Fascino e segreti del retropalco
29 Marzo 2017
Silvia Allegri (6 articles)
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Fascino e segreti del retropalco

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INTERVISTA – L’opera lirica non si svolge soltanto sul palcoscenico, sotto i riflettori e sotto gli occhi degli spettatori. A raccontare la magia di quanto accade dietro le quinte è il Maestro Fabio Fapanni.

Si sente bussare a una porta, o si percepisce un canto in lontananza e la trama prende un’altra piega, sorprendendo il pubblico. L’opera lirica non si svolge soltanto sul palcoscenico, sotto i riflettori e sotto gli occhi degli spettatori. La “dimensione dell’interno”, come viene definita nel gergo teatrale tutta quella serie di azioni che si svolgono lontano dalla vista degli spettatori e fuori dalla scena, ma che hanno un ruolo determinante nella trama, è molto varia e gioca un ruolo di straordinaria importanza.
Come è possibile, allora, che ciò che si svolge in scena sia in perfetta sintonia con ciò che accade dietro le quinte? A raccontare fascino e magia del retropalco è un autorevole professionista, che in Arena ormai è di casa da quarant’anni e per il quale l’opera nell’anfiteatro non ha più nessun segreto: il maestro Fabio Fapanni.

– Maestro Fapanni, cosa comporta esattamente fare il direttore musicale di palcoscenico?
«Comporta il coordinamento dei maestri collaboratori – che in un teatro come l’Arena sono una decina – e la preparazione e direzione di tutto ciò che avviene musicalmente dietro le quinte, talvolta anche in palcoscenico e che normalmente non si vede ma si sente. Può essere una porta che sbatte, un colpo di pistola, un urlo, fino a interi episodi musicali».

– Quante sono, se dovesse indicare una percentuale, le opere liriche dove sono previsti momenti nel retropalco?
«Direi che riguarda quasi tutte le opere. La presenza di questi effetti è una costante nello spettacolo lirico, dona tridimensionalità spaziale e spesso anche profondità di significato. In tutti i teatri si fanno gli interni e ci sono maestri che svolgono varie mansioni in collaborazione, con i vari settori tecnici e artistici. In assenza del direttore musicale di palcoscenico vi sono comunque figure di riferimento, che hanno avuto una propria evoluzione nel tempo e vengono definite in maniera varia a seconda della struttura artistica».

– Quali sono le difficoltà nel trovarsi a coordinare ciò che avviene nel retropalco?
«Se già quello che avviene in palcoscenico è fisicamente distante dall’orchestra e dal direttore, a maggior ragione la distanza aumenta dietro le quinte, dove il collegamento con l’esterno, ossia col direttore d’orchestra, è reso possibile da un monitor che non si deve mai perdere di vista. Ma più che l’aspetto strettamente fisico, del ritardo della trasmissione del suono che comunque ha una sua importanza, quello che conta veramente è eliminare l’inerzia che la trasmissione del gesto del direttore può comportare: i tempi di reazione devono essere pressoché azzerati».

– Esistono prove specifiche per gli interni?
«Sì, e hanno primariamente questo scopo: azzerare i tempi di reazione da parte degli strumentisti e di chi canta rispetto a chi porta il tempo. Per questo è importante sapere anticipare, in modo da favorire chi deve eseguire dietro le quinte. Tutti gli strumenti poi hanno dei tempi di reazione anche legati allo strumento in quanto tale e ogni musicista deve darsi il suo tempo in base al suo strumento. Lo stesso vale per il coro».

– Lei è stato maestro di sala, alle luci, suggeritore, maestro di palcoscenico. Avrebbe mai immaginato di diventare direttore musicale di retropalco?
«Non ho mai pensato specificamente a questo lavoro perché ne ho conosciuto l’esistenza quando ho cominciato: fu Gastone De Ambrogi, eccellente Maestro e cara persona, a darmi fiducia. Da lui avrei ricevuto moltissimo se non fosse scomparso prematuramente. Ho sempre pensato che questo ruolo andasse ricoperto da una persona di esperienza, relativamente meno giovane di quanto sia capitato a me. Di solito è il punto di arrivo di un lungo percorso».

– Non ha mai paura di sbagliare, di non essere in perfetta coordinazione con quanto avviene sul palco e nell’orchestra?
«Si, ho un nutrito curriculum in proposito. Dalla mia postazione non ho la percezione di come ciò che faccio viene sentito fuori e sono quindi obbligato a procedere nella nebbia. Non avendo un riscontro diretto e immediato a saper dire se è andata bene o male sono soltanto alcuni tra gli addetti ai lavori, preziosi collaboratori e amici».

– E l’aspetto più bello del suo lavoro quale è?
«Superato l’impaccio iniziale di muoversi quasi alla cieca si prova una sensazione rara, paragonabile a quando si impara ad andare in bicicletta, solo che qui si rinnova ogni volta. Per essere in sintonia con quanto avviene sul palco, non si può anticipare e non si può posticipare, si è sempre in avanti, ma non troppo. Si sta in un tempo che non è prima ma neppure dopo: un tempo che è assolutamente unico. L’unica conferma che si sta procedendo bene è il gesto del direttore che continua a fluire senza turbamenti. In quel momento si provano la piacevolezza e la serenità nel navigare in perfetta sincronia».

– Cosa la preoccupa di più quando lavora?
«Una costante pericolosa sono i possibili guasti del monitor dal quale vedo il direttore d’orchestra. Se si spegne o se sfarfalla bisogna prendere provvedimenti immediati e non sempre efficaci, come il taglio di una scena».

– Spesso il suo ruolo prevede che lei si trovi a dirigere anche in scena, travestito da figurante e perfettamente mimetizzato agli occhi del pubblico. Si ricorda un episodio in cui il suo sangue freddo è stato messo a dura prova?
«Uno degli interni più difficili è quello del terzo atto di Un ballo in maschera. Sugli squilli della banda c’è un cambio di scena velocissimo e complicato: mi capitò di eseguirlo in recita, dirigendo i miei musicisti sul palcoscenico, nascosti dentro una carrozza che continuava a girare su se stessa mentre si staccavano pezzi dal soffitto e dalle pareti e mentre si sfasciava noi continuammo senza batter ciglio».

Silvia Allegri

Foto in alto: il Maestro Fabio Fapanni

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Silvia Allegri

Silvia Allegri

Silvia Allegri, laureata in lettere con una tesi su una cantante del ‘600, ha sempre adorato la musica di tutti i generi, dalla lirica al rock, e fin da giovanissima ha studiato violino e pianoforte. Ha vissuto a Vienna, per studio e lavoro: lì ha potuto approfondire le sue conoscenze musicali frequentando il vivace ambiente artistico della città ed entrando in contatto con musicisti di tutto il mondo. Giornalista pubblicista, collabora con diverse testate scrivendo di cultura, ambiente, animali, cronaca. silvia@silviaallegri.it

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