La prima e unica volta
4 Aprile 2017
Angela Bosetto (25 articles)
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La prima e unica volta

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Quando la prima volta è anche l’ultima. Ecco le opere che sono andate in scena in Arena una sola volta, per non tornare più. Almeno per ora.

Quando si parla di opere areniane, esistono varie categorie: le immancabili (Aida, Carmen, Nabucco, Turandot, Tosca, Rigoletto), le sempreverdi (La traviata, La bohème, Madama Butterfly, Il barbiere di Siviglia, Il trovatore), quelle che hanno superato lo scoglio del 2000 (Roméo et Juliette, La Gioconda, La forza del destino, Un ballo in maschera, il dittico Cavalleria rusticanaPagliacci) e quelle che, invece, sembrano appartenere solo alle stagioni liriche del passato (titoli come Mefistofele, Norma, Otello, Andrea Chénier, Don Carlo e Lucia di Lammermoor – giusto per citarne alcuni – non appaiono in cartellone da decenni).

Bozzetto per il Guglielmo Tell (Ettore Fagiuoli)

Bozzetto per il Guglielmo Tell, 1931 (Ettore Fagiuoli)

Tuttavia c’è un’ulteriore sezione, forse meno considerata, ma non per questo meno importante, ossia quella delle opere che sono state allestite sul palco dell’anfiteatro per una sola estate senza farvi più ritorno. In tale ambito il record negativo spetta a Marta di Friedrich von Flotow (appena due recite nel 1929, nonostante la presenza del divo Beniamino Gigli) e Fidelio di Ludwig van Beethoven (eseguito in forma di concerto il 18 agosto 1986), ma la lista è lunga e ricca di titoli spesso insospettabili.

Bozzetto per I maestri cantori di Norimberga, 1931 (Ettore Fagiuoli)

Il primo “unicum” fu Il figliuol prodigo, misconosciuto dramma d’ispirazione biblica di Amilcare Ponchielli, al quale nel 1919 spettò il compito di reggere, in solitaria, il primo festival lirico postbellico. Grazie alla bacchetta di Ettore Panizza, ci riuscì alla grande e le sue diciassette date costituirono un record stagionale che solo la “regina” Aida avrebbe provato a sfidare nel 2013, ma con l’ausilio di due diversi allestimenti. Nel 1921 fu la volta de Il piccolo Marat di Pietro Mascagni, il quale, dopo averne diretto il debutto assoluto al Teatro Costanzi di Roma il 2 maggio, la accompagnò anche a Verona sempre con Hipólito Lázaro nel ruolo eponimo. Il celebre tenore spagnolo sarebbe tornato in Arena nel 1929 con un’altra opera di Mascagni, Isabeau, ma, a dispetto del calore del pubblico, in entrambi i casi gli spettacoli non sarebbero stati più ripresi. Un destino simile toccò al francese Jules Massenet, prima con Il re di Lahore nel 1923 e poi con Manon nel 1951 (protagonisti Magda Olivero e Giuseppe Di Stefano diretti da Francesco Molinari Pradelli). Non andò meglio a Manon Lescaut di Giacomo Puccini, interpretata nel 1970 sempre dalla Olivero (alternata a Raina Kabaivanska), ma in coppia col giovane Plácido Domingo e sotto la bacchetta di Nello Santi.

Nerone, Arrigo Boito,1926

Nerone, Arrigo Boito,1926

Si fermarono a una sola stagione pure Mosè (1925) e Guglielmo Tell (1931) di Gioachino Rossini, Nerone di Arrigo Boito (1926), La Vestale di Gaspare Spontini (1927), L’Africana (1932) e Gli Ugonotti (1933) di Giacomo Meyerbeer (con protagonisti, rispettivamente, Beniamino Gigli e Giacomo Lauri Volpi), Loreley di Alfredo Catalani (1935), Giulietta e Romeo di Riccardo Zandonai (che la diresse di persona nel 1939) e I pescatori di perle di Georges Bizet (1950), spettacolo visto, fra gli altri, dalla diciottenne Elizabeth Taylor, che entrò in Arena al braccio del marito n°1 Conrad Hilton Jr. calamitando l’attenzione degli spettatori.

Non ebbe maggiore longevità nemmeno l’unica anteprima mondiale ospitata dall’anfiteatro nel 1952, L’incantesimo di Italo Montemezzi, che dovette scontrarsi con il trionfale ritorno di Maria Callas nella Gioconda e nella Traviata. Parallelamente, nel 1999, l’operetta di Franz Lehár La vedova allegra sarebbe stata ricordata soprattutto come l’addio del compianto regista e scenografo Beni Montresor. Fu, invece, un vero evento storico L’elisir d’amore diretto da Tullio Serafin nel 1936, che per tre indimenticabili (e irripetibili) serate incantò il pubblico grazie a due dei massimi interpreti di Adina e Nemorino, ovvero Margherita Carosio e Tito Schipa.

Persino Giuseppe Verdi, fu colpito dal blocco della singola stagione e non una, ma ben quattro volte: nel 1972 (anno dell’Ernani di Franco Corelli), nel 1973 (Simon Boccanegra con Piero Cappuccilli), nel 1984 (I Lombardi alla prima crociata, dove il cast era formato da Ezio Di Cesare, Ruggero Raimondi, Katia Ricciarelli e Veriano Luchetti) e nel 1985 (Attila, nel cui ruolo si alternarono Bonaldo Giaiotti ed Evgenij Nesterenko). In un certo senso si può dire che abbia condiviso la sorte del “rivale” Richard Wagner, dato che Parsifal (1924), I maestri cantori di Norimberga (1931), Tannhäuser (1938) e La Valchiria (1950, il cui regista fu il pronipote stesso del compositore: Niels Wagner) non erano andati oltre la loro prima estate, con la differenza che Lohengrin (l’unica opera di Wagner a essere stata rappresentata in quattro diverse edizioni del festival lirico) manca dal 1963, mentre Verdi resta l’autore areniano per eccellenza.

Per qualcuno di questi titoli le cose cambieranno? Difficile dirlo, ma considerando che nel 2011 la Fondazione Arena ha ripescato Roméo et Juliette di Charles Gounod (sino ad allora visto solo una volta, in edizione italiana, nel 1977) per farne lo spettacolo di chiusura di stagione sino al 2015 e che nel 2012 ha proposto per la prima volta il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart (poi ripreso nel 2015), il futuro potrebbe anche riservare delle sorprese.

Angela Bosetto

Foto in alto: 1929, Arena, Marta (Photo Arch.)

 1933, Arena, Gli Ugonotti

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Angela Bosetto

Angela Bosetto

Angela Bosetto è nata a Verona, si è laureata in lettere a Trento, ha conseguito un master in Scritture per il Cinema a Gorizia e ha pubblicato il saggio “Sette passi nel terrore. Edgar Allan Poe secondo Roger Corman” (Perosini). Giornalista pubblicista, collabora con la Rivista del Cinematografo e il quotidiano L’Arena, occupandosi di letteratura, cinema, storia e opera lirica.

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