Voce e canto: quando lo strumento siamo noi
7 Aprile 2017
Paolo Corsi (28 articles)
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Voce e canto: quando lo strumento siamo noi

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Il più affascinante “strumento musicale” trova nell’opera lirica la sua massima esaltazione.

L’opera lirica è probabilmente la forma di spettacolo più completa in assoluto. La combinazione di musica, teatro e spesso anche danza ne fa un evento artistico multidisciplinare. Dal livello qualitativo di ciascuna disciplina, ma soprattutto dalla capacità di armonizzarsi in un tutt’uno, dipende il successo o meno della rappresentazione. Eppure, ammettiamolo, quando si pensa all’opera lirica la prima cosa che viene in mente è una sola: il canto.
Senza nulla togliere all’importanza del contributo di altri elementi allo spettacolo, si è disposti ad accettare una direzione e una concertazione discutibili, una regia disordinata o banale, una scenografia e dei costumi orribili, ma non dei cantanti che non siano all’altezza.

Del resto l’opera nasce proprio dalla parola espressa attraverso la voce e dall’idea di valorizzarla attraverso la musica. Da qui l’invenzione di quel “recitar cantando”, capace di eccitare la ragione con i contenuti e di sedurre l’orecchio con la forma. Un’invenzione sempre valida, se si ritiene ancora giusto dire che il canto sta alla voce parlata come la danza sta al camminare. Il risultato è che, dopo qualche secolo e innumerevoli evoluzioni, l’opera lirica rimane indissolubilmente legata ed asservita alla voce umana.

Il perché questo speciale “strumento” ci affascini così tanto è presto detto. Anche senza scomodare Platone (“La voce è il fuoco dell’anima”), possiamo dire che lo strumento ci piace così tanto perché lo strumento… siamo noi! Nessuno conosce il nostro strumento meglio di noi stessi, eppure noi non conosciamo affatto la nostra voce, perlomeno così come la conoscono gli altri. Il motivo è che il nostro punto di ascolto è al nostro interno e ciò che sentiamo da lì è diverso da ciò che sentono gli altri da fuori. Tanto è vero che quando ascoltiamo la nostra voce registrata (che di solito non ci piace) stentiamo addirittura a riconoscerla.

E’ per questo motivo che insegnare canto è difficile. Il maestro e l’allievo devono mettere a fattor comune percezioni diverse dello stesso fenomeno, onde trarne indicazioni e correzioni utili. E in ogni caso non esiste un metodo unico e infallibile per imparare, o meglio, per reimparare quello che per natura saremmo già predispoti a fare nel modo più corretto, ma che purtroppo abbiamo dimenticato. Quando ha fame, un neonato può “cantare” per ore, senza compromettere la voce. La sua tecnica è perfetta: respirazione diaframmatica e voce in maschera, massimo risultato con il minimo sforzo. Chi ha avuto figli lo sa. Ma poi, inspiegabilmente, ci dimentichiamo come si fa, prendiamo vizi di varia natura e non sappiamo più usare la voce come si deve. Provano ad insegnarcelo anche i molti trattati di canto, con la pretesa di codificare l’incodificabile. Per dirla con Nanda Mari, che sull’argomento ha scritto molto, nulla è più inutile di un trattato di canto!

Per fortuna di bravi cantanti ce ne sono tanti ed è sempre un piacere ascoltarli. Ma anche senza conoscerne a priori le doti, quando qualcuno si accinge a cantare attira sempre la nostra attenzione, al di là del risultato che seguirà di lì a poco. Come mai? Salvo poche eccezioni, tutti possono cantare, e possono cantare addirittura una romanza d’opera. Basta conoscere la melodia e le parole e il gioco è fatto, anche senza studio. Il risultato può essere disastroso dal punto di vista della qualità, ma a queste condizioni chiunque può attaccare una romanza e portarla fino in fondo. Non è così per quanto riguarda gli strumenti musicali: se non ho lo studio alle spalle, il brano non lo eseguo. Punto.

Forse è questo il motivo per cui in merito al canto tutti si credono almeno un poco intenditori. Da profani, esitiamo nello sbilanciarci nel giudizio di un’esecuzione al pianoforte, ma, da altrettanto profani, non abbiamo remore nel dire se un cantante ci è piaciuto oppure no. D’altro canto, ammiriamo a prescindere chi si mette in gioco, perché riusciamo a immaginare senza fatica quanto questo possa costare a livello emotivo. Sappiamo quanto l’emozione colpisca per prima proprio la voce, che può tremare, scomparire in fondo alla gola, piuttosto che scagliarsi stentorea verso l’uditorio.

Nulla registra in maniera così sensibile gli stati d’animo come la voce. Di fronte alla platea il cantante non mostra solo le sue abilità tecniche nel maneggiare uno strumento, ma mostra anche una parte intima di se stesso. Tutto ciò ci atterrisce, affascina e attrae allo stesso tempo. Anche perché le voci sono uniche, come lo sono le persone, e in questa unicità sta il segreto del fascino della voce umana. Ogni esperienza di ascolto dal vivo è un evento irripetibile ed è forse per questo che l’opera lirica, che è in fondo una colossale costruzione messa al quasi esclusivo servizio della voce, è un genere di spettacolo che continua a piacere da quattro secoli e il cui tramonto, a dispetto del perenne problema della mancanza di fondi che affligge la cultura e lo spettacolo, sembra proprio ancora ben lontano.

Paolo Corsi

Foto in alto: Mario del Monaco, Arena 1955, Otello (Photo Bisazza, Fondazione Arena)

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Paolo Corsi

Paolo Corsi

Paolo Corsi è nato a Verona e vive in provincia di Trento. È attore, autore e critico teatrale. Da sempre appassionato d'opera, ha studiato canto e si è esibito come solista e in varie formazioni corali, partecipando come corista ad alcuni allestimenti di opere di Verdi, Rossini e Mozart. www.paolocorsi.it - posta@paolocorsi.it