo; penetrava gli ambienti costruendo le immagini in controcampo (la vista dalla platea e la vista dal palco), avvicinandosi ai cantanti, aspettando le luci giuste durante i bis; mostrava la poesia, lo spettacolo e l’unicità del luogo.

Negli anni Ottanta in Italia la cultura non conosceva crisi e l’Opera era una gloria nazionale. Ci furono il rilancio dell’Arena, il grande pubblico e le nuove tecnologie scenotecniche che sostituirono quelle bidimensionali con impianti fatti di carrelli mobili: «Io non li amo – commenta Fainello – a me piace il cartone. E’ la mia filosofia: in teatro tutto deve essere finto, la finzione deve vedersi perché l’Opera è una fiaba».

Franco Fainello, Plácido Domingo, Pagliacci, Arena 1993

Franco Fainello, Plácido Domingo, Pagliacci, Arena 1993

Fainello viveva il teatro nel quotidiano, seguiva l’ordine del giorno, l’arrivo dei cantanti, le prove tecniche: «Regalavo una bottiglia di vino agli elettricisti perché accendessero le luci per fotografare l’anfiteatro»; assisteva alla goliardia dietro le quinte: «Ricordo, durante le prove, i cantanti con piccole parti che entravano “a freddo” e dovevano “tenere la tonalità”, e i colleghi già in scena che per scherzo cantavano la nota stonata per farli sbagliare»; seguiva i grandi tenori nei momenti quotidiani perché amava le espressioni non governate, spontanee e ricorda quando Luciano Pavarotti lo rimproverò col suo bell’accento per uno scatto rubato: «Lei fa il furbetto, Fainello!», o quando José Carreras gli regalò un paio di scarpe di Prada: «Ti piacciono? Prendile!». E le cantanti? «Mi trattavano bene perché le assecondavo nella loro vanità, nelle foto si piacevano e mi scrivevano dediche affettuosissime».

Il suo lavoro era fatto di attese e, a volte, di buffe avventure. Nel 1986, durante la Messa da requiem di Giuseppe Verdi, si intrufolò fra i coristi del The World Festival Choir di Bjorn Simensen perché voleva fare il miglior controcampo su platea e palco. Ma mentre era intento a fotografare non si accorse che nel frattempo lo spettacolo era iniziato e lui rimase bloccato lì, seduto e nascosto in mezzo al coro per tutto lo spettacolo, mentre la moglie (diventata sua assistente) scattava le foto dalla platea.

Nel 1991, durante la trasferta dell’Ente Lirico in Giappone per mettere in scena Turandot di Giacomo Puccini, le fotografie ancora non viaggiavano via internet. Alitalia era la Compagnia aerea nazionale e con l’aiuto dell’equipaggio il rullino viaggiò sicuro da Tokyo fino all’agenzia Ansa di Roma e da lì distribuite in tutto il mondo.

Franco Fainello

Franco Fainello

Nel 1998, l’Ente lirico divenne Fondazione Arena di Verona e Fainello, che non ha mai scattato in digitale e sviluppava le stampe in fretta e furia dopo gli spettacoli per poterle distribuire in tempo ai quotidiani, era molto amato dai giornalisti perché faceva foto seguendo le loro specifiche richieste. Era anche inseguito dai Sovrintendenti, che volevano foto ufficiali, anche se lui, ultimo fotografo romantico, preferiva inseguire la luce giusta, appostandosi per ore sulle gradinate dell’Arena in mezzo agli spettatori per attendere il momento magico della foto perfetta.

«Oggi che ho ottant’anni, i miei nipotini scattano foto con i telefoni cellulari, è tutto automatico e sono migliori delle mie!» racconta Fainello con ironia. «A me piaceva la foto difficile, aspettarla e vivere il momento creativo in cui sceglievo di fare il mio click secondo la conoscenza di quanto accadeva in scena, della pellicola, della fotocamera e della luce. Non c’era la possibilità di fare centinaia di scatti per scegliere l’immagine migliore. Le foto bisognava saperle fare e questo faceva della fotografia un’arte».

Camilla Cortese
Ha collaborato Marco Marinelli

Foto in alto: L’Arena di Verona (Photo Fainello, Fondazione Arena)

Camilla Cortese

Camilla Cortese

Camilla Cortese nasce nel 1982 a Verona. Odia i numeri, ma parlano più in fretta delle lettere, quindi… quattro lingue, due lauree, di cui una in giornalismo, otto redazioni, sette lavori, un licenziamento. Oggi è consulente di comunicazione e giornalista free lance. E poi una casa, due gatti, trenta piante, milioni di parole in testa e due romanzi (per ora). camilla.cortese@hotmail.it