24 Mar 2017
Roberto Tirapelle (31 articles)
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Aya Wakizono, tecnica e autodisciplina per un Romeo appassionato

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INTERVISTA – Il mezzosoprano giapponese sul palcoscenico del Filarmonico per l’opera I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Un giovane talento che proviene dal musical. «Nel prossimo futuro mi piacerebbe approfondire autori romantici, oppure il repertorio francese o qualche opera verdiana» –

Per la Stagione artistica 2016/2017 della Fondazione Arena il terzo titolo operistico è stato I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini andato in scena dal 19 al 26 febbraio 2017. Si tratta di un allestimento della Fondazione Arena in coproduzione con il Teatro La Fenice di Venezia e la Greek National Opera.

I Capuleti e i Montecchi è un’opera in due atti che Bellini compone tra la fine di gennaio e i primi di marzo del 1830 e viene rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia l’11 marzo 1830 in occasione del Carnevale. La collocazione dell’opera a Verona nei primi mesi dell’anno collima bene con quello stesso periodo.

Un’opera certamente deliziosa, quasi a definirsi belcantistica, che non ha avuto la risonanza di altre del compositore. E a questo riguardo vedremo a breve, ancora sul palcoscenico del Filarmonico, una di esse, Norma, che è ritenuta la più popolare tra le dieci composte da Bellini.

Sicuramente ha giocato la fretta della composizione per far fronte ai tempi per la messa in scena (poco più di un mese). Comunque ha una storia travagliata dovuta anche alla coppia dei protagonisti, Romeo e Giulietta, affidata a due voci femminili, come peraltro in Zara, opera composta l’anno precedente.

Nella successione delle produzioni non sarà facile trovare voci con il giusto equilibrio delle parti, benché le cantanti fossero sempre grandi (ad esempio Giuditta Grisi e Rosalbina Carradori Allan, 1830; Edita Gruberova e Agnes Baltsa, 1984; Anna Netrebko e Elina Garranca, 2008).

2017-02-16, Filarmonico, I Capuleti e i Montecchi (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

2017-02-16, Filarmonico, I Capuleti e i Montecchi (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

Veniamo ora all’allestimento veronese ma soprattutto alle artiste che hanno contribuito al risultato. Giulietta era Irina Lungu che, per presenze a Verona e fama internazionale, conosciamo tutti. Della Lungu ho scritto in altre occasioni. In questa circostanza riaffermo che la sua presenza è sempre un successo: voce solida, romantica, languida, tensione emotiva, lirismo sognante, le puntature sono squillanti. Era al suo debutto in questo ruolo tra lo studio di Elvira (un’altra prima esibizione) nei Puritani che si sta svolgendo a Modena, a Piacenza e a Reggio Emilia e l’esordio in Anna Bolena ad Avignone. L’occasione mi offre di soffermarmi maggiormente su Aya Wakizono, mezzosoprano giapponese, che mi ha sorpreso favorevolmente. Un giovane talento che merita più conoscenza.

– Signora Wakizono lei ha studiato a Tokyo e si è laureata all’Università delle Arti. E’ stata soddisfatta di quella scuola?

«Sono stata assolutamente soddisfatta perché è l’unica possibilità importante per il Giappone di studiare musica. Si imparano il “solfeggio” , le lingue e il canto. Certamente quello che manca è come si canta un’opera all’italiana, perché l’opera è italiana. Infatti, dopo aver assistito ad un masterclass con Mariella Devia mi sono resa conto com’era l’impostazione vocale esatta».

– Lei ha conseguito una borsa di studio giapponese che le ha permesso di venire in Italia. E la prima città italiana che ha affrontato è stata Parma. Dal Giappone a Parma?

«Avevo già molti amici che erano a Parma e la conoscevano bene e mi avevano parlato molto bene di quel Conservatorio. Pertanto, nel 2013 mi sono trasferita e mi sono trovata subito a mio agio, anche negli studi. In Italia ho continuato a seguire i masterclass della Signora Devia, tanto che ancora oggi ci vediamo spesso, anzi è diventata il mio docente di riferimento».

– La sua passione per la lirica, però, non è arrivata fin dall’inizio…

«Il mio primo genere musicale è stato infatti il musical. Adoravo cantare come Julie Andrews e Barbra Streisand. Successivamente ho seguito una recita del Met in Giappone, dove hanno portato La traviata cantata da Renée Fleming. Da quel momento ho capito che la musica assoluta è quella lirica e ho cambiato idea».

– La differenza più evidente tra musical e opera?

«Nel musical gli interpreti devono saper recitare, cantare, ballare e non è cosa da poco. Però, nell’opera è fondamentale la forza della voce. La voce deve arrivare da sola al pubblico».

– Sostanzialmente lei è una cantante rossiniana. Nel 2014 ha frequentato l’Accademia rossiniana a Pesaro e fa Il viaggio a Reims, poi approfondisce Il barbiere di Siviglia. Però si è cimentata anche in un Mercadante. E’ stata un bella esperienza?

«Ho sostenuto Francesca da Rimini a Martina Franca con tutti cantanti giovani. Un’esperienza bellissima, anche perché supportati da due nomi grandissimi, come Fabio Luisi, direttore, e Pier Luigi Pizzi, regista. E’ stata una sfida ma si è risolta bene».

– Finalmente l’Accademia della Scala e quindi il passaggio al Teatro alla Scala.

«Ho avuto due esperienze importanti alla Scala. Il Teatro ha voluto il contributo di alcuni solisti dell’Accademia per due opere nel 2015, l’anno di Expo: la prima assoluta di CO2 (un’opera denuncia sulla Terra, nda) di Giorgio Battistelli. Ho fatto il delegato giapponese di Kyoto, un ruolo rischioso per la mia voce, ma è stata una grande esperienza, con la regia di Robert Karsen. E il ruolo di Rosina nel Barbiere di Siviglia nella regia storica di J.P. Ponnelle. E anche due opere per i bambini nel 2016, La cenerentola e il Flauto magico».

– Ho notato che ha imparato una buona dizione.

«All’Accademia della Scala ho avuto degli ottimi insegnanti e dei bravissimi pianisti italiani».

– Nel ruolo di Romeo è in scena per molto tempo, un’opera impegnativa…

«Romeo è giovane, appassionato, diretto, realistico, ha una grandissima energia. Ha bisogno di molta tecnica e soprattutto il cantante ha bisogno di una forte autodisciplina, deve cercare di non andare oltre l’emozione».

– Ha intenzione di cambiare il suo repertorio?

«Nel prossimo futuro mi piacerebbe approfondire altri autori, magari romantici, oppure il repertorio francese o qualche opera verdiana».

– I suoi prossimi impegni?

Sono impegnata a Bologna ne Il Turco in Italia, ruolo di Zaida, poi ritorno in Giappone per il “Barbiere” e soprattutto andrò a Pesaro per La pietra del paragone per interpretare la Marchesa Clarice » (In questa occasione ricordiamo il Maestro Alberto Zedda, direttore artistico del Rossini Opera Festival sin dai suoi inizi e recentemente scomparso, nda).

– Pensa di poter ritornare a Verona e debuttare in Arena?

«Lo spero! Comunque desidero ringraziare la Fondazione Arena per avermi fatto interpretare Romeo proprio in questa bellissima città, e tutto il pubblico».

Roberto Tirapelle

Foto in alto: Aya Wakizono, Filarmonico 2017, I Capuleti e i Montecchi (Photo Ennevi, Fondazione Arena)

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Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle

Roberto Tirapelle, nato a Verona e laureato a Bologna, è un giornalista-pubblicista, critico cinematografico internazionale e studioso di musica. Collabora con la testata Mediartenews e svolge attività come addetto stampa presso importanti istituzioni veronesi. Ha scritto alcuni libri di cinema e musica. roberto.tirapelle@libero.it

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